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    Groenlandia: il nuovo accordo tra Stati Uniti, Danimarca e Nuuk assicura basi militari e l’adesione alla Nato “per sempre”

    Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, la premier della Danimarca, Mette Fredriksen, e il primo ministro del governo locale della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen. Credit: Christoph Strässler / ZUMAPRESS.com / Eliot Blondet-POOL/SIPA / AGF

    A settantacinque anni dal primo trattato della Guerra fredda, l'amministrazione Trump si assicura tre installazioni sull'isola e libertà di movimento su tutto il territorio, oltre a un freno ai capitali provenienti dalla Russia e dalla Cina. Copenaghen conserva la sovranità sulla carta, ma per la prima volta l'esecutivo locale firma da pari. La piena indipendenza però resta un miraggio

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 23 Set. 2026 alle 11:15 Aggiornato il 23 Set. 2026 alle 11:57

    Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, la premier della Danimarca, Mette Fredriksen, e il primo ministro del governo locale della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, hanno firmato ieri a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, un nuovo accordo di difesa che amplia le basi americane sull’isola artica e punta a blindarne la sicurezza di fronte alle presunte ambizioni di Russia e Cina, chiudendo – almeno per ora – una querelle che sembrava poter minacciare addirittura l’integrità della Nato.
    L’intesa arriva infatti dopo mesi di tensione per le ripetute minacce del presidente Donald Trump di volersi impossessare, “in un modo o nell’altro”, della Groenlandia, ma l’esito finale porta tutt’altro che a un’annessione. A Copenaghen resta infatti l’autorità sovrana sul territorio autonomo e Nuuk conserva il diritto all’autodeterminazione, mentre Washington ottiene tre installazioni militari permanenti, libertà di movimento sull’isola e potere di veto su eventuali schieramenti di truppe e investimenti da parte di Paesi estranei alla Nato o all’Unione europea. Sebbene per la prima volta un documento del genere porti anche la firma del leader del governo locale groenlandese, l’accordo, che dovrà ora passare al vaglio del Congresso di Washington e del Parlamento danese, sembra aver raggiunto l’unico scopo di ridimensionare le prospettive di piena indipendenza del territorio artico, che comunque a prescindere dalla volontà popolare dovrà restare nella Nato.

    Una querelle lunga 150 anni
    Cominciamo col dire che le mire americane sulla Groenlandia non nascono certo con Donald Trump. Tutto cominciò infatti nel 1868 quando l’allora segretario di Stato statunitense William Seward, che aveva appena negoziato con la Russia l’acquisto dell’Alaska da parte degli Stati Uniti, sottolineò l’importanza dei giacimenti di criolite presenti nel territorio artico danese per la produzione di alluminio, fondamentale per la guerra moderna. Il disegno però era persino più ambizioso. Nel suo “Rapporto sulle Risorse di Islanda e Groenlandia”, Seward sostenne che gli Usa avrebbero potuto sfruttare Groenlandia e Alaska come una tenaglia per spingere anche il Canada nell’Unione, un’altra idea più volte riproposta dallo stesso Trump. Per un secolo e mezzo rimase solo un’ipotesi, poi nel 2019, durante il suo primo mandato alla Casa bianca, Trump accarezzò l’idea di prendersi l’isola nel corso di una cena con il suo amico e miliardario newyorkese Ronald S. Lauder, erede della nota casa cosmetica. Allora il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa bianca fu improvvisamente incaricato di discutere i dettagli di come gli Stati Uniti avrebbero potuto acquisire l’isola. Il tutto a un costo spropositato che, secondo le stime allora riferite da alcuni studiosi ed ex funzionari statunitensi all’emittente Nbc, si sarebbe aggirato tra i 500 e i 700 miliardi di dollari. L’idea fu però più volte respinta al mittente sia dal regno danese che dal governo autonomo groenlandese.
    Eppure tra Washington e Copenhagen gli scambi territoriali non sono affatto una novità. Fu proprio William Seward a trattare per primo con il regno scandivo un “affare” che, a causa dell’opposizione del Senato statunitense, si sarebbe concluso soltanto mezzo secolo dopo. Nel 1916, infatti, gli Stati Uniti versarono alla Danimarca 25 milioni di dollari in oro per le Indie occidentali danesi, oggi Isole Vergini americane. In cambio, gli Usa riconobbero la sovranità di Copenaghen proprio sulla Groenlandia. Da allora passò un altro trentennio fino a quando, dopo la Seconda guerra mondiale, Harry Truman provò ad acquisire il territorio autonomo danese nel quadro della strategia di contrasto all’Unione sovietica durante la Guerra fredda. Anche allora il regno rifiutò di cedere, ma l’uomo che ordinò i primi (e finora unici) bombardamenti atomici della storia non restò a bocca asciutta.

