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    Cina: la nuova ondata Covid mette a rischio la politica del governo di Pechino

    Di Almerico Bartoli
    Pubblicato il 11 Apr. 2022 alle 14:56

    I casi di coronavirus legati alle nuove sottovarianti Omicron la settimana scorsa hanno travolto l’area di Shanghai scatenando numerose proteste tra la popolazione. Nonostante i numeri relativamente bassi, per evitare la diffusione del contagio le autorità di Pechino si sono ancorate nuovamente alla politica della “Tolleranza Zero” per il Covid-19, annunciando un nuovo lockdown per i circa 26 milioni di abitanti della megalopoli cinese.

    Shanghai genera il 4,8% del PIL cinese, e a metà marzo lo stesso presidente Xi Jinping si era raccomandato di limitare i danni senza bloccare l’economia già in sofferenza. Le autorità del partito di Shanghai si erano infatti limitate a mettere in quarantena i singoli blocchi residenziali dove erano stati registrati nuovi casi mentre al resto della città era consentito proseguire le normali attività quotidiane. Tuttavia, a fronte dell’estrema rapidità di diffusione di Omicron passata inosservata, da Pechino è arrivato il contrordine e anche a Shanghai è stato nuovamente imposto il pugno di ferro per “azzerare” i contagi dal territorio.

    La decisione attuata il 28 marzo prevedeva inizialmente un lockdown breve diviso in due fasi, ma l’alta incidenza dei casi positivi ha spinto le autorità ad annunciare un lockdown totale per i 26 milioni di abitanti di Shanghai, sottoponendo l’intera popolazione a nuovi cicli di tamponi a tappeto e alla reclusione in strutture provvisorie per i positivi, che si sono rivelate inadeguate dal punto di vista logistico e igienico. I problemi sono arrivati anche per la gente chiusa in casa, che ha iniziato a esaurire le scorte alimentari. Come scrive l’inviato del Corriere da Pechino, la risposta del governo è stata quella di centralizzare l’approvvigionamento di cibo, ma le scorte si sono rivelate insufficienti e le autorità locali si sono ritrovate costrette a scusarsi con i cittadini per i ritardi nelle consegne, creando grande tensione tra i cinesi che soffrono “di una paura atavica della penuria di cibo”.

    Ieri a Shanghai sono stati individuati 24.952 nuovi casi d’infezione, di cui 1.006 sintomatici, portando i casi accertati nella città a 120mila. I casi asintomatici di quest’ultima ondata, partita sotto traccia a fine febbraio, sarebbero dunque del 95%, – nella categoria sarebbero inclusi anche i pazienti con “sintomi moderati” – numeri che avrebbero spinto molti governi monitorare attentamente la situazione invece di adottare soluzioni drastiche. Il nuovo lockdown imposto nella città al cuore delle attività finanziarie e commerciali dell’economia del Paese infatti ha riportato la Cina ai giorni cupi dell’inizio della pandemia, tra gennaio e aprile del 2020, quando furono confermati i primi casi da Wuhan che portarono le autorità a chiudere gradualmente l’intero Paese.

    Le proteste della popolazione si sono riversate sui balconi degli edifici rimbalzando sui social network, dove girano numerose testimonianze e video di protesta da parte dei cittadini per uscire di casa e fare acquisti. In uno dei video circolati si sentono cori di persone infuriate che gridano “Vogliamo lavorare, vogliamo essere liberati,” mentre i droni dotati di altoparlanti invitano alla calma intimando di chiudere le finestre e aspettare. Sebbene sia probabile che nessuno morirà di fame a Shanghai, il nuovo lockdown è stato male accolto dalla popolazione, che dovrà aspettare almeno 14 giorni e una nuova tornata di tamponi in tutte le comunità residenziali prima di poter tornare a respirare all’aria aperta.

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