L’Italia non parteciperà alle esercitazioni congiunte della Coalizione dei Volenterosi che sostiene l’Ucraina e non invierà nuove armi a Kiev, a cui fornirà invece “generatori elettrici per l’inverno” in arrivo.
Ieri, nel giorno in cui l’Ucraina celebrava il 35esimo anniversario della sua indipendenza, i leader della Coalizione si sono riuniti nella capitale per blindare il sostegno al presidente Volodymyr Zelensky a oltre quattro anni e mezzo dall’inizio dell’invasione russa. Il vertice, presieduto in presenza dal neopremier britannico Andy Burnham, alla sua prima uscita internazionale, affiancato dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, dalla presidente moldava Maia Sandu, dal primo ministro lussemburghese Luc Frieden e dal capo di Stato estone Alar Karis, ha visto la partecipazione da remoto anche del presidente francese Emmanuel Macron, del cancelliere tedesco Friedrich Merz e della nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Sul tavolo delle trattative pesava un’urgenza innegabile: rafforzare lo scudo antiaereo dell’Ucraina e predisporre un massiccio piano di assistenza energetica prima dell’arrivo dell’inverno. Ma stavolta l’Italia ha puntato solo sugli aiuti civili.
La linea di Meloni
Mentre Francia e Regno Unito concedevano agli ucraini di produrre i missili da crociera a lungo raggio SCALP e l’Unione europea prometteva un nuovo pacchetto di aiuti militari da 6,1 miliardi di euro per sistemi di difesa aerea, razzi, munizioni e radar, il Governo adottava invece una linea più prudente sul fronte prettamente bellico e più pragmatica su quello umanitario. In videocollegamento da Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha ribadito “il fermo sostegno dell’Italia alla sovranità, all’integrità territoriale e all’indipendenza dell’Ucraina”. Eppure, la premier ha scelto di concentrare i prossimi aiuti sull’emergenza freddo, più che sulla difesa antiaerea del Paese. Meloni ha infatti “confermato l’impegno italiano sul fronte umanitario in vista della stagione invernale”, precisando che tale sforzo “proseguirà con l’invio di ulteriori generatori, destinati in particolare a sostenere la resilienza della popolazione ucraina e a garantire la tenuta della rete energetica”. Nessuna apertura, dunque, a nuove forniture di armi, che in passato invece Roma aveva garantito a Kiev.
Un’impostazione che si riflette anche in un’altra decisione cruciale: l’Italia infatti non parteciperà alle future esercitazioni della Coalizione dei Volenterosi proposte da Emmanuel Macron. Questa mossa, a differenza della precedente, è invece perfettamente coerente con la linea rossa già tracciata da tempo dal Governo, che non intende coinvolgere i nostri militari sul campo. La presidente del Consiglio, che ha espresso “profonda vicinanza per le sofferenze causate dai continui attacchi russi contro le infrastrutture civili”, ha piuttosto rilanciato il ruolo diplomatico della Penisola, ribadendo “la determinazione dell’Italia a operare al fianco dei partner internazionali per favorire un percorso negoziale verso una pace giusta e duratura”.
La fuga in avanti di Parigi e Londra
Se Palazzo Chigi frena sull’impegno armato diretto, Parigi e Londra spingono forte sull’acceleratore della deterrenza. Sfruttando la vetrina del vertice, Emmanuel Macron ha annunciato “un’esercitazione su larga scala a ottobre e novembre” della Coalizione. L’inquilino dell’Eliseo ha spiegato che la mobilitazione servirà a dimostrare “la sua prontezza operativa e la sua capacità di agire una volta terminate le ostilità”, gettando così le basi per una futura forza multinazionale di interposizione. “È molto importante continuare a dare prova della nostra determinazione e della nostra prontezza”, ha incalzato il presidente francese durante il summit.
