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    Gli Stati Uniti bombardano l’Iran per la seconda notte consecutiva. Teheran contrattacca ancora sulle basi Usa in Kuwait, Bahrein e Qatar e minaccia di chiudere Hormuz

    Un F/A-18F Super Hornet della Marina statunitense, in forza ai Black Aces dello Strike Fighter Squadron 41, si prepara al lancio dal ponte di volo della portaerei classe Nimitz USS Abraham Lincoln durante l'Operazione Epic Fury contro l’Iran. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

    Le forze statunitensi colpiscono altri 90 obiettivi militari e infrastrutture della Repubblica islamica, provocando 14 morti e 78 feriti in due giorni. Il regime reagisce contro le installazioni militari Usa nella regione. Ma i contatti diplomatici continuano. "Gli iraniani mi hanno chiamato, vogliono un accordo", ha assicurato Donald Trump di ritorno dal vertice Nato di Ankara

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 9 Lug. 2026 alle 08:54 Aggiornato il 9 Lug. 2026 alle 09:00

    Le forze armate degli Stati Uniti hanno lanciato, per la seconda notte consecutiva, una nuova offensiva aerea nel sud dell’Iran, con l’obiettivo dichiarato di allentare la morsa della Repubblica islamica sullo Stretto di Hormuz, provocando la reazione di Teheran contro le basi Usa in Kuwait e Bahrein. Un’escalation che, come minacciato dal regime iraniano, potrebbe portare a una nuova chiusura dello Stretto. Ma anche sotto le bombe e nonostante gli annunci della Casa bianca, la diplomazia continua a tessere contatti per porre fine al conflitto. “Gli iraniani mi hanno chiamato, vogliono un accordo”, ha assicurato il presidente Donald Trump di ritorno dal vertice Nato di Ankara, in Turchia.

    Botta e risposta a suon di bombe
    Nel mirino del Comando centrale delle forze armate Usa (Centcom) sono finiti oltre 90 obiettivi militari strategici disseminati lungo la costa meridionale dell’Iran. L’operazione ordinata dal Pentagono ha colpito “sistemi di difesa antiaerea, reti di sorveglianza marittima, infrastrutture navali, snodi logistici e depositi di droni e missili”. La nuova ondata di raid si somma agli 80 bersagli già centrati nella notte precedente e mira a paralizzare la capacità operativa della Repubblica islamica, impedendo ulteriori attacchi contro il traffico mercantile e gli equipaggi civili in navigazione nello Stretto di Hormuz. L’azione, come ribadito dal presidente Donald Trump, costituisce una risposta agli attacchi condotti dall’Iran contro tre navi cisterna in transito nell’area. “Questa è una rappresaglia per il bombardamento navale di ieri da parte dell’Iran”, ha scritto l’inquilino della Casa bianca sul suo social Truth. “Se dovesse ripetersi, la situazione peggiorerebbe di molto!”.
    Teheran, forte della sua posizione geografica, rivendica il diritto esclusivo di gestire le regole del gioco a Hormuz, minacciando apertamente le imbarcazioni che si azzardano a deviare dall’unica rotta costiera autorizzata dal regime. Un concetto ribadito con fermezza dal capo negoziatore iraniano e presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha chiarito come lo Stretto verrà riaperto solo alle condizioni poste dall’Iran e mai sotto il ricatto degli attacchi statunitensi. “L’America non ha ancora imparato che il bullismo e la slealtà non sono più privi di costi. Lo dico chiaramente: colpiteci, e verrete colpiti”, ha avvertito nella notte su X l’esponente politico della Repubblica islamica. “Non agitate inutilmente braccia e gambe, perché affonderete ancora di più: lo Stretto di Hormuz si apre solo con gli ‘accordi iraniani’, non con le minacce americane”.
    Ma la risposta militare iraniana, affidata ai Guardiani della Rivoluzione, non si è fatta attendere, colpendo le installazioni militari statunitensi nella regione. Attraverso un comunicato diffuso dalla televisione di Stato IRIB, i Pasdaran hanno rivendicato il lancio di sciami di droni e missili contro le basi che ospitano le truppe a stelle e strisce in Kuwait, nello specifico ad Arifjan e Ali al-Salem; in Bahrein, contro le infrastrutture di Juffair e Sheikh Isa; e in Qatar. L’esercito kuwaitiano ha assicurato di aver respinto le incursioni ostili, mentre in Bahrein le sirene d’allarme antiaereo hanno risuonato nella notte per ben due volte. Anche i residenti del vicino Qatar hanno vissuto attimi di profonda apprensione, ricevendo sui propri telefoni un avviso urgente per una minaccia alla sicurezza classificata come “elevata”. I vertici militari di Teheran hanno quindi minacciato di estendere le rappresaglie ad altre infrastrutture della regione, qualora l’offensiva statunitense dovesse proseguire.

