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    Riprendono i raid degli Stati Uniti contro l’Iran: Teheran reagisce contro le basi Usa in Giordania e negli Emirati Arabi

    Un caccia stealth F-35B Lightning II del Corpo dei Marines, assegnato allo squadrone Green Knights del Marine Fighter Attack Squadron 121, decolla il 13 maggio 2026 dal ponte di volo della nave d'assalto anfibio di classe America USS Tripoli, impegnata nel blocco navale dell’Iran nel Mar Arabico. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

    I blitz delle forze armate statunitensi nella strategica isola iraniana di Larak, nello Stretto di Hormuz, interrompono un mese di tregua di fatto e scatenano la rappresaglia della Repubblica islamica. Intanto i prezzi del petrolio tornano a salire e la Casa bianca annuncia nuove pressioni finanziarie contro i partner commerciali dell’Iran

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 31 Ago. 2026 alle 08:54 Aggiornato il 31 Ago. 2026 alle 08:56

    Le forze armate degli Stati Uniti hanno condotto nella notte un attacco aereo sull’isola di Larak, in Iran, nello Stretto di Hormuz, provocando l’immediata reazione militare di Teheran che ha risposto lanciando missili e droni contro le basi statunitensi in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti. L’episodio interrompe una tregua di fatto che durava da circa quattro settimane, dopo il fallimento del memorandum d’intesa firmato lo scorso 17 giugno per porre fine al conflitto, in corso da ormai oltre sei mesi, provocando un nuovo rialzo dei prezzi petroliferi e una profonda instabilità economica.

    Il blitz Usa
    Il raid condotto nella notte dagli Stati Uniti costituisce il primo intervento armato americano sul suolo iraniano dal 29 luglio scorso, quando il Centcom aveva annunciato una pesante ondata di attacchi contro decine di obiettivi della difesa costiera iraniana per limitare gli attacchi di Teheran nello Stretto. Successivamente, il 1° agosto, il presidente Donald Trump aveva ordinato una sospensione delle incursioni su sollecitazione degli alleati del Golfo persico, come Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La situazione però è nuovamente precipitata nelle ultime ore.
    Il blitz, secondo quanto annunciato in una nota firmata dal portavoce del Comando centrale delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom) Tim Hawkins, ha infatti preso di mira due lanciamissili iraniani. L’attacco, ha spiegato Hawkins, è scattato dopo che le forze delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane sono state viste prepararsi a caricare missili da lanciare nello Stretto di Hormuz. Queste armi, secondo quanto precisato da una fonte militare statunitense all’emittente qatariota al-Jazeera, erano dotate di testate contenenti mine navali e ordigni a grappolo. Il bombardamento, secondo quanto confermato all’agenzia di stampa iraniana Tasnim da fonti dei Pasdaran, ha provocato almeno due morti e altrettanti feriti soltanto tra le Guardie della Rivoluzione Islamica.

    La rappresaglia dell’Iran
    Ma le reazione di Teheran non si è fatta attendere. Il generale Hossein Mohebi, portavoce dei Pasdaran, ha definito l’incursione statunitense, secondo quanto riportato da Tasnim, un “errore fatale del regime di Trump durante la guerra economica”, preannunciando che Washington ne avrebbe pagato le conseguenze sul piano militare ed economico. Poco dopo l’emittente pubblica iraniana Irib ha confermato l’avvio di un attacco condotto con missili balistici e droni verso le basi aeree di King Hussein e al-Azraq in Giordania, sedi di caccia e truppe americane, oltre ad azioni dirette contro imbarcazioni statunitensi nello Stretto. Anche ministero degli Esteri di Teheran ha ribadito in una nota ufficiale la ferma condanna dell’aggressione e ha sottolineato di aver agito per “legittima difesa” dopo i raid degli Usa sull’isola di Larak. “La piena responsabilità per le conseguenze delle nuove azioni aggressive degli Stati Uniti e per il proseguimento del blocco navale e della guerra economica contro l’Iran ricade sul regime statunitense e su tutte le parti che in qualsiasi modo colludono e partecipano alla preparazione e all’attuazione delle azioni illegali e abusive degli Stati Uniti”, si legge nella nota divulgata dalla diplomazia iraniana, citata dall’agenzia di stampa ufficiale Irna. “Le forze armate iraniane risponderanno con decisione a qualsiasi aggressione militare da parte del nemico, in base al loro diritto all’autodifesa, in modo appropriato”.
    L’esercito giordano ha comunicato di aver intercettato all’alba di oggi almeno otto missili che avevano violato il proprio spazio aereo, mentre fonti statunitense citate da Fox News hanno confermato che la quasi totalità dei vettori lanciati dall’Iran è stata abbattuta senza causare vittime o danni rilevanti. Contestualmente, l’agenzia di stampa ufficiale Irna ha riferito che Teheran ha sferrato un altro attacco con decine di droni contro la base aerea di al-Minhad, negli Emirati Arabi Uniti, mirando alle aree in cui stazionano elicotteri e truppe degli Stati Uniti. Intanto il ministero della Difesa Abu Dhabi ha annunciato di aver “neutralizzato” un drone lanciato dall’Iran che sorvolava le proprie acque territoriali. Sempre nelle stesse ore, i Pasdaran hanno rivendicato l’abbattimento di un drone statunitense MQ-9 sopra lo Stretto di Hormuz, precipitato poi nelle acque del Golfo Persico.