    Da Truman a Trump
    La prima intesa fu conclusa nel 1941, in piena occupazione nazista della Danimarca, quando Truman era ancora vicepresidente di Franklin Delano Roosevelt. Fu l’ambasciatore danese a Washington, Henrik Kauffmann, a firmare l’accordo con il segretario di Stato, Cordell Hull, di “sua iniziativa” e senza mandato ufficiale da Copenaghen, che su spinta dei nazisti lo ripudiò, salvo poi ratificarlo nel 1945 a occupazione e guerra finite. Quel primo trattato, approvato dai funzionari locali danesi in Groenlandia, autorizzava gli Stati Uniti a installare basi sull’isola senza pregiudizio per la sovranità della Danimarca.
    Ma con la nascita della Nato, avvenuta nel 1949, servì un nuovo accordo. Così, il 27 aprile 1951, sotto la presidenza Truman, i rappresentanti delle due capitali firmarono a Copenaghen l’accordo rimasto in vigore fino a oggi ed emendato dall’intesa voluta da Donald Trump. Quel trattato prevedeva “aree di difesa” concordate di volta in volta tra Washington e Copenaghen e ampi poteri statunitensi al loro interno, dalla costruzione di impianti alla giurisdizione sul proprio personale, pur riconoscendo la sovranità danese sull’isola.
    Nel 2004 l’accordo di Igaliku ridusse tutto a un’unica area, la base di Thule, oggi chiamata “Pituffik Space Base” e riservata alle forze militari spaziali statunitensi, che al posto delle vecchie norme unilaterali americane passò alla giurisdizione Nato delle forze straniere, e per la prima volta fece sedere al tavolo, anche se solo in veste consultiva, un rappresentante del governo autonomo groenlandese.
    Il testo firmato ieri però va oltre. Le aree di difesa diventano infatti tre. Oltre al potenziamento di Pituffik saranno installate nuove basi statunitensi a Narsarsuaq, nel sud, e a Mestersvig, nell’est dell’isola. Per aprirne altre, inoltre, non saranno più necessari lunghi negoziati ufficiali tra i governi ma appena 90 giorni di trattative tra tecnici, che, se non porteranno a una conclusione positiva, saranno prima sostituiti dai rispettivi viceministri e poi dai ministri competenti. Washington ottiene anche un accesso quasi illimitato a terra, mare, aria e fondali dell’isola per garantirne la sicurezza, oltre a un diritto di veto sugli investimenti in settori sensibili da parte di Paesi stranieri non appartenenti né partner della Nato o dell’Unione europea. Una norma che è stata specificamente pensata per tenere fuori i capitali provenienti dalla Russia e dalla Cina, anche se, nonostante la retorica, l’accordo riguarda nominalmente soltanto la difesa e la sicurezza dell’isola e non cita direttamente i contratti minerari.
    La vera svolta politica, però, è un’altra. La Groenlandia infatti non è più un territorio di cui discutono i governi di Stati Uniti e Danimarca, ma per la prima volta ha un proprio rappresentante, il primo ministro del governo autonomo locale, che firma l’accordo come “Parte” in causa, alla pari di Washington e Copenaghen. Tuttavia, pur riconoscendone il diritto all’autodeterminazione, l’intesa sembra mettere in un certo senso in discussione le prospettive di piena indipendenza dell’isola. Se un giorno infatti la Groenlandia dovesse abbandonare l’unione con il regno danese, dovrebbe comunque restare nella Nato e onorare tutti gli impegni presi oggi da Copenaghen, a prescindere dalla volontà popolare. L’intesa, infatti, non prevede alcuna scadenza e potrà essere modificata solo con il mutuo consenso delle parti.

    Credit: TPI
    [LEGGI ANCHE: L’isola del tesoro nel mirino di Trump: ecco perché la Groenlandia è così importante per gli Usa]

