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    Dietro le quinte dell’intelligenza artificiale: ecco chi sono i nuovi lavoratori invisibili dell’algoritmo

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    I miracoli della tecnologia nascondono un esercito di sfruttati, sottopagati ed esposti a contenuti violenti. Spesso ingaggiati da aziende intermediarie. Ecco su chi si fonda davvero l’economia dell’IA

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 10 Apr. 2026 alle 09:37

    L’intelligenza artificiale non ha sostituito i lavoratori, li ha solo nascosti. Dietro ogni chatbot, si nasconde un esercito di migliaia di persone che etichettano, categorizzano e filtrano dati per addestrarlo. Li chiamano “data worker”, “microworker” o “crowdworker” e sono i nuovi manovali al servizio dei colossi della tecnologia, che si servono di una manciata di appaltatori, su cui si fonda l’economia dell’IA.

    Micro-lavoratori
    L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) denuncia da anni i rischi del modello “human-in-the-loop” adottato da Big Tech, che soprattutto nei Paesi in via di sviluppo sfruttano persone qualificate, corrispondendo salari inadeguati, in mancanza di tutele sui luoghi di lavoro. Parliamo di quasi 20 milioni di fantasmi digitali che per lo più in Asia, Africa e Sud America contribuiscono allo sviluppo delle più avanzate tecnologie informatiche, lavorando anche dieci ore al giorno in uffici sovraffollati o negli Internet café.
    Gran parte di questi algoritmi evolvono con la tecnica del “Deep Learning”, con cui il software impara automaticamente a svolgere attività prima a solo appannaggio degli umani. Questo però richiede grandi quantità di dati, che devono essere “etichettati”. Perché un programma impari a riconoscere un segnale stradale, una parola o un contenuto offensivo o un allarme antincendio, bisogna che qualcuno glielo indichi ed è qui che entrano in gioco i “micro-lavoratori”. I loro compiti sono frammentati in migliaia di singole attività distribuite attraverso piattaforme digitali o società di outsourcing. Aziende come Amazon, Google, Meta o Microsoft non li assumono direttamente ma si affidano a una manciata di intermediari.

    Geopolitica dello sfruttamento
    Almeno una trentina di società in tutto il mondo, secondo una ricerca pubblicata dall’organizzazione olandese Somo, offrono questi servizi ai giganti della tecnologia. Molte, come Sama, Appen o Scale AI, hanno sede negli Usa, in Australia o in Europa ma i loro dipendenti lavorano in Paesi come India, Kenya, Filippine, Madagascar, Venezuela, dove i salari sono più bassi e le tutele più deboli.
    Un’indagine dell’Ilo ha stimato che il guadagno mediano dei microworker nei Paesi in via di sviluppo è pari a circa due dollari l’ora. In Madagascar alcuni lavoratori hanno addirittura dichiarato di ricevere anche 41 centesimi l’ora. Ma in molti casi il pagamento arriva solo se il cliente approva il lavoro svolto. In altri, avviene tramite voucher o carte regalo, che possono anche risultare non più valide al momento dell’acquisto. Capita poi che gli intermediari fissino commissioni impreviste per i trasferimenti in denaro o penali nascoste, riducendo ancor di più i salari.
    Il paradosso è che, spesso, queste persone sono altamente istruite. Secondo l’Ilo, tanti possiedono una laurea o addirittura un master, spesso in discipline scientifiche. Eppure passano le giornate a classificare immagini o verificare frasi generate da un algoritmo. Altri compiti sono anche più pesanti: chi si occupa di moderare i contenuti deve esaminare immagini di omicidi, torture, abusi sessuali su minori o propaganda d’odio per insegnare alle macchine a riconoscerli e bloccarli. Alcuni lavoratori in Kenya, impiegati da un appaltatore di OpenAI, hanno denunciato incubi ricorrenti. Molti hanno parlato di sintomi simili al disturbo da stress post-traumatico. Il supporto psicologico però, quando c’è, arriva tardi.
    Ma le condizioni di lavoro sono difficili anche nei Paesi più ricchi. Nel settembre scorso, negli Usa, oltre 200 lavoratori dell’azienda GlobalLogic, impegnati ad addestrare il modello Gemini di Google, sono stati licenziati dopo aver protestato contro salari e condizioni di lavoro definite inadeguate. Tutto questo dopo che, nel 2024, Google aveva rescisso il contratto con Appen, a seguito degli aumenti salariali ottenuti dai lavoratori statunitensi dell’azienda grazie all’Alphabet Workers Union. Una decisione che ha costretto l’ex appaltatore, che da Big G ricavava il 30% del suo fatturato, a tagliare 13,5 milioni di dollari di costi e a licenziare almeno cento dipendenti. Nel gennaio scorso invece, i dipendenti dell’azienda Covalen di Dublino, che addestra sistemi di Meta, sono entrati in sciopero chiedendo il riconoscimento dei diritti sindacali e retribuzioni migliori.
    La struttura dell’industria rende tutto più complicato. Le piattaforme di crowdwork considerano infatti i lavoratori dei collaboratori indipendenti. Questo significa niente salari minimi, né ferie pagate o indennità di malattia e soprattutto nessuna possibilità di organizzarsi in sindacati.

