I cittadini degli Usa andranno oggi alle urne, in tutti i 50 Stati, per le elezioni di metà mandato per il Congresso, un voto che, con il controllo delle due Camere in palio, si è trasformato in un referendum sul presidente Donald Trump, tra l’aumento dell’inflazione dovuto alle conseguenze della guerra scatenata contro l’Iran e dei dazi.
Le previsioni basate sui sondaggi e i precedenti storici concordano su un successo dei democratici, pur divergendo sulla portata dell’esito elettorale. La perdita della maggioranza alla Camera è considerata quasi certa per i repubblicani, mentre gli equilibri al Senato si decideranno soprattutto in sette Stati in bilico. A pesare sul voto ci saranno il costo della vita, le crepe nella coalizione MAGA e le liti interne a un Partito democratico avanti nei sondaggi ma diviso tra le sue diverse anime. In ballo, però, ci sono anche gli effetti sulla politica estera, dall’Ucraina a Israele, fino all’Iran.
Che succede oggi
Il voto per le midterm si tiene ogni quattro anni, alla metà del mandato presidenziale, e prevede il rinnovo del Congresso, composto dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato. Oggi, però, in 36 Stati si eleggeranno anche i rispettivi governatori: un test politico cruciale per gli Usa.
A livello federale, gli elettori saranno chiamati a eleggere tutti i 435 deputati, in carica per due anni, e 35 su 100 senatori, con un mandato di sei anni. Se per la Camera dei rappresentanti sono previsti 435 diversi collegi, distribuiti a livello nazionale in base alla popolazione e in cui viene eletto un singolo deputato, al Senato vengono invece scelti due rappresentati per ciascuno Stato in un’unica circoscrizione statale. Nel primo caso, voteranno i cittadini di tutti i 50 Stati, mentre per il Senato si voterà solo in Alabama, Alaska, Arkansas, Colorado, Delaware, Florida, Georgia, Idaho, Illinois, Iowa, Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Mississippi, Montana, Nebraska, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, North Carolina, Ohio, Oklahoma, Oregon, Rhode Island, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Texas, Virginia, West Virginia e Wyoming.
La soglia della maggioranza è di 218 deputati alla Camera e di 51 rappresentanti al Senato (compreso il vicepresidente, che presiede il ramo più alto del Parlamento). Ma l’esito delle elezioni non influenzerà direttamente la presidenza Trump, visto che non esiste un rapporto di fiducia tra il Congresso e l’amministrazione. Ma se, com’è accaduto spesso nella storia degli Usa, l’opposizione ottiene la maggioranza anche in un solo ramo del Parlamento, la Casa bianca deve negoziare ogni provvedimento con gli avversari. Nemmeno la perdita del controllo di entrambe le Camere può provocare la caduta dell’amministrazione né l’automatico ostruzionismo da parte dell’opposizione, anche perché al Senato, ad esempio, è già prevista la collaborazione tra i partiti, visto che, in alcuni casi, serve una maggioranza di 60 voti per far passare o bocciare un provvedimento.
I seggi apriranno a scaglioni nei singoli Stati. A partire dalle 6:00 ora locale, le 12:00 di oggi in Italia, i primi a votare saranno gli elettori della costa orientale in Connecticut, Indiana, Kentucky, New Jersey, New York, Virginia e in alcune grandi città del Maine. I primi seggi a chiudere saranno invece quelli in Indiana e Kentucky, a mezzanotte ora italiana; all’una toccherà a Georgia, South Carolina, Vermont, Virginia e alla maggior parte di Florida e New Hampshire, alle 2:00 a numerosi Stati della costa orientale e del centro, alle 3:00 a diversi Stati del centro e delle Montagne rocciose, mentre sulla costa occidentale si finirà tra le 5:00 e le 6:00 del mattino di domani, con Hawaii e gran parte dell’Alaska dove le urne chiuderanno alle 6:00, mentre nelle isole Aleutine occidentali si andrà avanti fino alle 7:00 di domani mattina. Gli orari però indicano solo quando si smette di votare, non quando si saprà chi ha vinto: lo spoglio, soprattutto delle schede inviate per posta, può richiedere ore o addirittura giorni.
Gli elettori infatti possono votare sia oggi di persona oppure, nei Stati che lo prevedono, sia in anticipo che per corrispondenza. A cinque giorni dall’Election Day di oggi, secondo l’agenzia di stampa statunitense Associated Press, oltre 43 milioni di elettori in tutto il Paese avevano optato per il voto anticipato di persona o avevano già inviato la propria scheda elettorale per posta.
