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    Dietro le quinte dei negoziati sull’Ucraina: spunta un incontro “riservato” a Vienna tra ex funzionari di Regno Unito, Francia, Germania e Russia

    Una panoramica di Vienna. Credit: Jacek Dylag / Unsplash

    La riunione avvenuta nella capitale austriaca, tra tre ex pesi massimi di Londra, Parigi e Berlino, segue un altro summit simile tenuto a luglio a Baku, in Azerbaigian. Ma le trattative sono ufficialmente ancora ferme al palo

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 5 Ago. 2026 alle 13:40 Aggiornato il 5 Ago. 2026 alle 13:42

    Un britannico, un francese, un tedesco e un russo: non è l’inizio di una barzelletta, ma la cronaca di un incontro riservato tenuto lo scorso mese a Vienna per intavolare una trattativa che ponga fine alla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. L’indiscrezione svelata da alcune fonti a Bloomberg sembra più di una semplice voce, anche perché una riunione simile era avvenuta, il 12 luglio, a Baku, rivelata alla stampa nientemeno che dal presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, alla presenza del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Ma andiamo con ordine perché non parliamo di trattative ufficiali, almeno non ancora, piuttosto di incontri tenuti volutamente lontano dai riflettori, tra ex diplomatici di mestiere, di cui conosciamo quasi solo nomi e carriere.

    Chi era seduto al tavolo di Vienna
    Non sappiamo esattamente dove e quando si siano incontrati ma conosciamo tre dei quattro partecipanti alla riunione di Vienna dello scorso mese. Si tratterebbe, secondo le fonti citate da Bloomberg, dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale britannico Tim Barrow; dell’ex segretario di Stato tedesco nonché ex ambasciatore dell’Unione europea a Mosca, Markus Ederer; e del diplomatico francese Pierre Vimont. Silenzio invece sul quarto commensale, descritto solo come un ex funzionario del Cremlino, di cui le fonti citate hanno preferito non rivelare l’identità. Sebbene non abbiamo informazioni sul presunto rappresentante russo, gli altri rivelati da Bloomberg non sono nomi qualunque.
    Membro della Camera dei Lord, Tim Barrow è stato consigliere per la sicurezza nazionale del governo britannico dal settembre 2022 al novembre 2024, dopo aver servito come secondo sottosegretario permanente e direttore politico del Foreign Office. La sua lunga carriera diplomatica era cominciata già nel 1986 nel dipartimento per l’Europa occidentale del ministero degli Esteri, ma il suo primo incarico, svolto tre anni dopo, lo aveva portato proprio a Mosca, nell’ambito della British Days Exhibition, con la carica di secondo segretario della legazione britannica. In seguito ha ricoperto i ruoli di capo della “Russia Section” e direttore aggiunto per le relazioni esterne con l’Ue del Foreign Office; ambasciatore di Sua Maestà sia in Ucraina che in Russia; rappresentante britannico presso l’Unione europea a Bruxelles; nonché sherpa del Regno Unito in diversi vertici del G7 e del G20.
    Anche il tedesco Markus Ederer, nato nel 1957, ha ricoperto il suo primo incarico all’estero a Mosca, dove poi, dal 2017 al 2022, ha servito come ambasciatore dell’Unione europea in Russia, dopo aver già ricoperto il medesimo incarico in Cina tra il 2011 e il 2014. Diplomatico di carriera, era entrato al ministero degli Esteri di Berlino nel 1990 come segretario personale dell’allora sottosegretario liberal-democratico Helmut Schäfer. Inviato poi a Mosca nel dipartimento Economico dell’ambasciata tedesca in Russia, tornò in Germania nel 1993, dove divenne vice-portavoce del ministero degli Esteri. Nel 1999 si avvicinò per la prima volta alle istituzioni comunitarie quando fu nominato capo di gabinetto del coordinatore speciale dell’Unione europea del Patto di stabilità per l’Europa sudorientale, un ruolo allora ricoperto dal socialdemocratico tedesco Bodo Hombach, ex capo della Cancelleria di Gerhard Schröder, che era incaricato di organizzare gli aiuti nei Balcani. Da qui si avvicinò anche ai servizi visto che, dall’aprile 2002, è stato direttore del sottodipartimento di analisi politico-economica del Servizio d’Intelligence Federale tedesco (BND) a Monaco e Berlino, prima di essere nominato direttore della Pianificazione Politica dal 2005 al 2010 e poi segretario di Stato dal gennaio 2014 all’ottobre 2017 del ministero degli Esteri. Tornato in Germania, dopo essere stato rappresentante dell’Ue in Cina e Russia, ha infine servito come ambasciatore tedesco in Australia fino al 2023, quando è stato sostituito dalla moglie Beate Grzeski, ex assistente personale di Bodo Hombach dal 1999 al 2002, con cui si è sposato nel 2012, durante l’incarico svolto da entrambi a Pechino, dove lei era a capo del dipartimento economico dell’ambasciata tedesca.
    Pierre Vimont, invece, classe 1949, laureato all’Institut d’Etudes Politiques (Sciences Po) e alla Scuola nazionale di amministrazione (ENA) di Parigi, è quello che presenta il curriculum più “europeo” dei tre, mostrando però anch’egli una certa abitudine a dialogare con Mosca. D’altro canto, dal 2010 al 2015, ha diretto il servizio diplomatico esterno dell’Unione europea (EEAS) come segretario generale esecutivo, dopo essere stato ambasciatore francese a Washington dal 2007 al 2010 e prima ancora, dal 1999 al 2002, rappresentante permanente all’Ue. In servizio presso l’ambasciata francese a Londra dal 1977 al 1985 e impiegato brevemente presso l’East-West Institute di New York fino al 1986, aveva cominciato la sua carriera diplomatica presso le istituzioni comunitarie servendo in qualità di secondo consigliere della Rappresentanza permanente di Francia presso la Comunità europea a Bruxelles fino al 1990. Quindi è stato capo di gabinetto di tre ministri degli Esteri francesi (Dominique de Villepin dal 2002 al 2004, Michel Barnier fino al 2005 e Philippe Douste-Blazy fino al 2007). Nel 2015 fu inviato personale dell’allora presidente del Consiglio europeo Donald Tusk per guidare i preparativi del vertice de La Valletta, a Malta, tra l’Unione e i Paesi africani, mentre l’anno dopo fu nominato inviato speciale della Francia per il Medio Oriente alla Conferenza di pace di Parigi. Tra i 60 diplomatici espostisi a favore di Emmanuel Macron alle elezioni del 2017, dal 2019 è inviato speciale dell’Eliseo per “costruire un’architettura di sicurezza e fiducia” con la Russia. Insomma, tre pezzi da novanta abituati a dialogare con la Russia e con un passato presso le istituzioni comunitarie europee. Non è dato sapere, al momento, di cosa precisamente abbiano discusso con il rappresentante russo, rimasto finora anonimo, sappiamo però che quello di Vienna non è stato il primo incontro “riservato” di questo tipo avvenuto con esponenti del Cremlino.

