Gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran per l’undicesima notte consecutiva, colpendo diverse città, dopo che il presidente Donald Trump aveva avvertito di “non aver ancora chiuso i conti” nella guerra contro la Repubblica islamica, il cui costo per Washington ha già superato i 37 miliardi di dollari. Teheran, da parte sua, ha reagito contro le basi statunitensi e altri obiettivi in Bahrein, in Giordania, in Kuwait e in Iraq, continuando a bloccare lo Stretto di Hormuz, dove negli ultimi giorni ha attaccato diverse navi.
A oltre un mese dalla firma del memorandum d’intesa di Islamabad, ormai considerato carta straccia da entrambe le parti, l’escalation cominciata il 7 luglio scorso ha precipitato di nuovo il Medio Oriente nella violenza e il traffico navale e i mercati energetici globali sull’orlo del baratro. Ma le conseguenze di questa rottura diplomatica e della ripresa del conflitto scatenato lo scorso 28 febbraio da Usa e Israele contro l’Iran si stanno propagando a macchia d’olio nella regione, coinvolgendo anche gli Houthi in Yemen, alleati di Teheran, che hanno proclamato un blocco navale contro l’Arabia Saudita. Una mossa che non è piaciuta all’inquilino della Casa bianca, che ha promesso di “occuparsi” anche dei ribelli yemeniti. D’altra parte, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha sottolineato oggi che consentire all’Iran di controllare lo Stretto di Hormuz creerebbe un “pericoloso precedente” con conseguenze che andrebbero ben oltre il Medio Oriente.
Intanto, nella serata di ieri, il presidente Trump aveva minacciato di attaccare “molto presto” un complesso nucleare sotterraneo segreto nella catena montuosa di Kolang, nell’Iran centrale, affermando che la guerra “non è affatto finita”. Per tutta risposta, il Comando congiunto interforze Khatam al-Anbiya, il vertice militare delle forze armate della Repubblica islamica, ha minacciato di colpire “tutti gli interessi” degli Usa e dei loro alleati in Medio Oriente, se Trump darà seguito alla sua minaccia. “Se ce ne andassimo ora, ci vorrebbero 20, 25 anni all’Iran per la ricostruzione”, aveva detto ieri il presidente statunitense alla stampa riunita alla Casa bianca. “Ma non abbiamo affatto finito”. Quanto accaduto nella notte ha tradotto quest’escalation verbale in una nuova ondata di scontri incrociati in tutta la regione.
I raid nella notte
Le forze armate degli Stati Uniti, come annunciato dal Comando centrale (Centcom), hanno completato l’undicesima notte consecutiva di bombardamenti contro il territorio iraniano, colpendo “centri operativi, infrastrutture navali, logistiche e militari, hangar per aerei e depositi di droni” della Repubblica islamica, con l’obiettivo di “indebolire ulteriormente la capacità dell’Iran di minacciare la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz”. Qui, secondo il Centcom, “l’Iran ha attaccato più di 30 navi mercantili” con una serie di raid “ingiustificati”, che “hanno messo in pericolo centinaia di marinai innocenti e compromesso la libertà di navigazione”.
I bombardamenti statunitensi, secondo l’emittente pubblica iraniana Irib, hanno attivato il sistema di difesa aerea “nella parte occidentale, orientale e nord-orientale” della capitale Teheran. Una serie di attacchi è stata segnalata contro una base militare a Tabriz, nel nord-ovest del Paese. Altri raid hanno colpito invece le località di Omidiyeh, Mahshahr e Behbahan, nella provincia sud-occidentale del Khuzestan. Esplosioni sono state udite nelle città meridionali di Sirik, nella provincia di Hormozgan, e di Chabahar e Konarak, in quella del Sistan e Baluchistan. Bombardamenti sono stati segnalati anche nelle città di Kangavar, Kabudarahang e, per la prima volta in assoluto, nelle aree limitrofe alla città di Baneh, nella provincia del Kurdistan. L’agenzia di stampa ufficiale Irna ha inoltre segnalato esplosioni a Bushehr, nel sud-ovest dell’Iran, sede dell’unica centrale nucleare civile operativa del Paese.
