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    Il rebus del Covid: perché in alcuni paesi c’è e altrove no?

    Credit: Pixabay
    Di Selvaggia Lucarelli
    Pubblicato il 25 Giu. 2020 alle 18:41 Aggiornato il 25 Giu. 2020 alle 18:45

    Coronavirus, il rebus: perché in alcuni paesi c’è e altrove no?

    Causalità e casualità – seppur con radici diverse – sono due parole pressoché identiche ed è curioso come uno scambio semplice nell’ordine delle lettere possa condurre a due concetti così antitetici. In questi sei mesi la scienza si è trovata alle prese con infiniti dubbi, centinaia di ipotesi e migliaia di analisi, e tuttavia ancora non è riuscita a dare una risposta accettabile a tante domande. Non è colpa della scienza, né gli scienziati sono banderuole, venditori di fumo che si dilettano a chiamare ‘nero’ ciò che fino ieri era ‘bianco’ solo in base all’umore, al salotto tv o al politico di riferimento (o almeno, non la maggior parte). Semplicemente non hanno ancora trovato una risposta.

    Uno dei più grandi quesiti irrisolti, parlando di Covid-19, è forse questo: perché in alcuni paesi è diffusissimo e in altri invisibile? Perché qui la mortalità è così alta e lì così bassa? Cosa governa la diffusione del virus e, soprattutto, c’è qualcosa che la governa, che non sia il caso? Potrebbe essere una questione di ceppi diversi in diversi paesi? Nessuno l’ha mai dimostrato. Una predisposizione genetica?

    Andrea Crisanti sta effettuando uno studio unico al mondo a Vo’ proprio sull’aspetto genetico, ma al momento brancoliamo nel buio. Intanto, negli ultimi due mesi, man mano che l’atlante si colorava di nuove macchie rosse, a più scienziati è stato chiesto quale fosse il legame che le metteva in relazione l’una con l’altra. L’ha fatto per primo il New York Times, in un articolo del 5 maggio, formulando attraverso le loro risposte alcuni possibili “capi d’imputazione” a cui ne aggiungerò altri tra i più plausibili. All’interno dello stesso articolo, ogni argomento veniva rapidamente contraddetto all’interno dello stesso paragrafo. Dopo due mesi, alla luce dei nuovi dati di cui siamo in possesso, si può fare con ancora più chiarezza. O forse meno chiarezza, perché in effetti il caos continua ad essere l’elemento centrale di ogni tentativo di analisi possibile.

    Il clima
    Il clima può essere determinante? La risposta è no. Se fosse vero ciò che molti scienziati proclamano da tempo (“col caldo il virus si indebolisce”), la diffusione del mondo seguirebbe logiche prevedibili. Cosa accomuna Stati Uniti e Perù, Iran e Gran Bretagna, ovvero quattro dei dieci paesi più colpiti dal Covid-19? Assolutamente nulla, dal punto di vista della fascia climatica. A gennaio, quando a Wuhan è scoppiato il primo focolaio di Covid- 19 al mondo, nella capitale dello Hubei la temperatura media era di 0 gradi centigradi. Ora in India, uno dei paesi con l’aumento di casi più serrato, ci sono 30 gradi a Mumbai e 33 a Nuova Delhi. Ed è impossibile paragonare il clima dell’umida e tropicale Manaus con quello secco e afoso degli Emirati Arabi Uniti, che pure viaggiano su cifre molto simili tra di loro.

    Età media dei paesi più colpiti
    Nemmeno l’età media sembra fornire qualche risposta in più. Nella ‘vecchissima’ Grecia (43,5 anni) l’epidemia è stata decisamente debole, mentre nel ‘giovane’ Brasile (31,2) ha avuto effetti devastanti. Il Giappone, nonno del mondo, ha totalizzato meno di 18mila casi e mille morti e invece il Messico (27,1) ha un numero di morti e contagiati ormai fuori controllo. Quindi no, se sei una qualsiasi regione del mondo non conta quanto tu sia giovane.

