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    Hormuz: l’Iran attacca un drone Usa. Washington inasprisce le sanzioni e Teheran riprende i colloqui con i vicini. Volano i prezzi del petrolio

    Un gruppo di ragazze in posa davanti a una batteria di missili Zolfaghar e Qadr il 30 luglio 2026, a Teheran, in Iran. Credit: Hossein Beris/MEI/SIPA / AGF

    I Pasdaran rivendicano un attacco contro un drone navale degli Stati Uniti, che annunciano nuove misure contro chi finanzia la Repubblica islamica. L’escalation spinge i prezzi del greggio oltre i 100 dollari al barile e mette in moto la diplomazia internazionale. Ma le conseguenze della guerra scatenata da Trump minacciano di abbattersi direttamente sulla campagna elettorale negli Stati Uniti

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 11 Set. 2026 alle 10:23

    I Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran hanno rivendicato ieri sera un attacco contro un drone marino delle forze armate degli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, segnando un nuovo capitolo dell’escalation di una guerra in corso ormai da quasi sette mesi. Per tutta risposta, Washington ha messo nel mirino un’altra banca coinvolta in attività volte a finanziare la Repubblica islamica. Intanto però Teheran ha ripreso i colloqui con i vicini Paesi del Golfo, mentre la crisi continua a far salire i prezzi del petrolio, mettendo a rischio la campagna elettorale del presidente Donald Trump per le elezioni di mid-term previste il prossimo 3 novembre.

    La crisi a Hormuz
    L’ultimo attacco nello Stretto di Hormuz è stato rivendicato ieri sera dalla Marina dei Pasdaran con un comunicato diffuso attraverso il portale Sepah News. La nota riferisce di un raid compiuto contro un’imbarcazione di superficie senza pilota modello Saildrone Explorer. Si tratta di apparecchi sofisticati, dotati di sensori, telecamere e radar, guidati dall’intelligenza artificiale, in dotazione alla Task Force 59 della Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti di stanza in Bahrein, che vengono usati per scandagliare senza sosta l’intera regione. “Lo Stretto di Hormuz è chiuso e sotto il nostro controllo”, ha dichiarato il comandante della Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, contrammiraglio Ali Azmaei. “Qualsiasi movimento ostile verrà preso di mira”.
    Soltanto martedì 8 settembre, peraltro, le stesse forze iraniane avevano rivendicato la cattura di un drone sottomarino statunitense. La notizia non è stata confermata dal Pentagono, che dal canto suo si è limitato a confermare un’avaria a un proprio apparecchio, senza specificare se l’unità in panne fosse finita o meno nelle mani di Teheran.
    L’intera area ormai è una polveriera a cielo aperto. Sempre nella giornata di ieri, l’agenzia britannica per le operazioni commerciali marittime Ukmto ha segnalato un grave incidente al largo delle coste dell’Oman, dove quattro razzi non identificati hanno colpito due navi a sole quattro miglia nautiche a ovest del porto di Khasab. Gli attacchi hanno innescato un incendio su almeno una delle due navi cargo, mentre le sorti della seconda rimangono ancora incerte.
    Mentre i missili solcano i cieli, le acque della regione portano i segni visibili della guerra. Le immagini satellitari del programma europeo Copernicus, analizzate dall’agenzia di stampa francese Afp, con il supporto di esperti indipendenti, mostrano una serie di macchie di petrolio che si allungano per una ventina di chilometri a est di Hormuz, triste eredità dei recenti raid contro oltre una decina di navi cisterna al largo delle coste dell’Iran. Un’offensiva che, finora, ha portato alla distruzione di cinque petroliere di Teheran da parte degli Stati Uniti e di altre otto colpite dai Pasdaran.
    Intanto il commercio globale accusa il colpo e i numeri parlano chiaro. Ieri, secondo i dati raccolti dal portale Kpler, solo sette navi hanno attraversato lo Stretto. Tra queste si contano due cargo Panamax in uscita dal Golfo, oltre a cinque imbarcazioni in entrata cariche di cereali, acciaio e prodotti petroliferi. Il traffico locale è letteralmente crollato, considerando che prima della guerra queste acque registravano il transito di circa 125 imbarcazioni al giorno, che trasportavano il 20 per cento del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale. Il dato attuale esclude le navi che viaggiano con i transponder spenti nel disperato tentativo di passare inosservati ed evitare gli attacchi incrociati delle forze degli Stati Uniti e dell’Iran, ma resta comunque al di sotto della media di 15 transiti registrata negli ultimi dieci giorni.