Da parte sua, Teheran ha lanciato nuovi attacchi contro le basi statunitensi e altri obiettivi nei vicini Paesi del Golfo. Nella notte, l’esercito del Kuwait ha annunciato di aver intercettato diversi “droni ostili”. Anche le forze armate di Giordania e Bahrein hanno annunciato di aver subito attacchi da parte di droni e missili lanciati dall’Iran nelle ultime 24 ore. Almeno tre droni carichi di esplosivo, secondo quanto riferito all’agenzia di stampa britannica Reuters da alcune fonti delle forze di sicurezza locali, sono stati abbattuti vicino al consolato statunitense a Erbil, in Iraq, dove l’aeroporto cittadino ha brevemente sospeso i voli, che poi però sono ripresi.
Il Kuwait ha accusato l’Iran di aver bombardato anche centrali elettriche e impianti di desalinizzazione idrica, infrastrutture cruciali per il raffreddamento e la fornitura di acqua potabile in una delle regioni più aride del mondo. Questi attacchi non sono stati rivendicati dalla Repubblica islamica, che da parte sua denuncia invece i raid condotti negli ultimi giorni dagli Usa contro ponti, centrali elettriche e almeno un impianto idrico che forniva acqua a 10mila persine. “Il nemico deve prepararsi a ondate di droni e ad attacchi missilistici ancora più decisivi e potenti”, hanno avvertito in una nota le Guardie della Rivoluzione islamica in Iran. La violenza, dunque, continua e il costo economico del conflitto continua ad aumentare.
Il prezzo del conflitto e il rischio di un allargamento del fronte
Durante un’udienza tenuta ieri al Senato di Washington, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha stimato in 37,5 miliardi di dollari il costo del conflitto sostenuto finora dagli Stati Uniti. Rivelando un aumento di quasi il 30% rispetto alla precedente stima di 29 miliardi di dollari, l’ex anchorman di Fox News ha poi difeso la richiesta dell’amministrazione Trump di un ulteriore incremento di 67 miliardi di dollari del bilancio del Pentagono.
Ma il costo economico della guerra si calcola oggi soprattutto in termini di rialzi dei prezzi energetici. A seguito di queste tensioni, in mattinata il WTI superava gli 86 dollari al barile e il Brent sfiorava i 93 dollari, mentre l’indice TTF di riferimento per il gas in Europa quotavano oltre i 60 euro al megawattora (MWh). D’altra parte, ieri, il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), Fatih Birol, ha espresso “preoccupazioni in merito alla sicurezza dell’approvvigionamento”, pur rilevando l’esistenza di “fattori attenuanti”. Una situazione aggravata soprattutto dalla possibile apertura di un altro fronte nel Mar Rosso.
I ribelli Houthi, alleati dell’Iran, minacciano infatti di interrompere i traffici marittimi anche sull’altro versante della Penisola arabica. I sodali di Teheran hanno proclamato un blocco navale contro le spedizioni dell’Arabia Saudita nello Stretto di Bab el-Mandeb. Un annuncio, seguito ai raid sauditi contro obiettivi degli Houthi in Yemen, che rischia di strozzare le forniture di petrolio a livello mondiale e in particolare verso l’Europa. Quest’imbuto naturale, situato all’estremità meridionale del Mar Rosso, funge da via d’accesso al Canale di Suez, unendo di fatto l’Europa all’Asia attraverso una delle arterie commerciali più trafficate del pianeta. Stretto appena 29 chilometri nel suo punto più angusto, da questo passaggio scorre quasi il 15% del commercio marittimo mondiale. Si stima che le precedenti interruzioni alla navigazione in questo tratto di mare, avvenute tra il 2023 e il 2025, siano costate all’economia globale circa 20 miliardi di dollari all’anno. Ora però, il blocco minaccia direttamente la capacità di Riad, il primo esportatore di greggio al mondo, di aggirare l’impasse a Hormuz. Gli Stati Uniti, ha avvertito ieri il presidente Donald Trump, “si occuperanno” degli Houthi, se attueranno questo blocco marittimo. Insomma, si parla sempre più di allargare il conflitto che di fermarlo.
L’ultima visita del ministro degli Interni iraniano Eskandar Momeini in Pakistan, principale Paese mediatore, non ha infatti prodotto risultati significativi. Il premier di Islamabad, Shehbaz Sharif, dopo aver ricevuto ieri il rappresentante di Teheran, non è andato oltre un generico appello a “tutte le parti a mostrare moderazione”. Da parte sua, Trump ha ribadito che gli iraniani desiderano “disperatamente” un incontro con i negoziatori statunitensi, ma che “finché non saranno disposti a farlo in modo costruttivo”, gli Usa “non ne vedono il senso”.