    Misure di contenimento
    Si è provato ad analizzare le misure restrittive adottate dai vari governi, con risultati poco incoraggianti. Non serve tornare sul caso Italia, che nonostante sia stata di fatto ‘chiusa’ 17 giorni dopo la scoperta del paziente 1, ha accumulato un bollettino disastroso in termini di diffusione e mortalità del virus. Si può invece citare l’India, dove il lockdown è stato proclamato il 24 marzo, quando si contavano poco più di 500 casi e 10 morti. Nonostante ciò, proprio l’India è al quarto posto nella classifica dei paesi con più contagi e con una curva sempre più ripida (16.000 nuovi casi, ieri).

    Di contro Vietnam e Myanmar, tra i paesi più ‘lassisti’ nelle politiche di contenimento, sembrano al momento fuori pericolo, con poco più di 600 casi (sommati i due paesi) e soli sei decessi. Non che questa sia una regola, comunque. La Svezia, spesso usata come esempio virtuoso dai negazionisti, sembrava non dover pagare gli effetti delle misure di restrizione più blande, e invece da aprile morti e contagiati hanno iniziato a moltiplicarsi all’improvviso, con un’impennata di nuovi casi e decessi dall’inizio di giugno. Eppure il Giappone, con un approccio similmente blando, non è stato duramente colpito e la curva dei contagi è tendenzialmente stazionaria dopo il picco di aprile.

    Stile di vita
    Un altro elemento analizzato dal New York Times, generalmente definito come ‘modelli culturali’, dà ancora meno risposte. Il giornale americano sottolinea che l’India, dove non ci si stringe la mano per salutarsi, è martoriata, mentre l’Iraq, dove ci si bacia e abbraccia, la situazione è decisamente migliore. È vero che in Italia giovani ed anziani sono più spesso a contatto che in altri paesi, per il nostro retaggio culturale, ma ciò è ancora più vero in tanti paesi africani dove varie generazioni dormono sotto lo stesso tetto e dove il contagio, invece, non si è diffuso più di tanto. Solo l’isolamento legato a motivi politici, come nel caso del Venezuela e della Siria, sembra effettivamente proteggere alcuni paesi (ma le informazioni su quei paesi sono poi affidabili e precise?).

    Inquinamento
    Osservando la classifica dei quaranta stati con le più alte emissioni di Co2 si può rimanere suggestionati. Stati Uniti, Cina, India, Russia, Iran, Brasile, Messico, tutti nelle prime posizioni per inquinamento così come per contagi. Ma comparando la classifica nel dettaglio con l’elenco dei paesi più colpiti dal Covid- 19 è impossibile non notare delle discrepanze troppo grandi per trovare un nesso concreto. Il Cile, il settimo paese più contagiato al mondo, è appena 50esimo nella classifica dei più inquinati e il Perù, sesto tra i contagi, è addirittura 70esimo per inquinamento. Al contrario Taiwan, che è piccola e inquinatissima (31esimo per emissioni di Co2, un dato mostruoso per un’isola di poco più di 200 km e in gran parte montagnosa), ha registrato solo 446 casi e 7 morti. Un’isola, certo, ma vicina alla Cina e con uno degli aeroporti più trafficati del mondo, quasi cinquanta milioni di passeggeri nel 2019.

    Densità abitativa
    A lungo è stato ipotizzato che la prossimità possa essere il fattore più compromettente per la diffusione dell’epidemia. In questo senso le zone più densamente popolate al mondo dovrebbero essere in cima alla classifica dei contagi. Ma il dato che proviene dalle metropoli più popolose è tutt’altro che univoco. Certo, tra le dieci metropoli a più alta densità abitativa sei sono divise tra India e Bangladesh, dove in effetti la situazione è grave. Però poi ci sono Lagos e Canton che non arrivano a diecimila casi in due, per non parlare di Bangkok dove il virus, con poco più di 1500 casi, praticamente non è arrivato. E allargando l’ottica agli stati, il confronto è ancora meno convincente. Come possono Russia e Canada, rispettivamente 181esima e 185esima nella classifica dei paesi più densamente popolati, essere in cima a quella dei contagi? E come può il Libano, 14esimo nella prima classifica, essere soltanto 111esimo nella seconda?

