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    Cosa cambierà per il clima con Trump presidente

    Il neoeletto capo della Casa Bianca ha definito il riscaldamento globale una bufala e ha annunciato l'intenzione di ritirarsi dall'accordo sul clima di Parigi

    Di TPI
    Pubblicato il 21 Nov. 2016 alle 18:57 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:21

    I rappresentanti di oltre duecento governi invitati alla conferenza sul clima di Marrakesh, in Marocco, hanno cercato di minimizzare l’effetto dell’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti e proseguire nell’impegno per contrastare il riscaldamento globale.

    Al termine di due settimane di discussioni, molte nazioni hanno fatto appello a Trump, che in passato ha definito il cambiamento climatico “una bufala”, perché riconsideri la sua minaccia di non rispettare gli impegni presi dalla precedente amministrazione con l’accordo di Parigi per ridurre le emissioni di gas serra.

    Trump in campagna elettorale ha annunciato che gli Stati Uniti hanno l’obiettivo di raggiungere l’indipendenza energetica, non però attraverso investimenti nelle energie rinnovabili ma aumentando l’estrazione di petrolio e gas naturale e sbloccando alcune limitazioni alle fratturazioni idrauliche (cosidetto fracking) che permettono di estrarre lo shale oil.

    Ecco come potrebbero cambiare le politiche ambientali degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump e come il tycoon americano potrebbe realizzare le promesse fatte in campagna elettorale in tema di clima.

    Trump e l’accordo sul clima di Parigi

    Il 3 settembre 2016, Stati Uniti e Cina, da sole responsabili del 38 per cento dell’inquinamento da carbone fossile del pianeta, hanno annunciato la ratifica dell’accordo sul clima di Parigi (Cop21).

    I paesi che vi aderiscono si impegnano a bloccare a partire dal 2020 la crescita della temperatura “ben al di sotto dei due gradi” sforzandosi a non superare gli 1.5 gradi, riducendo le emissioni inquinanti.

    Inoltre i paesi industrializzati si sono impegnati ad alimentare un fondo annuo da 100 miliardi di dollari per il trasferimento delle tecnologie pulite nei paesi non in grado di fare da soli il salto verso la green economy.

    — Leggi anche: COSA PREVEDE L’ACCORDO SUL CLIMA

    I termini dell’accordo di Parigi non permettono a un paese che lo abbia ratificato di ritirarsi con effetto immediato, ma obbliga ad attendere fino al 2020, dunque nel caso di Trump quando ormai il presidente sarebbe a fine mandato.

    Tuttavia, secondo fonti citate da Reuters, Trump potrebbe lasciare la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e in questo caso l’accordo sul clima di Parigi non coinvolgerebbe più gli Stati Uniti.

    Un’altra strategia adottata da Trump potrebbe essere quella di non versare gli 800 milioni di dollari promessi da Obama ai paesi in via di sviluppo. È infatti il Congresso a decidere come amministrare i soldi, quindi con la maggioranza repubblicana in entrambe le camere, Trump avrebbe i numeri necessari.

    Un’azione simile avrebbe conseguenze importanti sull’accordo di Parigi: la Cina, ad esempio, potrebbe a questo punti ritirarsi anch’essa, sostenendo che sia ingiusto il fatto che spetti solo a lei farsi carico della riduzione delle emissioni inquinanti, mentre i paesi in via di sviluppo difficilmente raggiungerebbero gli obiettivi senza il denaro americano.

    Tuttavia un portavoce del governo di Pechino il giorno successivo all’elezione di Trump ha chiarito che la Cina continuerà a lavorare con tutte le altre nazioni, inclusi gli Stati Uniti per lottare contro il cambiamento climatico.

    Trump e il Clean Power Plan

    Il Clean Power Plan è una misura dell’amministrazione Obama approvata nell’agosto del 2015 che prevede l’investimento di miliardi di dollari per finanziare il passaggio a fonti di energia rinnovabile e pulita, chiudere le centrali elettriche a carbone e ridurre fino al 32 per cento i livelli di emissione di gas serra entro il 2030.

    In questo momento la legge è al centro di una controversia giuridica sulla quale dovrà esprimersi nei primi mesi del 2017 la Corte Suprema, perché è stata contestata da 28 stati e da alcune aziende e gruppi industriali.

    Trump ha promesso di smantellare “in quasi ogni forma” l’Enviromental Protection Agency (EPA, Agenzia protezione ambientale), cioè l’ente a cui spetta il controllo sul rispetto delle regole introdotte dal Clean Power Plan.

    Ma la rivoluzione promessa da Trump nelle politiche energetiche è più complicata di come è stata presentata durante la campagna elettorale e il neoeletto presidente dovrà cercare dei compromessi.

    Innanzitutto, Trump non ha l’autorità legale di cancellare unilateralmente la misura e il Congresso difficilmente consentirebbe a eliminare alcune regole che ormai sono in vigore da anni, generando un caos normativo.

    Molte aziende hanno avviato sostanziosi investimenti in direzione dello sviluppo di energie rinnovabili e se Trump decidesse di cancellare le norme del Clean Power Plan, potrebbero citare l’amministrazione in giudizio per essere rimborsate.

    Quello che però Trump può fare è ridurre l’importanza e il ruolo dell’EPA rallentando l’attuazione delle misure avviate dall’amministrazione Obama rifiutandosi di continuare a difendere il Clean Power Plan nei procedimenti già avviati e soprattutto bloccare le norme del piano che non sono ancora entrate in vigore.

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