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    Altro che tregua: Usa e Iran si attaccano a vicenda, tornano i droni sul Kuwait e Israele avanza in Libano

    Un addetto della Marina statunitense saluta mentre il 13 maggio 2026 un caccia stealth F-35B Lightning II del Corpo dei Marines decolla dal ponte di volo della USS Tripoli, impegnata nel blocco navale dell’Iran nel Mar Arabico. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

    Gli Stati Uniti attaccano per la terza volta in una settimana obiettivi militari iraniani nello Stretto di Hormuz, Teheran reagisce colpendo una base americana mentre l’emirato torna sotto il tiro di droni e missili della Repubblica islamica. Le truppe di Tel Aviv intanto conquistano la rocca crociata di Beaufort e avanzano nel sud del Paese dei Cedri, annunciando nuovi raid contro Beirut. Il cessate il fuoco non mette fine alle violenze e i negoziati si avvitano su nuove e più dure condizioni chieste da Donald Trump. Così la pace sembra tutt'altro che vicina

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 1 Giu. 2026 alle 09:22 Aggiornato il 1 Giu. 2026 alle 09:30

    Gli Stati Uniti e l’Iran hanno annunciato una serie di attacchi reciproci nel Golfo Persico, il Kuwait è tornato sotto il tiro di droni e missili di Teheran e Israele ha intensificato l’offensiva in Libano contro Hezbollah. Così le nuove violenze registrate nel fine settimana nella regione hanno inflitto un altro duro colpo al cessate il fuoco, che sulla carta continua a reggere, in un momento in cui i negoziati per porre fine alla guerra scatenata il 28 febbraio scorso da Washington e Tel Aviv restano in fase di stallo.

    Cessate il fuoco nominale
    Le forze armate statunitensi hanno condotto una nuova ondata di attacchi “difensivi” contro l’Iran meridionale nel fine settimana, la terza in poco più sette giorni. I bombardamenti, secondo quanto comunicato dal Comando centrale delle forze Usa (Centcom), hanno preso di mira i sistemi radar e di controllo dei droni nella città di Goruk e sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Le operazioni, secondo i comandi militari di Washington, sono state condotte in risposta alla distruzione di un drone statunitense MQ-1 che operava in acque internazionali. Così i caccia americani hanno reagito eliminando una serie di batterie delle difese aeree iraniane, una stazione di controllo a terra e due droni d’attacco monouso che rappresentavano una minaccia alle navi in transito nelle acque della zona.
    Ma la risposta di Teheran non si è fatta attendere. In una nota diramata dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina ai Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione islamica hanno infatti rivendicato l’attacco a una base utilizzata dall’esercito statunitense per condurre raid contro il territorio iraniano, senza specificarne però la posizione. Poco prima però, le forze armate del Kuwait avevano annunciato di essere oggetto di un bombardamento a colpi di droni e missili. L’agenzia di stampa ufficiale dell’Emirato Kuna ha confermato l’intercettazione degli attacchi, mentre le sirene risuonavano in tutto il Paese. In un’altra nota diramata, i Pasdaran hanno poi chiarito che le loro forze aerospaziali avevano preso di mira una base aerea utilizzata dagli Usa per condurre un attacco contro una torre per telecomunicazioni sull’isola di Sirik. Intanto, secondo un’analisi satellitare condotta da alcuni esperti citati dalla Cnn, l’Iran ha sbloccato la maggior parte degli ingressi dei tunnel che conducono alle sue installazioni missilistiche, preparandosi a eventuali nuovi attacchi Usa.
    Non è certo la prima volta che Washington e Teheran si prendono di mira a vicenda. In settimana, si erano accusate reciprocamente di aver violato il cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile scorso, dopo una serie di attacchi condotti dagli Usa contro l’Iran meridionale e il successivo contrattacco della Repubblica islamica sul Kuwait. Una tregua che, nei fatti, non è mai stata completamente applicata ma che continua comunque a reggere mentre i negoziati restano in stallo.