Il caro vita nel mirino
Il nodo principale di queste elezioni riguarda il portafoglio degli americani, intaccato dal carovita. Tra settembre 2025 e settembre 2026, secondo i dati raccolti dal Bureau of Labor Statistics statunitense, i prezzi al consumo negli Usa sono cresciuti del 3,7%, con la benzina che ha segnato un aumento del 34,2% e il gasolio per il riscaldamento del 74,2%. Dal 2023 al 2026, l’American Communities Project ha registrato un aumento costante di chi dichiara «seri problemi finanziari» mentre, sondaggi alla mano, la «Golden age» (l’epoca d’oro) spesso evocata da Donald Trump sembra fare poca presa su chi lo votò due anni fa credendo alla sua promessa di riportare l’inflazione sotto controllo e di non impegnare il Paese in nuove guerre. La Casa bianca imputa i dati negativi all’eredità ricevuta dalla precedente amministrazione democratica di Joe Biden e alle conseguenze della guerra in Ucraina, rivendicando i risultati raggiunti sulla crescita del Pil, sull’incremento dell’occupazione e sul maggior afflusso di investimenti nel Paese, con il Comitato nazionale repubblicano che ha persino negato l’esistenza di una «crisi di accessibilità» per gli americani, definita «una bufala» dallo stesso presidente e «un mito» dal suo consigliere nonché direttore del National Economic Council, Kevin Hassett.
Eppure, negli Stati Uniti, la benzina costa in media 4,40 dollari al gallone mentre il diesel ha superato i 6, a fronte delle promesse elettorali di Trump di riportare i prezzi sotto i due dollari al gallone. Anche le bollette sono schizzate alle stelle. Il prezzo medio dell’elettricità residenziale è salito del 40% dal 2021, anche a causa della domanda dei data center per l’intelligenza artificiale, che secondo S&P Global è cresciuta del 25% nell’ultimo anno, superando i 64 gigawatt, e che superare i 183 entro il 2030.
Stati in bilico e roccaforti a rischio
Oggi i repubblicani hanno 53 senatori su 100 e i democratici, per riprendere il controllo, devono difendere tutti i propri seggi e conquistarne almeno quattro, in un turno che ne rinnova circa un terzo. Il primo obiettivo sembra a portata di mano. In Carolina del Nord l’ex governatore Roy Cooper è dato in netto vantaggio sul repubblicano Michael Whatley. Per gli altri tre si guarda invece a sette Stati in bilico, dove le rilevazioni vedono avanti i democratici in Michigan, Kansas, Maine, Ohio, Texas e, seppur di poco, Alaska, con un testa a testa in Iowa. I distacchi però sono tutti entro il margine di errore, che nella notte elettorale potrebbero svanire. A frenare i repubblicani, secondo i sondaggi, è proprio il gradimento in picchiata di Trump. Secondo la media delle rilevazioni, solo il 38% dei probabili elettori degli Stati in bilico approva l’operato del presidente, che nel 2024 conquistò la maggioranza in cinque di questi (Texas, Kansas, Iowa, Alaska e Ohio) con margini oltre la doppia cifra.
In Texas e Kansas, in particolare, i democratici non eleggono un senatore rispettivamente dal 1988 e dal 1932, ma stavolta il malcontento sembra essere arrivato fin nel cuore dell’America repubblicana. In Texas il 37enne James Talarico, aspirante pastore presbiteriano, è favorito sul procuratore generale Ken Paxton, appoggiato da Trump ma segnato da un impeachment e da un’incriminazione per frode. A difenderlo, ci sono alcuni gruppi repubblicani finanziati quasi interamente da Elon Musk, che hanno investito oltre 270 milioni di dollari in quella che il Texas Tribune ha definito «la corsa al Senato più costosa della storia». In Kansas, invece, il pastore metodista Adam Hamilton è avanti 49% a 44% sul senatore Roger Marshall; in Ohio Sherrod Brown e Jon Husted si contendono il seggio lasciato dal vicepresidente JD Vance, mentre in Iowa il moderato Josh Turek, nato con la spina bifida e due volte oro paralimpico, accusa i dazi voluti da Trump di aver fatto crollare i prezzi agricoli mentre Ashley Hinson ha promesso di essere «la più solida alleata» del presidente al Senato.
Democratici in vantaggio ma divisi
Seppur favorita, anche l’opposizione ha i suoi guai. In Michigan, il primo novembre, la deputata Haley Stevens, battuta alle primarie dal candidato Abdul El-Sayed, ha spiegato in un video diventato virale che il collega di partito le aveva detto di non essere più la benvenuta nella sua campagna elettorale e di starne alla larga. «E ha ragione», ha detto Stevens, saltando la barricata. «Per questo oggi sostengo Mike Rogers per il Senato degli Stati Uniti». L’annuncio, secondo l’emittente Cnn, ha spiazzato parte del suo staff, provocando le immediate dimissioni del suo capo di gabinetto e del suo direttore della comunicazione, mentre il leader dell’opposizione alla Camera, Chuck Schumer, l’ha definito un «tradimento spregevole».