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    Il precedente “giallo” di Baku
    Un’altra riunione simile tra ex funzionari tedeschi e russi, svelata pubblicamente il 21 luglio scorso dal presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, durante una conferenza stampa tenuta a Berlino accanto a un imbarazzato cancelliere Friedrich Merz, è avvenuta lo scorso mese a Baku. “Le statistiche dei voli forniscono elementi sufficienti per ritenere che si sia tenuto un incontro riservato”, disse allora il leader azero, spiegando che il suo regime non aveva “ricevuto alcuna notifica né dalla Germania né dalla Russia”. “Il nostro territorio è stato semplicemente utilizzato senza che ne fossimo a conoscenza”, aggiunse allora Aliyev, raccontando di aver appreso la notizia solo grazie ad alcune indiscrezioni, che lo avevano spinto a ordinare un’indagine alle Guardie di frontiera. “Posso confermare che l’informazione è stata verificata”, disse il presidente azero davanti a Merz, entrando nei dettagli, ragion per cui siamo venuti a conoscenza dell’incontro.
    Il 12 luglio scorso, su un volo partito da Berlino, atterrarono infatti a Baku due pesi massimi della politica tedesca, Ronald Pofalla e Matthias Platzeck, ripartiti per la Germania soltanto il 14. Lo stesso 12 luglio, da Mosca, arrivarono invece l’ex primo ministro russo Viktor Zubkov e Valery Fadeyev, presidente del Consiglio russo per la società civile, il primo ripartito il 13, il secondo il giorno seguente. Dopo lo sgarbo diplomatico, Aliyev non nascose una certa soddisfazione. “Se questo incontro serve a porre fine alla guerra tra Ucraina e Russia”, rimarcò, “noi naturalmente lo accogliamo con favore”.
    Ma i quattro nomi fatti dal presidente azero raccontano, meglio di qualsiasi nota diplomatica, quanto sia ancora spesso il filo che lega Berlino a Mosca. Pofalla, che Aliyev ha presentato come ex capo di gabinetto di Angela Merkel, guidò la Cancelleria federale di Berlino tra il 2009 e il 2013 con delega ai Servizi di intelligence, prima di entrare a far parte del management delle ferrovie tedesche Deutsche Bahn. Il titolo più pertinente, però, è un altro: Pofalla è stato infatti co-presidente del Dialogo di Pietroburgo, il forum semi-ufficiale tra Germania e Russia sospeso da Berlino dopo la prima invasione dell’Ucraina, e da allora non sembrerebbe aver mai reciso i contatti informali con la politica russa, tanto da essere stato indicato dal britannico The Times come un possibile mediatore ufficioso tra le due capitali. Al suo fianco Platzeck, ex governatore socialdemocratico del Brandeburgo ed ex presidente del Forum per la cooperazione russo-tedesca, è considerato l’anima della Spd più incline al dialogo con Mosca.
    Sul fronte russo i profili non sono da meno: Zubkov è stato primo ministro tra il settembre 2007 e il maggio 2008 e oggi presiede il consiglio d’amministrazione di Gazprom. Ma il suo legame con Vladimir Putin risale ai tempi in cui il leader russo era sindaco di San Pietroburgo e Zubkov ricopriva il ruolo di vicepresidente del comitato per le relazioni esterne dell’amministrazione cittadina. Fadeyev, invece, guida dal 2019 il Consiglio per la società civile e i diritti umani della Federazione Russa, un organismo consultivo più volte utilizzato da Putin anche come canale diplomatico informale. Entrambi, comunque, sono considerati uomini di assoluta fiducia del Cremlino. Allora però, rispondendo alle indiscrezioni del quotidiano britannico sui presunti sforzi tedeschi non ufficiali per ristabilire dei canali di comunicazione con Mosca, proprio il portavoce del governo russo Dmitrij Peskov notò che “nonostante un gran numero di discussioni tra politici europei occidentali, inclusi quelli in Germania”, tutto questo non si era tradotto in “politiche reali”. Chissà che il nuovo incontro di Vienna non cambi qualcosa.