    Vittime e danni
    Sul terreno, il bilancio dei bombardamenti comincia ad assumere contorni tragici. Oltre agli 8 militari della Marina e dell’Aeronautica iraniana rimasti uccisi nella prima ondata di attacchi condotti dagli Usa nella notte tra martedì e mercoledì tra Bandar Abbas e la provincia di Bushehr, le autorità locali del Khuzestan hanno confermato la morte di 3 persone alla periferia della città di Ahvaz, colpita dai raid compiuti nelle ultime ore. In totale, secondo il ministero della Salute di Teheran, almeno 14 persone sono rimaste uccise e altre 78 sono state ferite in due giorni di bombardamenti Usa sull’Iran.
    L’onda d’urto delle esplosioni ha scosso le città portuali di Konarak e Chabahar, mentre a Iranshahr un vigile del fuoco ha perso la vita durante il bombardamento statunitense del locale aeroporto. I danni alle infrastrutture sono altrettanto importanti: a Bushehr, sede dell’unica centrale nucleare civile dell’Iran, è stata centrata una base militare, e nel nord, nel Golestan, un ponte ferroviario è stato gravemente danneggiato dai raid Usa. Persino la linea ferroviaria che collega la capitale Teheran a Mashhad è stata interrotta a causa di quello che la tv di Stato ha definito un “attacco criminale” da parte degli Stati Uniti, costringendo le autorità a predisporre bus sostitutivi per i viaggiatori rimasti bloccati. Un tempismo a dir poco drammatico, considerando che la Repubblica islamica si prepara oggi a seppellire a Mashhad la Guida Suprema della Rivoluzione Ali Khamenei, rimasto ucciso proprio nel primo giorno della guerra scatenata il 28 febbraio scorso da Usa e Israele contro l’Iran.
    Ma anche i contrattacchi iraniani hanno causato danni. La reazione di Teheran, secondo una nota diramata dalle forze armate iraniane, citata dall’agenzia di stampa locale Tasnim, ha preso di mira una batteria di missili Patriot in Kuwait, un centro di monitoraggio satellitare in Qatar e una serie di serbatoi di carburante dell’esercito statunitense in Bahrein. “Non permetteremo in alcun caso che gli obiettivi e le aspirazioni dello sciocco Presidente degli Stati Uniti si realizzino e difenderemo gli alti ideali della Rivoluzione Islamica fino alla vittoria finale”, promettono i vertici militari di Teheran. Questo però non vuole che il negoziato sia del tutto escluso.

    La fragile tela diplomatica
    Sul fronte politico, di ritorno dal vertice Nato ad Ankara, in Turchia, il presidente Donald Trump ha rivelato di essere stato contattato dai negoziatori iraniani, che lo avrebbero implorato di raggiungere un accordo, un’indiscrezione non confermata da Teheran. L’inquilino della Casa bianca ha comunque definito “fuori controllo” i propri interlocutori, accarezzando apertamente l’idea di rinunciare alla diplomazia per “finire il lavoro” contro la Repubblica islamica. A fargli eco è stato il suo vicepresidente JD Vance, che ha assicurato come gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con una durezza mai vista prima se non sarà garantita la libera navigazione nello Stretto di Hormuz, come previsto dal memorandum d’intesa dello scorso 17 giugno.
    Intanto i mediatori internazionali del Qatar e del Pakistan tentano infatti da giorni di gettare acqua sul fuoco, chiedendo a tutte le parti di abbassare i toni. Il ministro degli Esteri di Teheran, Seyed Abbas Araghchi, pur rassicurando telefonicamente il premier qatariota sulla volontà di evitare un’escalation, ha risposto in modo sferzante alle provocazioni di Trump, affermando orgogliosamente che l’Iran “non risponde alla volgarità con la volgarità, ma con le azioni”.
    L’impatto economico di questo nuovo scontro frontale è stato immediato. I timori per l’approvvigionamento energetico hanno fatto schizzare verso l’alto i prezzi del petrolio, con l’indice Brent salito dai 71 dollari al barile dello scorso fine settimana ai 77 di questa mattina e l’indice Wti passato nello stesso periodo da 67 a 73 dollari al barile. A peggiorare il quadro c’è la decisione di Washington di ripristinare le sanzioni sul greggio iraniano, revocando le licenze di vendita concesse a Teheran nell’ambito del memorandum d’intesa, e i segnali militari provenienti dalla regione.
    Il Pentagono, infatti, continua a trasferire aerei da rifornimento in Medio Oriente, preparandosi a eventuali operazioni prolungate. Israele, invece, che non ha partecipato alle operazioni degli ultimi due giorni, osserva l’evolversi della situazione preparandosi a ogni scenario. Le forze armate di Tel Aviv (Idf) hanno innalzato il livello di allerta, armando i jet e perfezionando la lista degli obiettivi in coordinamento con le forze statunitensi. È un’escalation che a Gerusalemme viene vista con malcelato favore, tanto che il primo ministro Benjamin Netanyahu, commentando il brusco annullamento della visita prevista ieri in Israele del segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth, rimasto al fianco di Trump in Turchia, ha sorriso alle telecamere suggerendo che questo improvviso cambio di programma potrebbe rivelarsi un segnale “estremamente positivo” per lo Stato ebraico. Ma non per la pace.

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