In Maine, dopo il ritiro a luglio di Graham Platner per un’accusa di violenza sessuale, corre invece l’ex taglialegna Troy Jackson, dato in vantaggio dai sondaggi, ma la repubblicana 73enne Susan Collins, in carica da cinque mandati consecutivi, potrebbe ancora farcela. Basti pensare che sei anni fa risultava indietro in ogni sondaggio e alla fine vinse con un largo margine. In Alaska, Mary Peltola è avanti di due punti sul repubblicano Dan Sullivan, ma il New York Times rivela che persone legate alla sua campagna avrebbero contribuito a candidare un omonimo del repubblicano per sottrargli voti, un’accusa che lei respinge, che però potrebbe influire sulle urne.
D’altra parte i democratici arrivano al voto con un carico di contraddizioni. Pur registrando solidi vantaggi nei sondaggi per i loro candidati, nel complesso restano estremamente impopolari come partito. Sebbene si mostrino tutti compatti contro la presidenza Trump, non lo appaiono abbastanza da evitare lacerazioni interne. Dalla loro hanno soprattutto i numeri a livello locale, con gli Stati governati interamente da propri rappresentanti, esprimendo cioè sia il governatore che la maggioranza nelle rispettive Camere statali, passati da 6 a 16 nell’ultimo decennio. Concorre anche l’entusiasmo delle primarie. In Texas, in particolare, per candidare James Talarico hanno votato circa 2,3 milioni di persone, più del doppio del risultato del 2018, quando alle primarie vinse Beto O’Rourke, che poi però fu sconfitto con un margine del 2% dal repubblicano Ted Cruz.
A dividerli è soprattutto l’atteggiamento nei confronti di Israele e delle guerre a Gaza, in Libano e Iran. Sempre più elettori democratici (e non solo) chiedono infatti di ripensare il rapporto tra Washington e Tel Aviv, anche riducendo o congelando gli aiuti militari. Non a caso, se dovesse vincere in Michigan, il candidato dem Abdul El-Sayed, di origine egiziana, di fede islamica, più volte bersaglio di attacchi razzisti e islamofobi, anche da parte del presidente Trump e che ha denunciato il genocidio a Gaza, sarebbe il primo senatore musulmano eletto nella storia americana.
MAGA in crisi
Per i repubblicani, invece, la posta va oltre la maggioranza in Parlamento. Il voto servirà infatti a capire se la coalizione costruita attorno a Donald Trump potrà sopravvivere al suo leader. Il rischio, più che una conversione di massa ai democratici, è l’astensione degli elettori nelle zone rurali e operaie delusi dai rincari di carburante, gasolio agricolo e fertilizzanti, mentre la guerra contro l’Iran ha riaperto lo storico scontro interno al partito tra isolazionisti e interventisti. In 41 dei 62 seggi in palio, i candidati repubblicani hanno preso le distanze da almeno una delle politiche portate avanti dall’amministrazione Trump, pur senza contestarne la leadership, mentre 197 candidati in 43 Stati hanno sostenuto tesi negazioniste sul voto del 2020, secondo cui Biden perse contro l’attuale presidente, meno che nel 2022.
A incrinarsi, non a caso, è stato anche il fronte degli influencer MAGA, sintomo dei problemi tra la Casa bianca e la base che ha riportato Trump al potere. Il consigliere storico Steve Bannon dissente infatti sui rapporti tra gli Usa e Israele, l’ex presentatore Tucker Carlson contesta la politica estera del presidente, in particolare nei rapporti con Tel Aviv e l’Ucraina e contro l’Iran e la Russia, mentre Nick Fuentes, da sostenitore diventato ormai critico, è passato da circa un milione di visualizzazioni settimanali nel 2024 a picchi di circa otto milioni nel 2026, contestando le politiche della Casa bianca.
Trump però ha già spiegato cosa farà se i democratici conquisteranno il Congresso. «Credo che diventerò Mr. Veto», ha detto. Così, se il risultato elettorale confermerà le previsioni dei sondaggi, nel prossimo biennio si intensificheranno il braccio di ferro tra il governo federale e gli esecutivi statali a guida democratica e lo scontro tra l’amministrazione repubblicana e il ramo legislativo, in un clima già proiettato alle presidenziali del 2028, a cui Trump, costituzione alla mano, non potrebbe teoricamente candidarsi.