Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, terrà oggi pomeriggio una conferenza stampa a Washington per svelare i dettagli di quella che ha definito “la più grande offensiva finanziaria dei sempre” contro l’Iran, mentre il comandante delle forze armate del Pakistan, Asim Munir, ormai mediatore storico tra Teheran e la Casa bianca, è atteso nelle stesse ore proprio nella capitale iraniana, dove domani arriverà anche il ministro degli Esteri dell’Oman, Sayyid Badr Albusaidi, per discutere della crisi in corso nello Stretto di Hormuz, che registra un marcato calo del traffico navale a causa del conflitto scatenato il 28 febbraio scorso da Usa e Israele contro la Repubblica islamica. Ma le ripercussioni della guerra si fanno sentire sempre di più anche in Asia orientale e in Europa e non solo alla pompa di benzina.
L’ora del “D-Day economico”
Il segretario al Tesoro Bessent non ha usato mezzi termini. In un editoriale pubblicato sul Financial Times, ha scritto che “all’alba inizia un D-Day economico: la singola più grande offensiva finanziaria mai organizzata contro un avversario” degli Stati Uniti. A circa sei mesi dall’inizio delle ostilità e dopo il fallimento del memorandum d’intesa firmato lo scorso 17 giugno, l’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump è tagliare “tutte le boe di salvataggio economiche” che permettono alla Repubblica islamica di sopravvivere. La settimana scorsa, lo stesso Bessent aveva giurato che le nuove sanzioni avrebbero fatto “crollare il regime” di Teheran, scatenando una serie di durissime repliche da parte iraniana. “Signor Bessent! La vostra narrazione non torna: dite che la potenza militare iraniana è stata ‘smantellata’, il 100% delle fabbriche militari ‘distrutto’ e il programma nucleare ‘sepolto’; ma contro l’Iran servirà lo stesso ‘la più grande offensiva finanziaria della storia’ e la mobilitazione di ‘tutte le istituzioni e i poteri’ americani!”, ha risposto oggi direttamente sui social il viceministro degli Esteri di Teheran, Kazem Gharibabadi. “Questa è una vittoria o l’ammissione di una sconfitta americana!?”.
L’offensiva era stata annunciata la scorsa settimana dal presidente Donald Trump, che aveva promesso a Teheran “una guerra economica e un isolamento senza precedenti”. Washington però non punta solo a colpire l’Iran, ma anche a mettere nel mirino quei “Paesi timorosi” che, secondo il segretario al Tesoro, praticano “l’appeasement” continuando a commerciare con Teheran. “Qualsiasi Paese consenta alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi di offrire all’Iran un’ancora di salvezza dovrà affrontare a sua volta conseguenze economiche tremende”, aveva avvertito la settimana scorsa l’inquilino della Casa bianca. “Farebbero bene a considerare le conseguenze del sostenere (l’Iran, ndr)”, ha ammonito Bessent sulle colonne del Financial Times. Tra i partner commerciali più importanti di Teheran ci sono gli Emirati Arabi Uniti, che hanno già annunciato la sospensione “di tutti gli scambi commerciali e delle transazioni finanziarie” con la Repubblica islamica, fino a nuovo ordine.
Diplomazia in movimento
Gli Stati Uniti hanno chiesto esplicitamente anche alla Cina di unirsi ai suoi sforzi per isolare l’economia iraniana. Pechino, però, che rappresenta un partner strategico fondamentale per Teheran, ha respinto l’invito criticando l’iniziativa di Washington. “Le sanzioni e le tattiche di pressione non sono una soluzione”, aveva spiegato nel fine settimana il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian. “La Cina invita le parti ad agire responsabilmente e ad attenersi all’approccio politico e diplomatico”. Una posizione che complica ulteriormente il quadro diplomatico.
Ma mentre Washington alza la voce, la diplomazia cerca ancora qualche spiraglio di trattativa. Questa mattina è atteso nella capitale iraniana, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Irna, il generale pakistano Asim Munir, che incontrerà i vertici della Repubblica islamica per la quarta volta da aprile, sottolineando il ruolo di Islamabad come mediatore tra Stati Uniti e Iran. Un ruolo che, in un contesto di escalation militare ed economica, potrebbe rivelarsi l’ultimo ponte diplomatico ancora in piedi tra le due parti.
Intanto, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, citato dall’Irna, ha confermato che il ministro degli Esteri dell’Oman, Sayyid Badr Albusaidi, arriverà domani a Teheran per proseguire i colloqui bilaterali proprio sullo Stretto di Hormuz. Un incontro che assume un rilievo cruciale, visto che il canale rappresenta uno dei passaggi obbligati per il commercio energetico mondiale. Prima del conflitto infatti da qui transitavano un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale.
I numeri raccontano da soli la gravità della situazione. Nell’ultimo fine settimana appena trascorso, secondo i dati preliminari della società di tracciamento navale Kpler, meno di venti navi mercantili hanno attraversato lo Stretto: quattro ieri e 13 il giorno prima. Cifre che potrebbero non corrispondere però ai transiti reali, dato che alcune imbarcazioni spengono i transponder durante la navigazione nel canale, rendendo difficile un monitoraggio completo. L’Iran e gli Stati Uniti hanno entrambi imposto blocchi che stanno progressivamente soffocando il traffico attraverso questo punto nevralgico per le forniture energetiche globali, spingendo in alto i prezzi. Oggi l’indice petrolifero Brent ha aperto le contrattazioni oltre 88 dollari al barile, mentre il WTI quotava intorno a 85 dollari al barile. L’indice Ttf di riferimento per il gas in Europa supera invece i 65 euro al megawattora.
Gli squilibri in Asia ed Europa
Le ripercussioni della crisi però si fanno sentire anche a migliaia di chilometri di distanza, non solo alla pompa di benzina o sulle bollette. Gli Stati Uniti hanno annullato l’esercitazione anfibia congiunta Ssangyong con la Corea del Sud, prevista per il prossimo mese. La notizia è stata confermata soltanto oggi in conferenza stampa da un portavoce militare sudcoreano ma il Corpo dei Marines degli Usa aveva formalmente notificato la decisione alla controparte di Seul già a giugno, spiegando che la disponibilità delle proprie forze era vincolata alla guerra in Iran, precisando che gli alleati restano in stretta consultazione per riprendere le manovre appena possibile.
La cancellazione segue di pochi giorni l’ordine a sorpresa del presidente Donald Trump di ridurre un’altra esercitazione annuale congiunta, l’Ulchi Freedom Shield, conclusasi venerdì scorso. Trump aveva motivato la decisione con i costi e con il rifiuto di Seul di partecipare alla guerra in Iran, le cui ripercussioni sono sempre più ampie ed evidenti, anche in Europa.
Una batteria di missili Patriot, secondo quanto riportato dall’emittente pubblica greca Ert, è stata trasferita dall’isola di Karpathos, nel sud-est dell’Egeo, a Creta, a causa delle minacce iraniane contro le basi Usa in Europa. Il ridispiegamento è iniziato ieri mattina tramite una chiatta salpata dal porto dell’isola, situata a sud-ovest di Rodi. La batteria missilistica è destinata alla base militare di Souda, a Creta, il più grande impianto militare statunitense e della Nato nel Mediterraneo orientale, a seguito delle minacce trapelate la settimana scorsa su possibili rappresaglie iraniane contro le installazioni degli Usa nel Vecchio continente.