    L’importanza strategica dell’isola
    Ma perché la Groenlandia è considerata così importante da aver rischiato addirittura di dividere le due sponde atlantiche della Nato? Parliamo della più grande isola del mondo, per quattro quinti coperta dai ghiacci, incastonata fra il continente nordamericano, di cui fa parte geologicamente, e l’Europa, a cui la lega la Danimarca. Il territorio autonomo danese insiste sul corridoio navale strategico che la divide dall’Islanda e dalle isole britanniche, usato durante la Guerra fredda per intercettare i sommergibili sovietici e oggi ancora utile per la stessa ragione in funzione anti-russa e anti-cinese nel teatro della competizione per l’Artico. Inoltre la sua proiezione verso il Polo Nord la rende un punto ideale per i radar antimissile e la sorveglianza spaziale, due funzioni che il nuovo accordo lega esplicitamente al futuro scudo balistico “Golden Dome” voluto da Donald Trump.
    Poi ci sono le risorse, anche se spesso vengono raccontate in modo esagerato. Il ghiaccio cela giacimenti di oltre 43 dei 50 minerali critici censiti in tutto il mondo e le stime del Servizio geologico statunitense classificano l’isola all’ottavo posto a livello globale per riserve di terre rare. Tale dotazione, secondo le autorità locali, è “paragonabile a quella presente in regioni minerarie consolidate come Australia, Canada e Scandinavia”. Ma finora le miniere davvero attive restano soltanto due, una di oro e una di feldspato, perché costi, clima, normative locali a tutela dell’ambiente e infrastrutture quasi assenti hanno bloccato quasi ogni investimento. L’economia reale infatti corre altrove. Circa il 90% dell’export groenlandese, pari a quasi 800 su 900 milioni di euro di beni esportati totali l’anno scorso, viene ancora dalla pesca. L’isola può contare su una zona economica esclusiva di oltre 200 miglia nautiche, controllata dal governo autonomo di Nuuk, che gode della piena autorità sull’intero settore e può predisporre controlli sulle attività delle navi in transito provenienti dall’estero.
    D’altronde anche le rotte artiche promettono più di quanto possano oggi mantenere. A causa del riscaldamento globale e per effetto della cosiddetta “amplificazione artica”, l’estensione e la durata del ghiaccio marino si stanno riducendo, accelerando invece l’arretramento dei ghiacciai costieri. Così diventano navigabili fiordi e rotte prima impraticabili e per periodi sempre più lunghi. Entro il 2050, secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), l’Oceano Artico sarà “praticamente privo di ghiaccio” al suo minimo stagionale. Così la navigabilità lungo le coste artiche di Russia e Norvegia o del Passaggio a Nord-Ovest tra Alaska (Usa), Canada e Groenlandia dovrebbe non solo accrescere i trasporti marittimi attraverso il Polo Nord ma garantire un maggiore accesso alle locali risorse ittiche, di idrocarburi e di altre materie prime. Secondo un’analisi pubblicata nel 2024 dal Middlebury Institute of International Studies, la sola Rotta artica, aperta nel 2021, permette di ridurre di una decina di giorni i tempi di spedizione navale tra il porto di Shanghai, in Cina, e Rotterdam, nei Paesi Bassi, con risparmi significativi rispetto ai circa 40 giorni necessari attraversando il Canale di Suez o ai 50 che servono per circumnavigare l’Africa superando il Capo di Buona Speranza.
    Eppure, sebbene i volumi siano in crescita, questa rotta resta ancora marginale rispetto a quelle tradizionali, rappresentando l’anno scorso meno dello 0,1% del commercio globale di container. Il volume totale delle merci trasportate nel 2025 sulla cosiddetta “Via della Seta Polare” superava infatti a malapena i 37 milioni di tonnellate metriche rispetto ai 464 milioni che nello stesso periodo avevano attraversato il Canale di Suez. Tra queste, solo 3,2 milioni di tonnellate hanno percorso l’intera Rotta Marittima del Nord, dove i bastimenti provenienti da Russia e Cina rappresentavano ancora l’85% dei poco più di 100 transiti totali registrati l’anno scorso. Numeri destinati probabilmente a crescere a causa dell’escalation in corso nello Stretto di Bab el-Mandeb, tra la Penisola araba e il Corno d’Africa, ma ancora troppo contenuti per spostare gli equilibri commerciali globali.

    Reazioni internazionali
    Le reazioni alla firma dell’accordo non sono comunque mancate. Da parte sua, Donald Trump ha parlato di un’intesa “senza precedenti” che garantisce agli Stati Uniti “il controllo permanente sulla sicurezza” del territorio autonomo danese, mentre il suo segretario di Stato, Marco Rubio, ha rivendicato un risultato “a costo zero per il contribuente americano”. La premier danese Mette Frederiksen lo ha definito “un accordo ancora più grande e migliore” di quello di 75 anni fa, “un patto che può durare per sempre”, utile “agli Stati Uniti, alla Groenlandia, alla Danimarca, alla Nato e quindi anche all’Europa”. Anche il premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha parlato di un’intesa “storica”. “La vostra sicurezza è la nostra sicurezza”, ha ricordato agli Stati Uniti e alla Danimarca.
    Un plauso entusiasta è arrivato anche dal segretario generale della Nato, Mark Rutte; dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen; e dai governi di Germania, Norvegia, Svezia ed Estonia. Dall’Italia poi, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha elogiato l’accordo, ribadendo che “l’Artico è un’area strategica” e che “la sicurezza si costruisce insieme”. “Come l’Italia ha sempre sostenuto, il dialogo tra alleati si conferma ancora una volta la strada giusta”, ha rimarcato sui social la leader di Fratelli d’Italia.
    Resta però una distanza che nessun comunicato ha colmato: fra i groenlandesi l’idea di diventare cittadini americani non piace affatto. Alle elezioni del marzo dell’anno scorso, non a caso, il partito indipendentista e anti-annessione Naleraq è arrivato secondo, e l’ultimo sondaggio condotto da Verian all’85% la quota di isolani contrari ad aderire agli Stati Uniti, mentre solo il 21% degli americani interpellati dal Pew Research Center vorrebbe il territorio autonomo danese all’interno dell’Unione. D’altra parte, va ripetuto, il nuovo accordo non costituisce un’annessione, nemmeno di fatto, da parte degli Stati Uniti ma rappresenta l’estensione, seppur ampia, di un’alleanza con la Danimarca che dura da più di ottant’anni. Garantisce però, questo sì, che, comunque vada a finire la lotta per l’indipendenza da Copenhagen, l’isola resti ancorata all’Alleanza atlantica. È questo, al di là del potenziale sfruttamento minerario, il risultato più importante raggiunto da Washington.

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