    L’onda d’urto sui prezzi e sulle elezioni Usa
    Questa paralisi logistica, aggravata dal blocco navale imposto dagli Stati Uniti che da metà luglio ha di fatto azzerato l’export petrolifero iraniano via mare, sta alimentando la spirale al rialzo dei prezzi sui mercati dell’energia. L’indice Brent, punto di riferimento per il greggio in Europa, ha superato stabilmente i 105 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) viaggia oltre i 101 dollari. Questi livelli non si registravano dal mese di maggio, prima delle flebile tregua sancita dal fallimentare memorandum d’intesa firmato da entrambe le parti il 17 giugno e violato già il 7 luglio.
    Le ripercussioni sulla vita reale sono immediate e rischiano di travolgere interi settori produttivi. Negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dall’American Automobile Association, il prezzo medio del diesel a livello nazionale ha ormai sfondato il muro dei 6 dollari al gallone. Una corsa forsennata, spinta anche dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe e degli Houthi agli impianti sauditi, che non sembra destinata a fermarsi. Tanto che l’agenzia statunitense per l’energia (EIA) ha già lanciato l’allarme sulle scorte ridotte al lumicino, annunciando che i prezzi resteranno elevati ancora per mesi.
    Tutte queste scosse telluriche si riverberano inesorabilmente sulla politica interna degli Stati Uniti, proprio mentre si avvicina il cruciale appuntamento delle elezioni di metà mandato, previste il 3 novembre prossimo. Davanti alle telecamere di Fox News, il presidente Donald Trump ha sfoderato ieri la sua consueta sicurezza. “Non credo nella parola ‘rimpianto'”, ha chiarito l’inquilino della Casa bianca alla cronista Laura Ingraham che gli chiedeva se avesse ripensamenti sulla gestione della guerra. “Ci si può sempre mettere un po’ in discussione, ma se dovessi rifarlo, farei esattamente quello che ho fatto. Ho eliminato la loro capacità nucleare”, ha rivendicato Trump, riferendosi agli attacchi statunitensi dell’anno precedente contro l’Iran. D’altra parte, ha chiarito l’inquilino della Casa bianca, se Teheran sviluppasse l’atomica, gli Usa sarebbero costretti a comportarsi in modo diverso con la Repubblica islamica. “Se l’Iran avesse un’arma nucleare, staremmo telefonando e dicendo: ‘Signori, possiamo incontrarci, magari?’. Li tratteremmo in modo molto diverso”, ha spiegato a Ingraham, che ha chiesto conto al presidente dei continui attacchi dell’Iran nello Stretto di Hormuz e nel Golfo. “Come fa l’Iran a lanciare missili se li abbiamo decimati?”, ha chiesto la giornalista. “Possono sempre lanciare missili. Ne avevano un sacco. Avranno sempre dei missili”, ha replicato Trump, che ha poi rifiutato l’idea di una base elettorale delusa. “Non credo siano demoralizzati. Penso siano molto orgogliosi del fatto che non sto permettendo all’Iran di avere un’arma nucleare”. Quindi il presidente ha ribadito la promessa che la guerra finirà sùbito dopo il voto di novembre, poiché, a suo dire, gli iraniani “non possono resistere ancora per molto”. “Non c’è nessuna possibilità che accada”, ha poi chiarito alla stampa riunita davanti all’Air Force One a Dallas, in Texas, a margine della Convention nazionale repubblicana, rispondendo alla domanda se fosse preoccupato che la guerra possa continuare per tutto il suo mandato.
    Tuttavia, lontano dai riflettori, le stanze del potere sussurrano una verità ben diversa. Un’inchiesta del New York Times racconta che il vicepresidente, JD Vance, è talmente scettico sul trascinarsi del conflitto da aver aggirato il Pentagono per chiedere conto direttamente ai comandanti sul campo di “obiettivi, tattiche, stime delle vittime e cosa avrebbero fatto gli iraniani nello Stretto di Hormuz”. Le risposte dei generali, secondo il quotidiano newyorkese, avrebbero fornito al vice di Trump “valutazioni private incoraggianti alla sobrietà” e discordanti con i toni trionfalistici del presidente. In particolare, Vance sarebbe così venuto a conoscenza degli arsenali gravemente impoveriti dal conflitto e di un regime nemico disposto a incassare il colpo e a prepararsi a un estenuante logoramento, pur di sopravvivere.
    I danni per gli Usa, del resto, sono concreti. Malgrado le smentite pubbliche di Trump, fonti ufficiali di Washington hanno confermato all’agenzia di stampa Reuters i resoconti dell’emittente Cbs, secondo cui i recenti raid di Teheran sulla base di Muwaffaq Salti, in Giordania, hanno strappato un’ala a un velivolo A-10 Thunderbolt II e danneggiato otto caccia F-15. Un attacco da parte della Repubblica islamica che ha richiesto il lancio di una trentina di missili intercettori Patriot. Ma qui si apre una falla inquietante per il Pentagono: secondo il Center for Strategic and International Studies (Csis), il 65 per cento di questi missili è già stato lanciato dalle forze Usa tra febbraio e luglio, lasciandone nei magazzini meno di 850, contro gli oltre 2.300 disponibili prima della guerra.
    A questo bilancio si uniscono 18 soldati morti e oltre 800 feriti dall’inizio delle ostilità, insieme a una lunga lista di perdite materiali. Già a maggio, un rapporto del Congresso contava 42 aerei distrutti o danneggiati e decine di droni andati in fumo. Un logoramento sanguinario che trova la sua sintesi più brutale e sincera nelle parole del segretario alla Marina ad interim Hung Cao che, confidandosi con il portale The Epoch Times ha ammesso che l’Iran “ha fatto saltare in aria il Bahrein”, colpendo dritto al cuore il quartier generale della Quinta Flotta statunitense.

