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    Libia: Al-Serraj firma la tregua, ma Haftar dice no

    Il generale si rifiuta di ritirare le truppe: 24 ore per negoziare un nuovo accordo con Mosca

    Di Veronica Di Benedetto Montaccini
    Pubblicato il 14 Gen. 2020 alle 07:46 Aggiornato il 14 Gen. 2020 alle 09:56

    Guerra in Libia, Sarraj firma la tregua in Libia, ma Haftar dice no

    La guerra in Libia sembrava arrivata ad un momento di svolta per un cessate il fuoco permanente, ma nelle prime ore della mattina di martedì 14 gennaio è arrivata una frenata brusca. Il maresciallo Khalifa Haftar ha infatti lasciato Mosca senza firmare la tregua con il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, che invece aveva già ieri siglato il patto, sotto l’egida di Turchia e Russia.

    Haftar aveva chiesto la notte di tempo per riflettere: il motivo del rifiuto sarebbe la mancata considerazione di molte delle richieste dell’esercito nazionale libico.

    Ripresi i combattimenti a sud di Tripoli

    Intanto, Al Arabiya riporta che nella notte sono ripresi i combattimenti a sud di Tripoli. Mentre il portale Al Wasat, cirando testimoni oculari, parla di colpi di artiglieria sentiti nei sobborghi di Salah Al-Deen e Ain Zara, sempre a sud della capitale libica.

    Verso la conferenza di Berlino

    Il presidente russo Vladimir Putin e la cancelliera tedesca Angela Merkel si sono sentiti al telefono, su iniziativa di Berlino. Lo ha detto il servizio stampa del Cremlino. “Le parti hanno discusso dei preparativi per la conferenza internazionale sulla Libia a Berlino”.

    Putin ha anche informato la Merkel sull’incontro di Mosca a cui hanno partecipato i leader delle parti coinvolte nel conflitto libico, ha precisato il servizio stampa. Lo riporta Interfax.

    L’incontro a Mosca

    Sono state ore frenetiche quelle vissute ieri a Mosca, dove era attesa la sigla della tregua iniziata domenica tra le forze fedeli a Tripoli e l’autoproclamato Esercito nazionale libico di Bengasi.

    Nella capitale russa si erano ritrovati il capo del Consiglio presidenziale del Gna, Fayez al Sarraj, il generale Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, e il presidente dell’Alto consiglio di Stato con sede nella capitale, Khaled al Mishri, espressione queste ultime degli organi legislativi della dicotomia politica e territoriale libica.

    Sarraj ha però respinto la proposta di incontrare le controparti: “I colloqui di Mosca sono tenuti esclusivamente con Turchia e Russia”, ha precisato Al Mishri.

    Guerra in Libia, i punti della tregua

    Alle parti era stato sottoposto un accordo in sette punti. Ovvero osservare incondizionatamente il cessate il fuoco; normalizzare la vita a Tripoli e nelle altre città libiche e procedere a una de-escalation militare; assicurare l’accesso e la distribuzione di aiuti umanitari; formare una commissione militare 5+5 come prevista dal piano d’azione della missione delle Nazioni Unite (Unsmil); designare rappresentanti che partecipino al dialogo economico, militare e politico promosso dall’inviato Onu Ghassan Salamé; formare gruppi di lavoro per individuare una soluzione politica intra-libica; tenere il primo incontro dei gruppi entro gennaio 2020.

    Fonti vicine alla trattativa spiegano che, al di là dei 7 punti, sul terreno ci sono intricati nodi da sciogliere come la liquidazione dei mercenari, lo scioglimento delle milizie e il loro assorbimento in forze di sicurezza istituzionali, e il ritiro di Haftar con la conseguente ridefinizione di territori e competenze.

    Il ruolo dell’Italia

    Continua intanto l’attività diplomatica del governo Conte, decisiva nella svolta libica: il primo ministro nella giornata del 13 gennaio ha visitato Ankara per incontrare il presidente Erdogan.

    Al termine del colloquio con il presidente turco Giuseppe Conte ha detto: “Rivolgo un appello a tutti i libici: ogni giorno con ogni comportamento che assumono decidono del loro futuro, se ne vogliono uno di prosperità e benessere e vogliono aprirsi alla piena vita democratica troveranno sempre nell’Italia un alleato, perché non mira a interferenze che possano condizionare uno scenario futuro di piena autonomia e stabilità”.

    Intanto, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Tunisi il presidente: la Tunisia oltre ad essere un paese confinante con la Libia, è uno dei paesi arabi direttamente interessati al fenomeno di profughi in partenza dalla Libia.

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