    Il fattore Hormuz
    La ripresa delle ostilità ha provocato un rialzo delle quotazioni del petrolio sui mercati asiatici, con l’indice Brent tornato oltre la soglia dei 90 dollari al barile. Lo Stretto di Hormuz, dove prima del conflitto transitava un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale con circa 130 attraversamenti al giorno, rimane il centro nevralgico dello scontro. Sebbene nelle scorse settimane sia il presidente Trump che il Centcom avessero annunciato di aver completato le operazioni di sminamento delle rotte internazionali, oggi la Marina dei Pasdaran, secondo una nota citata dall’agenzia di stampa Tasnim, ha reso noto che una superpetroliera ha urtato due mine nel tratto meridionale dello Stretto durante un tentativo di transito “illegale”, scatenando un vasto incendio che ha immobilizzato l’imbarcazione. Al contempo, ieri, l’agenzia di sicurezza britannica Ukmto ha segnalato un altro incidente, avvenuto sabato 29 agosto, in cui una un’altra petroliera è stata colpita da un proiettile di provenienza sconosciuta a 12 miglia nautiche a nord del porto di Khasab, in Oman, senza però provocare vittime o danni ambientali.

    La strategia sanzionatoria degli Usa
    Il conflitto, iniziato il 28 febbraio scorso con un attacco congiunto di Usa e Israele a cui l’Iran ha risposto colpendo anche i vicini Paesi del Golfo, vive una fase di stallo politico dopo la violazione del memorandum d’intesa firmato il 17 giugno e il fallimento del cessate il fuoco concordato ad aprile. Di fronte a una guerra sempre più impopolare in patria e con le scorte di intercettori missilistici in calo, secondo fonti citate dal Wall Street Journal, l’amministrazione americana sta cercando di evitare un ritorno a combattimenti su vasta scala spostando il focus sulla “guerra economica”, con nuove sanzioni contro Teheran e i suoi partner commerciali.
    Non a caso, in un’intervista concessa all’agenzia di stampa Associated Press prima del G20 previsto ad Asheville, in Nord Carolina, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha preannunciato l’imposizione di nuove sanzioni, anche secondarie, contro chi finanzia Teheran. “Questa sarà una violenza finanziaria, se necessario”, ha dichiarato Bessent. “Stiamo dimostrando alle persone che sappiamo chi siete, voi sapete chi siete, e tutto questo deve finire”. Sul tavolo, ha poi aggiunto segretario al Tesoro statunitense, resta persino l’opzione di sanzionare la Cina per gli acquisti di greggio iraniano. In proposito, Bessent ha definito “completamente false” le indiscrezioni su una presunta reticenza di Washington a colpire Pechino, che si è apertamente rifiutata di collaborare con la Casa bianca per isolare economicamente la Repubblica islamica. Ma le sanzioni secondarie sono già in atto: l’amministrazione Trump ha infatti annunciato l’intenzione di tagliare fuori dal sistema finanziario statunitense le filiali emiratine della Banque Misr, secondo istituto d’Egitto, per i loro legami con Teheran. La guerra, insomma, non accenna a fermarsi, né sul campo né sul piano economico internazionale.

    La posizione di Trump
    Il presidente statunitense tira dritto. “Al momento giusto, o vinceremo o loro (i leader dell’Iran, ndr) dovranno fare qualcosa. Non mi importa di vincere. Non ho bisogno di una firma su un pezzo di carta”, ha detto Trump in un’intervista concessa a Fox News, a cui l’inquilino della Casa bianca ha ripetuto il mantra del no al nucleare iraniano e della protezione di Israele. “Queste sono persone dure e intelligenti, ma sono molto cattive”, ha detto riferendosi alla leadership iraniana. “Sono persone molto violente e cattive, e se avessero un’arma nucleare, Israele non ci sarebbe più. Se non fossi presidente io, Israele sarebbe spacciato. Non ci sarebbe alcun Israele”.
    Quindi Trump ha anche ricordato le rappresaglie lanciate da Teheran contro i vicini Paesi del Golfo come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait. “Tutti sono rimasti scioccati. Io sono rimasto sorpreso. Ho pensato che fosse un’ottima cosa perché hanno perso tutto il sostegno che avevano”, ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti, che nella notte, sui propri canali social, ha alzato ulteriormente i toni, rilanciando due video generati dall’intelligenza artificiale che mostrano l’isola iraniana di Kharg devastata dalle esplosioni dei raid statunitensi.

    La riposta di Teheran
    Dal canto suo l’Iran, che stima danni per 270 miliardi di dollari dall’inizio del conflitto, non mostra segnali di cedimento. All’apertura del 26esimo vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) in corso in Kirghizistan, a cui partecipa anche il premier pakistano Shehbaz Sharif, nel ruolo di mediatore tra Washington e Teheran, il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, che negli scorsi giorni aveva ammesso le forti difficoltà economiche del Paese, ha tuttavia ribadito che gli Stati Uniti non otterranno nulla attraverso le pressioni finanziarie. “L’instabilità nella regione non è nell’interesse di nessun Paese e costituirà una sfida per tutti”, ha detto prima di partire per Bishkek, citato dall’agenzia Irna. “Non stiamo cercando la guerra e questo è il chiaro messaggio che abbiamo trasmesso al mondo finora, ma non rimarremo mai calmi di fronte a qualsiasi aggressione e daremo una risposta decisiva agli aggressori”, ha aggiunto Pezeshkian, appellandosi poi ai Paesi vicini. “Gli Stati regionali devono unire le forze e lavorare per garantire la sicurezza, l’economia e lo sviluppo della regione”.

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