    Il lavorio delle diplomazie
    Mentre i mercati e le urne tremano, le diplomazie lavorano nell’ombra per evitare il tracollo economico. Il Financial Times ha rivelato che lunedì 14 settembre i ministri degli Esteri dei Paesi del Golfo incontreranno a Salalah, in Oman, il loro omologo iraniano Abbas Araqchi, in un estremo tentativo di concludere un’intesa temporanea per salvaguardare almeno il transito commerciale nello Stretto di Hormuz. In ansia per le proprie forniture, anche la Corea del Sud si sta muovendo. Il ministro degli Esteri sudcoreano Cho Hyun ha chiamato direttamente Araqchi per discutere della libertà di navigazione, una questione di sopravvivenza per un Paese che lo scorso anno ha importato da Hormuz il 61 per cento del proprio greggio. Pur smentendo decisioni già prese, il ministero degli Esteri di Seul ha confermato di star valutando diverse opzioni, incluse misure militari per far riprendere i traffici.
    Sul fronte statunitense, però, persiste la strategia della linea dura. Intervenendo alla trasmissione Real America’s Voice in onda ieri sera sull’emittente Cnbc, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha annunciato proprio per lunedì 14 settembre l’imposizione di nuove sanzioni contro una grande banca internazionale, di cui non ha fatto il nome, nel quadro della famigerata “Operazione Emarginazione Economica”, che il mese scorso aveva già messo nel mirino quasi sessanta tra aziende, associazioni e individui, sospettati di agevolare il finanziamento della Repubblica islamica.
    L’operazione, originariamente prevista per oggi, è slittata per non sovrapporsi alle cerimonie per il 25esimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre 2001. Bessent però non ha usato mezzi termini. “Continueremo semplicemente con questo processo finché tutti non smetteranno di fare affari con questo regime”, ha dichiarato, rivolgendosi al mondo della finanza globale. “Lo renderemo così poco redditizio che se volete rischiare un evento di livello estintivo per la vostra azienda o per la vostra persona, per le vostre finanze personali, allora accomodatevi”, ha minacciato il segretario al Tesoro statunitense. “Ma stiamo venendo a cercarvi”.

    Il braccio di ferro nucleare
    Ad alimentare il braciere diplomatico c’è poi l’irrisolto dossier atomico. Per la prima volta in un ventennio, il Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha approvato una risoluzione appoggiata dagli Stati Uniti e dall’Europa che esprime “grave preoccupazione” e accusa l’Iran di non rispettare gli impegni di non proliferazione, deferendo ufficialmente la questione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
    La reazione di Teheran è stata livida. L’ambasciatore iraniano Gholamhossein Darzi, in una lettera inviata al presidente del Consiglio di Sicurezza e diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale Irna, ha bollato le accuse come “di natura politica e non tecnica”. “La Repubblica Islamica dell’Iran respinge categoricamente le accuse infondate e le distorsioni sollevate da alcuni membri in questa riunione riguardo al programma nucleare pacifico dell’Iran”, ha aggiunto. Un concetto ribadito dall’ambasciata iraniana in Austria, che sui social ha fatto sapere come Teheran “non rinuncerà al suo diritto legittimo a un programma nucleare pacifico”. I diplomatici iraniani hanno poi puntato il dito contro gli Stati Uniti e Israele, accusandoli di aver prima bombardato i siti nucleari a giugno 2025 e poi di aver usato questa “perturbazione come pretesto per far adottare una risoluzione del Consiglio dei governatori dell’AIEA contro l’Iran”. Da quei raid, tra l’altro, il governo di Teheran ha sospeso l’accesso agli ispettori internazionali.
    Come se la tensione nel Golfo non bastasse, il conflitto allarga i propri tentacoli fino in Yemen. Qui le milizie Houthi, alleate di Teheran, hanno appena strappato il controllo della città portuale di Mokka alle truppe del governo internazionalmente riconosciuto appoggiato dall’Arabia Saudita, spingendosi lungo la costa verso alcune isole di vitale importanza strategica. Non a caso, nel vicino stretto di Bab el-Mandeb, che separa la Penisola araba dal Corno d’Africa, i transiti giornalieri sono scesi ieri ad appena 26 navi, al di sotto della già magra media recente e ben lontano dalle oltre 40 di prima del conflitto. Insomma, la guerra continua, ma il prezzo, per tutti i contendenti e non solo, diventa ogni giorno più insostenibile.

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