    Diplomazia bloccata
    Sul fronte diplomatico infatti, il fine settimana ha portato notizie tutt’altro che incoraggianti. Il presidente statunitense Donald Trump, secondo le indiscrezioni divulgate dal portale Axios, avrebbe inasprito le proprie richieste a Teheran, inviando ai rappresentanti dell’Iran una nuova versione di un possibile memorandum d’intesa. Trump, la cui priorità dichiarata è porre fine al programma nucleare iraniano e ripristinare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz, bloccata da Teheran dopo l’inizio degli attacchi israelo-statunitensi, desidera una posizione più ferma da parte dei negoziatori di Washington.
    Sul suo social Truth però, l’inquilino della Casa bianca ha mantenuto toni ottimistici. “L’Iran vuole davvero fare un accordo, e sarà un buon accordo per gli Stati Uniti e per chi è con noi”, ha scritto questa mattina Trump, lamentando le critiche di chi lo accusa di muoversi troppo in fretta o troppo lentamente. “State tranquilli e rilassatevi, alla fine andrà tutto bene – come sempre!”. La nuova proposta statunitense, secondo indiscrezioni raccolte dall’emittente Cbs, prevederebbe una proroga di 60 giorni del cessate il fuoco e una serie di clausole riguardanti la riapertura dello Stretto di Hormuz e un quadro per la ripresa dei negoziati sul programma nucleare iraniano.
    D’altra parte, secondo quanto riferito dall’agenzia iraniana Tasnim, anche Teheran starebbe apportando una serie di modifiche alla bozza del memorandum d’intesa. L’Iran, che rivendica il diritto di perseguire un programma nucleare civile e ha sempre negato di voler acquisire o sviluppare armi atomiche, intende affrontare la questione in una fase successiva dei colloqui e chiede intanto l’immediata revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e una forma di controllo sul transito navale nello Stretto di Hormuz, da condividere con i dirimpettai dell’Oman. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha lanciato un avvertimento nel fine settimana: “Non approveremo alcun accordo finché non saremo certi che i diritti del popolo iraniano siano stati pienamente garantiti”. Insomma il negoziato appare lento, tortuoso e il cui esito non è per nulla scontato. Anche perché resta infuocato il fronte del Libano, dove le ostilità non si sono mai fermate nonostante la tregua prorogata più volte da Donald Trump e che l’Iran vorrebbe inserire in qualsiasi accordo finale.

