Oltre 80 attori, tra cui Javier Bardem, Brian Cox e Tilda Swinton, e registi, tra cui Adam McKay, Fernando Meirelles e Mike Leigh, hanno firmato una lettera aperta in cui condannano il “silenzio” del Festival del cinema di Berlino sul “genocidio dei palestinesi” di cui accusano Israele nella Striscia di Gaza e la “censura” degli artisti che ne parlano apertamente.
I firmatari, si legge nella missiva divulgata dal Film Workers for Palestine, “si aspettano che le istituzioni del nostro settore rifiutino di essere complici della terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi”. Chiedono inoltre alla Berlinale “di dichiarare chiaramente la sua opposizione al genocidio, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra di Israele contro i palestinesi” a Gaza.
La lettera aperta è stata pubblicata ieri, martedì 17 febbraio 2026, nel bel mezzo dell’edizione 2026 della Berlinale, in particolare dopo le dichiarazioni rese nella conferenza stampa di apertura dal presidente della giuria, Wim Wenders, secondo cui il cinema “è l’opposto della politica”. “Dobbiamo stare fuori dalla politica perché se realizziamo film che sono espressamente politici, entriamo in un campo che non ci appartiene”, aveva detto il regista di capolavori quali “Il cielo sopra Berlino”, “Buena Vista Social Club” e “Il sale della Terra”. “La libertà di parola è una realtà alla Berlinale. Ma sempre più spesso ci si aspetta che i registi rispondano a qualsiasi domanda venga loro posta. Vengono criticati se non rispondono. Vengono criticati se rispondono e non ci piace quello che dicono. Vengono criticati se non riescono a condensare pensieri complessi in un breve frammento sonoro quando un microfono viene piazzato davanti a loro, mentre pensavano di parlare di qualcos’altro”, aveva aggiunto in una lunga nota la direttrice del festival Tricia Tuttle. “Gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di parola come preferiscono. Non ci si dovrebbe aspettare che commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, su cui non hanno alcun controllo. Né ci si dovrebbe aspettare che intervengano su ogni questione politica sollevata, a meno che non lo desiderino”.
Tuttavia, nella lettera aperta divulgata ieri, i firmatari si dicono “fermamente in disaccordo” con le affermazioni di Wenders sul rapporto tra cinema e politica. “Non si può separare l’una dall’altra”, si legge nel testo della missiva, secondo cui ormai tale “tendenza sta cambiando nel mondo del cinema internazionale”. In proposito, il documento cita i “molti festival internazionali” che “hanno aderito al boicottaggio culturale dell’apartheid israeliano” e il rifiuto di oltre 5.000 lavoratori del settore, “tra cui importanti personalità di Hollywood e internazionali”, di collaborare con “aziende e istituzioni cinematografiche israeliane complici” delle violenze contro i palestinesi a Gaza.
I firmatari poi ricordano come, in passato, la Berlinale abbia espresso “chiaramente” la propria condanna delle “atrocità” commesse in Iran e Ucraina e invitano a fare lo stesso per Gaza e la Cisgiordania. “Invitiamo la Berlinale ad adempiere al suo dovere morale e a dichiarare chiaramente la sua opposizione al genocidio, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra di Israele contro i palestinesi e a porre completamente fine al suo impegno nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di giustizia”, conclude la missiva. Di seguito pubblichiamo il testo integrale e le firme:
“Lettera aperta alla Berlinale”
Scriviamo come operatori del cinema, tutti noi, passati e presenti partecipanti alla Berlinale, che ci aspettiamo che le istituzioni del nostro settore rifiutino la complicità nella terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi. Siamo sgomenti per il coinvolgimento della Berlinale nella censura di artisti che si oppongono al genocidio in corso perpetrato da Israele contro i palestinesi a Gaza e al ruolo chiave dello Stato tedesco nel renderlo possibile. Come ha dichiarato il Palestine Film Institute, il festival ha “vigilato sui registi, impegnandosi costantemente a collaborare con la Polizia Federale nelle sue indagini”.
L’anno scorso, i registi che si erano espressi a favore della vita e della libertà palestinese dal palco della Berlinale hanno riferito di essere stati duramente rimproverati dai responsabili della programmazione del festival. Un regista è risultato indagato dalla polizia e la direzione della Berlinale ha falsamente insinuato che il commovente discorso del regista – basato sul diritto e sulla solidarietà internazionale – fosse “discriminatorio”. Come ha dichiarato un altro regista a Film Workers for Palestine a proposito del festival dell’anno scorso: “C’era nell’aria una sensazione di paranoia, di non essere protetti e di essere perseguitati, che non avevo mai provato prima a un festival cinematografico”. Siamo al fianco dei nostri colleghi nel respingere questa repressione istituzionale e il razzismo anti-palestinese.
Siamo fermamente in disaccordo con l’affermazione del presidente della giuria della Berlinale 2026, Wim Wenders, secondo cui il cinema è “l’opposto della politica”. Non si può separare l’una dall’altra. Siamo profondamente preoccupati che la Berlinale, finanziata dallo Stato tedesco, stia contribuendo a mettere in pratica ciò che Irene Khan, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per la Libertà di Espressione e di Opinione, ha recentemente condannato come l’abuso da parte della Germania di una legislazione draconiana “per limitare in maniera agghiacciante la difesa dei diritti dei palestinesi, la partecipazione pubblica e restringere il dibattito nel mondo accademico e artistico”. Questo è anche ciò che ha recentemente denunciato Ai Weiwei, secondo cui la Germania “sta facendo quello che ha fatto negli anni ’30” (concordando con il suo intervistatore che ha suggerito come “si tratti dello stesso impulso fascista, diretto soltanto verso un bersaglio diverso”). Tutto questo in un momento in cui stiamo apprendendo nuovi, terrificanti dettagli sui 2.842 palestinesi “spazzati via” dalle forze israeliane utilizzando armi termiche e termobariche di fabbricazione statunitense, proibite a livello internazionale. Nonostante le abbondanti prove dell’intento genocida, degli atroci e sistematici crimini e della pulizia etnica di Israele, la Germania continua a fornire a Israele le armi utilizzate per sterminare i palestinesi a Gaza.
La tendenza sta cambiando nel mondo del cinema internazionale. Molti festival cinematografici internazionali hanno aderito al boicottaggio culturale dell’apartheid israeliano, tra cui l’International Documentary Festival di Amsterdam, il più grande al mondo, il BlackStar Film Festival negli Stati Uniti e il Film Fest Gent, il più grande in Belgio. Oltre 5.000 operatori del cinema, tra cui importanti personalità di Hollywood e internazionali, hanno inoltre annunciato il loro rifiuto di collaborare con aziende e istituzioni cinematografiche israeliane complici.
Eppure, la Berlinale non ha ancora accolto le richieste della sua comunità di rilasciare una dichiarazione che affermi il diritto dei palestinesi alla vita, alla dignità e alla libertà; condanni il genocidio israeliano in corso ai danni dei palestinesi; e si impegni a sostenere il diritto degli artisti a esprimersi senza restrizioni a sostegno dei diritti umani dei palestinesi. Questo è il minimo che può – e dovrebbe – fare.
Come ha affermato il Palestine Film Institute, “siamo sconvolti dal silenzio istituzionale della Berlinale sul genocidio dei palestinesi e dalla sua riluttanza a difendere la libertà di parola e di espressione dei registi”. Proprio come il festival ha rilasciato dichiarazioni chiare in passato sulle atrocità commesse contro le popolazioni in Iran e Ucraina, invitiamo la Berlinale ad adempiere al suo dovere morale e a dichiarare chiaramente la sua opposizione al genocidio, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra di Israele contro i palestinesi e a porre completamente fine al suo impegno nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di giustizia.
Firmato da: Adam McKay, Adèle Haenel, Alan O’Gorman, Alexandra Juhasz, Alexandre Koberidze, Alia Shawkat, Alison Oliver, Alkis Papastathopoulos, Ana Naomi de Sousa, Angeliki Papoulia, Antigoni Rota, Ariane Labed, Artemis Anastasiadou, Ashley McKenzie, Avi Mograbi, Bahija Essoussi, Ben Russell, Bingham Bryant, Blake Williams, Blanche Gardin, Brett Story, Brian Cox, Camilo Restrepo, Carice Van Houten, Charlie Shackleton, Cherien Dabis, Christopher Young, Dali Benssalah, David Osit, Deragh Campbell, Dustin Defa, Eleni Alexandrakis, Elhum Shakerifar, Emilie Deleuze, Eyal Sivan, Fernando Meirelles, Fil Ieropoulos, Geoff Arbourne, Hany Abu Assad, Hind Meddeb, James Benning, Javier Bardem, John Greyson, Jon Jost, Khalid Abdalla, Leah Borromeo, Lukas Dhont, Mahdi Fleifel, Mai Masri, Malika Zouhali-Worrall, Manuel Embalse, Marina Gioti, Marion Schmidt, Merawi Gerima, Miguel Gomes, Mike Leigh, Miranda Pennell, Namir Abdel Messeeh, Nan Goldin, Narimane Mari, Nina Menkes, Pascale Ramonda, Patricia Mazuy, Paul Laverty, Pedro Pimenta, Peter Mullan, Phaedra Vokali, Robert Greene, Saeed Taji Farouky, Saleh Bakri, Samaher Alqadi, Sarah Friedland, Sepideh Farsi, Shirin Neshat, Smaro Papaevangelou, Sofia Georgovassili, Tatiana Maslany, Thodoris Dimitropoulos, Tilda Swinton, Tobias Menzies e Tyler Taormina.