    Nessun progresso ufficiale
    Intanto le trattative sono ufficialmente ferme, mentre la guerra continua a infuriare e a mietere vittime: almeno 17 persone sono state uccise e altre 45 sono rimaste ferite, secondo i servizi di emergenza ucraini, nei bombardamenti condotti stanotte dalla Russia nella capitale Kiev e nei dintorni. Non ci sono stati più incontri ufficiali tra i rappresentanti di Stati Uniti, Ucraina e Russia dopo i vertici trilaterali ospitati tra gennaio e febbraio ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, e Ginevra, in Svizzera. I risultati più concreti sono stati raggiunti solo per via unilaterale, come la tregua dichiarata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky e accettata dal leader russo Vladimir Putin, durata appena 32 ore tra l’11 e il 12 aprile in occasione della Pasqua ortodossa. Un successo che invece non è stato possibile ripetere per le celebrazioni della vittoria nella Seconda guerra mondiale dell’8 e 9 maggio.
    Ieri, secondo quanto rivelato su Telegram dal ministro della Difesa Rustem Umerov, proprio Zelensky ha convocato una riunione con rappresentanti politici e di intelligence incentrata sul processo negoziale per porre fine al conflitto. All’incontro erano presenti il capo dell’intelligence militare ucraina (HUR) Kyrylo Budanov; il capogruppo in Parlamento del partito presidenziale Servitore del Popolo, Davyd Arakhamia; e il primo viceministro degli Esteri di Kiev, Serhiy Kyslytsya. “Manteniamo un coordinamento quotidiano con la controparte americana. Parallelamente, prosegue il lavoro con i partner europei e con gli Stati del Medio Oriente e del Golfo per rafforzare il sostegno internazionale all’Ucraina e attuare soluzioni di sicurezza comuni”, ha rivelato Umerov, secondo cui “parte di questo lavoro si svolge a porte chiuse”. “Siamo pronti”, ha aggiunto, “a tutti i formati di negoziazione che possano avvicinarci a una pace giusta e duratura”. Un traguardo che, ad oggi, sembra ancora lontano.

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