    La ragnatela di Big Tech
    Una filiera mappata recentemente dall’organizzazione olandese Somo che ha identificato una rete di almeno 30 aziende intermediarie, a cui le Big Tech possono dettare le condizioni, imporre scadenze e stabilire compensi per i servizi resi, salvo poi puntare il dito contro di loro in caso di scandali, negando ogni responsabilità. In alcuni casi però i legami sono più stretti di quanto si creda.
    Nel giugno scorso, ad esempio, Meta ha acquistato il 49% di Scale AI, che si dichiara ancora un’azienda indipendente da Menlo Park. Google, attraverso le sue varie divisioni, ha investito in imprese simili come Snorkel AI, Playment, karya e WEimpact.AI. La divisione M12 di Microsoft ha scommesso su micro1, mentre Nvidia ha investito in SuperAnnotate. Amazon invece ha puntato su Defined.AI mentre il fondo Bezos Expedition del suo fondatore ha investito su Toloka.
    Attraverso i suoi servizi cloud di Aws, però, il colosso delle consegne ha fatto di più. Se già nel 2005 aveva lanciato Amazon Mechanical Turk, una delle prime piattaforme di crowdsourcing su larga scala tuttora disponibile, nel 2020 ha introdotto sul mercato Amazon Augmented AI (A21), consentendo ai programmatori di richiamare “manodopera on-demand”, composta da circa 500mila micro-lavoratori sparsi per il globo, disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7.  Un modello adottato anche da Google e Microsoft. Grazie a una partnership con Labelbox, società madre della piattaforma di crowdwork Alignerr, la divisione cloud del noto motore di ricerca fornisce servizi di valutazione umana per l’IA, integrati nel suo strumento Vertex AI. L’azienda fondata da Bill Gates invece ospita da anni lo Universal Human Relevance System (Uhrs), una piattaforma di crowdsourcing collegata a fornitori come Appen, Clickworker e OneForma, raccomandando sul Marketplace di Azure l’uso di servizi di etichettatura dati da aziende come iSoftStone e Quadrant. Tutte queste imprese e i loro appaltatori affermano ovviamente di rispettare le norme.

    L’illusione digitale
    L’industria, nel frattempo, cresce. La società Global Insight Services stima che entro il 2034 il comparto dell’etichettatura dei dati raggiungerà un fatturato di 10,2 miliardi di dollari. Su Crunchbase, intanto, risultano quasi duemila aziende nel settore, tra cui oltre un centinaio fondate soltanto quest’anno. Un mercato ancora frammentato ma in rapida ascesa, con nuovi attori che entrano continuamente in gioco e poca trasparenza su chi lavora per chi e in quali condizioni e un rapporto di forza squilibrato a favore delle grandi major tecnologiche.
    Il sogno dell’IA può, insomma, nascondere l’incubo dello sfruttamento. L’Unione europea sta cercando di affrontare il problema con l’AI Act e nuove norme sulla digitalizzazione del lavoro. I principi Fairwork o i codici di condotta per le piattaforme del settore provano a definire standard minimi su salari, trasparenza e condizioni di lavoro. Ma per l’Ilo sono ancora passi troppo timidi. Intanto, la prossima volta che un chatbot risponderà a una nostra richiesta, converrà ricordare che dietro ogni algoritmo c’è sempre una persona, chissà dove nel mondo, quasi sempre pagata troppo poco.

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