Le forze armate degli Stati Uniti hanno sferrato nella notte una serie di attacchi contro diverse petroliere dell’Iran nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz per rispondere ai recenti tentativi della Repubblica islamica di colpire una nave militare americana, provocando la reazione di Teheran contro una base degli Usa in Giordania e alcune navi in transito nello Stretto di Hormuz, minacciando anche i bastimenti vicini ai porti del Kuwait e del Bahrein. Il drammatico botta e risposta riporta Stati Uniti e Iran allo scontro aperto dopo oltre sei mesi di conflitto e ha spinto nuovamente i prezzi del petrolio verso la soglia dei 100 dollari al barile.
I raid degli Usa
A ricostruire i dettagli delle operazioni militari americane ci ha pensato in una nota il Comando centrale delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom), secondo cui le truppe Usa hanno “distrutto cinque petroliere iraniane” appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra” di Teheran. A restare colpite sono state le motonavi Kaviz, Charminar, Horizon 1 e Riesco, che navigavano nel Golfo dell’Oman, e la Derya, che incrociava vicino all’isola di Kharg. “Le forze americane hanno ordinato agli equipaggi di abbandonare le navi prima che venissero colpite e rese inutilizzabili”, ha precisato il Centcom. L’azione è stata decisa dopo che, “negli ultimi giorni”, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica in Iran ha lanciato raid missilistici “in due distinte occasioni” contro una nave da guerra della Marina statunitense, che ha “evitato con successo i tentativi di attacco iraniani e ha continuato a pattugliare le acque regionali”, senza registrare alcun ferito. Non è la prima volta che le forze Usa colpiscono delle petroliere di Teheran in seguito a un tentativo di attacco da parte dei Pasdaran contro la propria Marina. Già il 5 settembre infatti, come confermato dal Centcom, gli Stati Uniti avevano “distrutto tre petroliere iraniane dopo che le Guardie Rivoluzionarie avevano tentato di attaccare una portaerei e un cacciatorpediniere statunitensi”. “L’Iran ha utilizzato le petroliere nell’ambito di una rete clandestina multimiliardaria che finanzia le Guardie Rivoluzionarie e i loro gruppi alleati nella regione (…) ma non dispone di alcun mezzo per difendere queste navi”, sottolinea il Comando centrale delle forze armate degli Stati Uniti.
Rappresaglie dei Pasdaran
La replica dell’Iran non si è fatta attendere ed è stata trasmessa direttamente dalla tv pubblica Irib. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha infatti divulgato un avviso rivolto agli equipaggi delle petroliere situate vicino ai porti del Kuwait e del Bahrain, ordinando loro di evacuare immediatamente le navi, sia che si trovino all’ancora sia che siano ormeggiate nei moli, perché “saranno prese di mira” per rappresaglia dopo gli attacchi statunitensi. Teheran ha inoltre accusato apertamente l’emirato e il regno arabo di ospitare forze militari americane e di aver fornito loro assistenza nell’esecuzione dei raid.
Attraverso l’agenzia di stampa ufficiale Irna, che cita una nota dei Pasdaran, la Repubblica islamica ha poi rivendicato un attacco compiuto contro due navi militari statunitensi e otto petroliere nel Golfo mentre tentavano di attraversare una zona dello Stretto di Hormuz definita “proibita e non sicura” da Teheran.
Ma l’escalation non si limita al dominio navale, investendo direttamente anche gli altri Paesi della regione, in primis la Giordania, che ospita una serie di basi militari statunitensi. “Il Regno Hashemita di Giordania è stato sottoposto a un attacco missilistico originato dal territorio iraniano nelle ultime ore”, ha confermato l’esercito di Amman in una nota citata dall’agenzia di stampa ufficiale Petra, specificando che le difese missilistiche “hanno intercettato e distrutto con successo 18 dei missili, mentre 2 sono atterrati in aree disabitate” e gli attacchi non hanno causato danni né vittime tra la popolazione civile.
Diplomazia in stallo
Tali eventi si collocano in un clima di crescenti minacce da parte di Teheran, che ha paventato ritorsioni contro le risorse e gli asset militari americani dislocati nella regione, includendo più volte nei propri avvertimenti la Giordania, il Bahrein e il Kuwait. Negli ambienti diplomatici dei Paesi mediatori come il Qatar e tra le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) serpeggia la concreta preoccupazione che la nuova escalation possa rivelarsi persino peggiore di quella registrata negli ultimi sei mesi di guerra, spingendo gli Stati della zona a prepararsi al peggio.