    Fronte libanese
    Qui Israele continua a intensificare l’offensiva contro il gruppo armato sciita Hezbollah, che dal 2 marzo ha ripreso le ostilità contro le truppe di Tel Aviv (Idf) in solidarietà con l’Iran. Le Idf hanno ormai attraversato il fiume Litani, dirigendosi verso nord, in violazione della Risoluzione 1701/2006 delle Nazioni Unite, che aveva istituito una zona cuscinetto demilitarizzata tra questo corso d’acqua e il confine israelo-libanese fissato dalla cosiddetta Linea Blu, al cui interno solo le forze armate di Beirut e la missione Unifil sarebbero autorizzate a detenere armi.
    Ieri, l’esercito israeliano ha conquistato la fortezza medievale di Beaufort, un sito strategico dove aveva stabilito una propria base durante i vent’anni di occupazione del sud del Libano terminata nel 2000. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha descritto l’operazione come una “svolta decisiva” e ha annunciato l’intenzione di consolidare ed espandere il controllo israeliano sulle aree precedentemente in mano a Hezbollah. La conquista di questa cittadella, costruita dai Crociati nel XII secolo e che domina il Libano meridionale e parte del nord di Israele, apre la strada all’avanzata dell’Idf nella regione di Nabatieh. La presa di Beaufort ha suscitato la dura reazione del presidente libanese Joseph Aoun, che sui social ha condannato quella che ha definito “un’aggressione israeliana feroce e riprovevole”, impegnandosi a “lavorare per porre fine alle sofferenze del popolo libanese, e in particolare di quello del sud”.
    Tel Aviv infatti ha anche ordinato l’evacuazione della popolazione di una vasta area del Libano meridionale, fino al fiume Zahrani, circa quaranta chilometri più a nord. Sul terreno, secondo il ministero della Salute di Beirut citato dall’agenzia di stampa ufficiale Nna, un nuovo raid aereo condotto all’alba di domenica dall’Idf sulla città di Deir Zahrani ha ucciso otto persone e ne ha ferite altre 19, tra cui cinque minori. Altre sei persone hanno invece perso la vita nei raid aerei condotti oggi dall’Idf sulle località di Bariqah, Toul e Kafr Sir. L’esercito israeliano ha anche condotto intensi bombardamenti sulla città costiera meridionale libanese di Tiro, i più violenti dall’inizio della guerra. Qui interi edifici sono andati distrutti e solo poche migliaia di persone sono rimaste in città nonostante l’ordine di evacuazione israeliano, molte delle quali sono state costrette a rifugiarsi nelle proprie auto. I tre ospedali della città continuano a funzionare, sebbene 13 dipendenti del locale nosocomio Hiram siano rimasti feriti in un raid aereo condotto nelle vicinanze dalle forze armate di Israele.
    Hezbollah, intanto, non è rimasto a guardare. Questa mattina il gruppo ha lanciato cinque razzi dal Libano verso il nord di Israele. Tre hanno attaccato la zona di Kiryat Shmona, di cui due sono stati intercettati dall’Idf, e due Tiberiade, uno dei quali è caduto in territorio libanese. Tel Aviv ha fatto sapere di aver successivamente colpito il lanciarazzi usato per quest’ultimo attacco. Nella notte poi, un drone carico di esplosivo lanciato da Hezbollah ha colpito una postazione israeliana nella città libanese di Yohmor, vicino alla fortezza di Beaufort. Qui il sergente dell’Idf Adam Tzarfati ha perso la vita a 20 anni, mentre altri tre altri soldati israeliani sono rimasti feriti, uno dei quali in modo grave. L’Idf ha poi segnalato l’abbattimento di un drone lanciato dal gruppo armato su un’area dove operano le truppe israeliane e l’intercettazione di altri due razzi sparati verso il nord di Israele, che non hanno causato feriti. Il governo di Tel Aviv ha poi ordinato alle forze armate di bombardare nuovamente la capitale Beirut. “A seguito delle ripetute violazioni del cessate il fuoco in Libano da parte dell’organizzazione terroristica Hezbollah e degli attacchi contro le nostre città e i nostri cittadini, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz hanno incaricato le Forze di Difesa Israeliane (IDF) di colpire obiettivi terroristici nel quartiere di Dahiyeh a Beirut”, si legge in una dichiarazione congiunta diramata oggi dal capo del governo e dal responsabile della difesa di Israele.
    Dalla ripresa delle ostilità, secondo il ministero della Salute di Beirut, almeno 3.412 persone sono state uccise, 10.269 sono rimaste ferite e oltre un milione sono state sfollate in Libano, mentre il bilancio dei caduti tra i soldati israeliani è di almeno 25 morti. I negoziati però continuano.

    Sforzi negoziali
    Il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha tenuto una serie di colloqui separati con il presidente libanese Joseph Aoun e con il premier israeliano Netanyahu. Washington ha proposto una “roadmap” che prevede la fine degli attacchi di Hezbollah contro Israele, che in cambio dovrebbe astenersi da ulteriori escalation. Il presidente Aoun ha cercato di portare avanti la proposta ma il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri ha chiesto che sia Tel Aviv a fermare per prima gli attacchi. Sul fronte militare, secondo l’emittente israeliana Kan, le Idf avrebbe proposto al governo un ritiro graduale verso sud e una riduzione della zona di sicurezza in Libano, condizionata ai progressi dell’esercito libanese nel disarmare Hezbollah. Un ritiro completo però, hanno precisato fonti israeliane all’emittente, non avverrà “finché esisterà una minaccia” contro lo Stato ebraico.
    La Francia intanto ha richiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fissata per oggi, lunedì 1 giugno. Un nuovo incontro diretto tra i rappresentanti di Israele e del Libano, che non intrattengono relazioni diplomatiche, è previsto invece per domani e dopodomani, 2 e 3 giugno, a Washington D.C. D’altronde, alla fine della scorsa settimana, si era già tenuta una riunione a livello militare al Pentagono, senza però produrre progressi concreti. Il cessate il fuoco teoricamente in vigore dal 17 aprile, come ormai è evidente, non è stato rispettato da nessuna delle parti. La pace quindi sembra tutt’altro che vicina, su ogni fronte.

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