    Mobilità
    Bisognerebbe suddividere la mobilità interna con quella esterna. Anche qui, però, quando sembra di aver trovato la chiave giusta per interpretare i criteri della diffusione del Covid nel mondo, c’è sempre qualcosa che non torna. Un tessera che non fa parte del puzzle. I trasporti pubblici e una rete particolarmente sviluppata di bus, tram, metropolitane potrebbe avere un peso sul contagio? Nì. Certo, per Inghilterra e Stati Uniti questa potrebbe essere una chiave di interpretazione interessante. Ma, ad esempio, l’Iran? A Teheran ci sono quattro linee di metropolitane in tutto e nel resto del paese solo altre quattro città hanno una rete metropolitana molto recente e non capillare. Inoltre, in Iran, ci sono città e cittadine abbastanza o molto isolate, con una mobilità interna non paragonabile a quella di altri paesi del mondo.

    La Germania, per citare un esempio, che per mobilità interna tra treni, metropolitane, bus, aeroporti, autostrade è certo immensamente più sviluppata dell’Iran e che però ha 80 milioni di abitanti come l’Iran, ha avuto meno contagiati dell’Iran. Riguardo la mobilità esterna i dati sono ancora meno indicativi: quanto conta essere un polo commerciale, una meta turistica, l’isolamento geografico? Turismo, commercio e isolamento geografico. Anche qui, il tema non porta a nessuna conclusione certa.

    Il Belgio ha avuto molti contagiati e il numero di morti più alto del mondo in proporzione al numero di abitanti. (nonostante abbia il doppio dei posti letto rispetto all’Italia). Eppure sì, è un importante polo commerciale ma non è certo una meta turistica paragonabile all’Olanda, per dire. L’Islanda – che più isolata della maggior parte dei paesi lo è di sicuro – ha avuto 1800 casi, su una popolazione di 340.000 abitanti (lo 0,53%). In Italia meno, lo 0,39. Certo, si potrebbe pensare che in Italia molta parte della popolazione sia sfuggita al conteggio, ma tant’è.

    Il Qatar che è di fatto una penisola e confina solo con l’Arabia Saudita, ha il più alto numero di contagi per numero di popolazione. La città di Manaus, nel cuore della foresta amazzonica brasiliana e raggiungibile con non poche difficoltà (aerei a parte), è stata duramente colpita dal Covid: nel solo stato di Amazonas ci sono stati 66.000 contagiati. Bangkok, come dicevamo prima, che è tra le metropoli più grandi e visitate del mondo (8 milioni di abitanti), crocevia commerciale e con uno degli aeroporti più trafficati del pianeta, ha avuto 1.500 contagi in tutto e 24 morti.

    Insomma, l’isolamento geografico sembra poco influente. Si potrebbe ribadire che il Venezuela, isolato politicamente e poco colpito dal virus rispetto al flagellato Sudamerica dimostri che l’isolamento fa la differenza, ma l’Argentina col suo (relativamente) basso numero di contagi (seppure in crescita) dimostra che forse esiste una sola logica: quella dell’inspiegabile.

    I luoghi in cui i cinesi si sono spostati di più durante il Capodanno cinese a gennaio potrebbero essere i più colpiti? I paesi più visitati dai cinesi, oltre la Cina stessa, sono Taiwan, Hong Kong, Giappone, Macao, Thailandia, Corea del Sud, Francia, Stati Uniti. A Macao il virus non è quasi arrivato, idem in Thailandia, idem ad Hong Kong e Australia. Il virus si è diffuso in un’area relativamente circoscritta della Cina. Negli altri paesi citati invece è arrivato massicciamente.

    Quindi? Quindi anche questo è un discorso che non conduce da nessuna parte. E a meno che ai più grandi analisti, scienziati, giornalisti, studiosi di questa misteriosa malattia non sfugga qualcosa di impenetrabile e macroscopico, la soluzione può essere solo in due luoghi ugualmente enigmatici: nel caso o nel virus stesso.

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