Questo ha spinto Doha a impegnarsi ancora di più per fermare la spirale di violenza in corso. Nelle scorse ore infatti, le autorità del Qatar hanno reso note una serie di nuove iniziative diplomatiche per cercare di riportare le parti in causa al tavolo delle trattative, muovendosi per coinvolgere altri attori di peso internazionale con l’obiettivo di favorire una de-escalation del conflitto. “Il Qatar sta collaborando con i partner nella regione e in tutto il mondo, inclusa la Cina, per riprendere i colloqui tra Stati Uniti e Iran”, ha fatto sapere ieri il ministero degli Esteri di Doha, proprio mentre il premier Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani si trovava in visita a Pechino. Questi sforzi però non hanno ancora prodotto risultati concreti, mentre le parti si preparano a continuare il conflitto.
Minacce reciproche
Proprio mentre volavano i missili, dalla Colombia, dove si trovava in visita ufficiale, il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha lanciato nella notte un avvertimento esplicito ai vertici di Teheran, ribadendo che Washington continuerà a colpire i bastimenti di greggio dell’Iran fino a quando la Repubblica islamica minaccerà le navi americane. “L’Iran continua a cercare di colpire le nostre unità e ogni volta che lo fa o cerca di farlo, perderà delle petroliere”, ha rimarcato il capo della diplomazia statunitense.
La risposta è arrivata direttamente dal comandante delle forze armate iraniane. “Qualsiasi attacco contro le petroliere iraniane comporterà l’attacco delle basi statunitensi nella regione da parte delle Forze Armate della Repubblica Islamica dell’Iran”, ha infine avvertito in una nota diramata oggi il capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane, generale Ali Abdollahi.
D’altra parte, come rimarcato ieri sui social dal segretario del Consiglio Supremo iraniano per la Sicurezza Nazionale iraniano Mohsen Rezaei, Teheran è pronta a portare il conflitto alle estreme conseguenze nel Golfo e nello Stretto di Hormuz. “Negli ultimi giorni, Washington ha ricevuto un chiaro avvertimento dai nuovi missili dell’Iran”, ha scritto Rezaei. “Alla guerra economica risponderemo con una zona di esclusione marittima attraverso il Golfo Persico fino al perimetro di blocco”, ha aggiunto. “La postura operativa nei confronti delle navi da guerra e delle basi statunitensi è stata fondamentalmente ricalibrata”. Non sorprende quindi che l’escalation abbia conseguenze economiche in tutto il mondo.
Effetti economici
Sul piano del commercio marittimo, le ripercussioni delle ostilità sono già evidenti. I dati preliminari sul tracciamento navale forniti dalla società Kpler e citati dall’agenzia di stampa britannica Reuters mostrano che il traffico di merci nello Stretto di Hormuz si mantiene su livelli insolitamente bassi. Nella giornata di ieri soltanto 6 navi hanno attraversato la via d’acqua, in calo rispetto alle 9 del giorno precedente e nettamente al di sotto della media degli ultimi dieci giorni, che attestava il passaggio di circa 12 imbarcazioni. I dati provvisori indicano che delle sei navi in transito, 5 entravano nello Stretto e una usciva dal Golfo, tra cui una petroliera di classe Panamax e un bastimento di dimensioni intermedie. Tali cifre potrebbero tuttavia subire variazioni, poiché è prassi comune per alcuni bastimenti spegnere i trasponder durante la navigazione per evitare di essere intercettati dalle parti in conflitto.
Una situazione analoga si registra anche nello Stretto di Bab el-Mandeb, un altro snodo marittimo fondamentale, che divide la Penisola araba dal Corno d’africa e dove l’escalation tra gli Houthi alleati di Teheran e l’Arabia Saudita ostacola ancora di più il commercio internazionale. Ieri, secondo i dati di Kpler, sono state tracciate soltanto 25 navi merci in transito (11 in entrata e 14 in uscita) in questo Stretto, a fronte delle 27 imbarcazioni segnalate in media negli ultimi dieci giorni. Tra le navi passate per Bab al-Mandeb figuravano due petroliere Suezmax, otto Aframax e una superpetroliera di tipo Vlcc.
Tensioni che hanno provocato una reazione immediata sui mercati energetici internazionali, dove le quotazioni del petrolio proseguono la tendenza al rialzo per la quarta seduta consecutiva. I contratti futures sul Brent, indice petrolifero di riferimento in Europa, hanno ormai raggiunto i 99 dollari al barile, mentre il greggio statunitense West Texas Intermediate (Wti) quota oltre i 94 dollari al barile. Dall’inizio del mese di agosto, le quotazioni sono aumentate di circa il 20%, spinte dal progressivo affievolirsi delle speranze in una soluzione permanente del conflitto scatenato il 28 febbraio scorso dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran.