Ieri, lunedì 26 maggio, Papa Leone XIV ha pubblicato la prima enciclica del suo pontificato, dal titolo “Magnifica humanitas” (“Umanità magnifica”). Il tema scelto è quello dell’Intelligenza artificiale. «Nel tempo dell’IA», avverte Prevost, «la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione»: per questo «abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani».
La tecnica, secondo Leone, «non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona»: al contrario, essa è un «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». Tuttavia oggi «la potenza e la pervasività delle tecnologie plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa», osserva il Santo Padre.
Di qui, il richiamo alla necessità di «costruire nel bene», seguendo la logica della «corresponsabilità coraggiosa» e della «sussidiarietà», affinché «l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare». «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza – è il messaggio del pontefice – il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato».
Dalla questione operaia ad Anthropic
Tradotta in otto lingue e articolata in cinque capitoli (più un’introduzione una conclusione), l’enciclica è stata pubblicata nel 135esimo anniversario della promulgazione della «Rerum novarum», la più celebre delle lettere pastorali firmate da Leone XIII. La Dottrina Sociale della Chiesa teorizzata in quel documento è il punto di riferimento su cui innestano le riflessioni attuali di Prevost.
Come Leone XIII alla fine dell’Ottocento si addentrò nella «questione operaia» («gli operai sono stati abbandonati, soli e indifesi, alla disumanità dei padroni e alla sfrenata cupidigia dei concorrenti»), così oggi Leone XIV si confronta con le opportunità e i rischi dell’Intelligenza artificiale. «La Dottrina Sociale della Chiesa – osserva il Papa americano – ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo.
Alla presentazione della “Magnifica humanitas” era presente in Vaticano anche Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, gigante statunitense dell’IA, protagonista di un duro scontro nei mesi scorsi con l’Amministrazione degli Stati Uniti per essersi rifiutata di contribuire a un progetto di sorveglianza di massa dei cittadini. Nelle settimane che hanno preceduto la pubblicazione dell’enciclica, il pontefice ha incontrato anche i rappresentanti di altre Big Tech, tra cui Google, Meta e Amazon.
Umanità al bivio
Oggi, secondo Prevost, «l’umanità è posta davanti a una scelta: se lasciarsi guidare dalla tecnologia e dal progresso come unici principi su cui costruire la nostra civiltà o se porre al centro la dignità della persona, riconducendo il progresso tecnico a strumento».
Nell’enciclica si ricorda come nel corso della storia lo sviluppo tecnologico abbia contribuito «a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità» ma abbia anche provocato «danno» quando non è stato «orientato al bene».
«La tecnologia – ribadisce Leone – non è di per sé un male». Ma non è nemmeno «neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». L’alternativa, dunque, non è tra accettare o rifiutare la tecnologia, bensì tra un uso che disgrega e uno che custodisce l’umano.
Il Papa mette in guardia dal rischio che lo sviluppo tecnologico diventi criterio assoluto di giudizio, dando forma al «paradigma tecnocratico», capace di ridurre la realtà a ciò che è misurabile, calcolabile e ottimizzabile. «Negli ultimi anni – rileva – è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’Intelligenza artificiale e la robotica stiano trasformando il nostro mondo».
Ecco dunque una distinzione fondamentale tra «intelligenza umana» e «intelligenza artificiale». I sistemi di IA, pur capaci di imitare alcuni linguaggi e comportamenti, restano estranei all’esperienza propriamente umana: «Le cosiddette intelligenze artificiali – fa notare il Santo Padre – non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, responsabilità». Quindi non possono assumere una responsabilità morale né comprendere il senso ultimo delle decisioni che contribuiscono a generare.
Ne segue che è senza dubbio «necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico». Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva Papa Francesco – ricorda Leone – occorre «domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti». Perché, se un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione, oggi invece «i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune».
La dignità umana
Il «bene comune» è uno dei concetti fondativi della Dottrina Sociale della Chiesa. Inteso non come somma di interessi individuali, ma come realtà eminentemente relazionale: «L’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente».
Prevost si rifà a una visione della persona umana incentrata sulla relazione: l’essere umano è creato a immagine del «Dio trinitario» ed è chiamato alla comunione. Da questa origine discende una dignità che precede ogni valutazione funzionale, produttiva o sociale. L’enciclica distingue diverse dimensioni della dignità, ma ne sottolinea una decisiva, che non dipende dalle circostanze o dalle capacità individuali. Viene affermato con chiarezza che esiste «un livello più profondo, il più importante, che consiste nella dignità ontologica»: «È la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio».
Babele o Gerusalemme?
Leone XIV richiama due immagini bibliche: la torre di Babele («un’opera sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità») e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (completata «attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo»). «La tecnologia – scrive – può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie». Di conseguenza, «la scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna».
Il Papa invita allora a evitare quella che definisce «la sindrome di Babele: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico, anche digitale, capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni».
Al contrario, bisogna «riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità».
L’IA in guerra
Se il potere tecnologico tende oggi a concentrarsi nelle mani di pochi attori privati e transnazionali, il rischio non riguarda soltanto l’economia o la comunicazione: riguarda anche la guerra. È infatti nei contesti di conflitto che il paradigma tecnocratico mostra il suo volto più radicale, trasformando la decisione sulla vita e sulla morte in un processo sempre più automatizzato e distante dalla responsabilità umana. Il pontefice individua un legame sempre più stretto tra tecnologia, potere e violenza, in un contesto globale segnato dalla crisi del multilateralismo e dalla progressiva «normalizzazione della guerra».
«Oggi – riflette – assistiamo a un cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra». Le armi autonome, osserva, rendono «la guerra più praticabile e meno soggetta al controllo umano». Per questo «lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici». Per Leone, «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile».
Tocca allora in primis a «scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri» lavorare «in una logica di trasparenza e responsabilità, mantenendo viva la consapevolezza del quadro ampio nel quale si collocano i progressi tecnologici a cui contribuiscono». Ma, aggiunge, «ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)».
«La civiltà dell’amore – si legge nell’enciclica – non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione».
Leggi l'articolo originale su TPI.it