Dall’altra parte della Manica, invece, l’approccio britannico si è rivelato ancora più muscolare. Da Kiev, Andy Burnham ha rivolto un appello pressante agli alleati affinché decidano di “attingere alle proprie scorte” per fornire i cruciali missili intercettori Patriot a Zelensky, che non è riuscito a ottenerne la produzione in patria, pur promessa a parole da Donald Trump, dagli Stati Uniti. “L’Ucraina ha bisogno di maggiore aiuto per proteggere la sua popolazione proprio ora”, ha avvertito il premier laburista, assicurando che la Coalizione “sta facendo tutto il possibile e sta lavorando con gli alleati che ne fanno parte e con quelli esterni per mettere a disposizione le proprie scorte e incoraggiare altri Paesi a fare altrettanto”. Ma il vero colpo di scena di Downing Street ha riguardato i missili da crociera: Burnham ha infatti ufficializzato il via libera al gruppo MBDA alla condivisione tecnologica con Kiev, permettendo così all’Ucraina di fabbricare da sola i temibili Storm Shadow. “Il Regno Unito è stato il primo a fornire all’Ucraina armi a lungo raggio nel 2023”, ha ricordato con orgoglio il premier britannico. “Ora Volodymyr ci ha chiesto di condividere la nostra tecnologia Storm Shadow affinché l’Ucraina possa sviluppare autonomamente questa capacità. Sono lieto di confermare oggi di aver approvato tale richiesta”.
“Saremo al loro fianco per tutto il tempo necessario”, ha confermato il ministro della Difesa britannico Luke Pollard, in un video pubblicato sui social girato dalla base navale di Devonport. Questa decisione, come conferma una nota di Downing Street, consentirà “di realizzare linee di assemblaggio locali in Ucraina” del missile.
Il monito dei Volenterosi e la reazione di Mosca
Ma la dichiarazione finale, diramata proprio dall’ufficio del premier britannico, cristallizza la compattezza del blocco a favore di Kiev. I Volenterosi hanno riaffermato l’incrollabile solidarietà all’Ucraina e il suo inalienabile diritto a difendersi in base all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, mettendo in chiaro che le “minacce irresponsabili” di Mosca non freneranno l’Occidente. Nel testo trova spazio una durissima condanna per i sistematici attacchi russi contro i civili, in particolare per i danni inflitti all’ospedale pediatrico di Kiev e al prezioso monastero di Pechersk Lavra della capitale.
Per contrastare la macchina bellica russa, i leader puntano a un deciso incremento del supporto militare, a una maggiore cooperazione industriale e a un vitale rifornimento del Fondo energetico ucraino. Sul fronte economico è stata scelta la strategia del soffocamento: la Coalizione si prepara a inasprire le sanzioni contro il complesso militare-industriale di Mosca e a prosciugare le risorse finanziarie del Cremlino, accogliendo con favore i recenti sforzi del Senato degli Stati Uniti in questa direzione. Pur preparando il terreno a una futura forza multinazionale, i leader hanno comunque elogiato l’apertura di Zelensky a una pace globale e giusta, intimando però alla Russia un cessate il fuoco immediato e senza condizioni.
Lo stesso presidente ucraino aveva annunciato l’elaborazione di un piano per mettere fine alla guerra, elaborato con gli Stati Uniti e gli alleati in Europa, che prevederebbe un cessate il fuoco e una zona economica franca, che faccia da cuscinetto tra i territori controllati da Kiev e Mosca. Un’iniziativa che finora però non è stata confermata né dalla Casa bianca né dal Cremlino. La Russia sembra piuttosto concentrata sulle nuove concessioni offerte, soprattutto dal Regno Unito, a Kiev. “Il Regno Unito partecipa a questa guerra, alimenta sistematicamente e regolarmente il conflitto e getta benzina sul fuoco”, ha dichiarato ieri il portavoce del governo russo, Dmitrij Peskov.
Ancora sangue al fronte
Mentre la diplomazia lavora sugli scenari futuri, la guerra continua. Nella notte, come confermato dall’agenzia di stampa ucraina Rbc sulla base dei dati dell’Aeronautica militare di Kiev, l’aviazione russa ha sferrato un attacco simultaneo su quattro città: la capitale, Kharkiv, Zaporizhzhya e Dnipro. Missili e droni hanno scatenato incendi e squarciato edifici residenziali. A Kharkiv, l’impatto di un razzo sul quartiere di Osnovyansky ha ucciso una persona. Altre due vittime si registrano invece a Zaporizhzhya, un bilancio confermato dal capo dell’amministrazione militare locale, Ivan Fedorov, attraverso il suo canale Telegram.
Ma anche il suolo russo si continua a morire. La reazione ucraina si è abbattuta sulla regione di Krasnodar, a nord-est del Mar Nero, dove un attacco con droni ha centrato la raffineria di petrolio Afipsky. “I detriti dei droni sono caduti sulla stazione ferroviaria di Afipsky; purtroppo due persone sono state uccise”, ha dichiarato il governatore regionale Veniamin Kondratiev, ripreso dall’agenzia di stampa francese Afp. Un promemoria brutale di come, al di là delle strette di mano internazionali, la linea del fronte non conosca tregua.