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    I video dall’inferno delle carceri libiche, dove i prigionieri vengono torturati e chiusi in celle sotterranee

    Un frame dei video delle torture
    Di Futura D'Aprile
    Pubblicato il 10 Mar. 2019 alle 14:20 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 08:55

    Una nuova inchiesta realizzata da Nello Trocchia per Piazza Pulita racconta la terribili condizioni in cui versano i prigionieri dei centri di detenzione della Libia.

    Dal lavoro del giornalista emerge una realtà inquietante, fatta di torture, violazioni continue, totale mancanza dei più elementari diritti umani, dove i detenuti sono chiamati “schiavi” e trattati come tali.

    > Libia: dentro l’inferno dei centri di detenzione dove un migrante si è dato fuoco

    Martedì 26 febbraio 2019 hanno scosso la strutta detentiva illegale: tra  i circa 500 prigionieri che hanno manifestato contro le condizioni in cui sono costretti a vivere, molti sono migranti riportati in Libia dopo essere stati intercettati Guardia costiera.

    Parliamo di quelle stesse forze dell’ordine che vengono finanziate dall’Unione europea, Italia compresa, e che portano i migranti recuperati nel Mediterraneo nei centri di detenzione.

    Una volta rinchiusi in questi luoghi, i prigionieri non sanno se e quando saranno liberati. Come racconta l’inchiesta di PiazzaPulita, per lasciare il carcere bisogna pagare e nell’attesa del riscatto le guardie torturano i prigionieri che affollano le strutte detentive della Libia.

    A far luce su quanto succede a Triq al Sikka è la giornalista di AlJazeera Sally Hayden, che spiega come 30-50 persone, 4-5 dei quali minori, sono stati rinchiusi in una cella sotterranea e sottoposti a torture.

    Sempre la Hayden racconta di un’altra protesta svoltasi nel carcere di Triq al Sikka: i migranti si erano radunati fuori dal centro per parlare con i rappresentanti dell’alto commissariato delle Nazioni Unite, ma invece sono stati circondati dalle guardie.

    Gli agenti hanno iniziato a colpire i detenuti con oggetti metallici e bastoni e i presunti capi della manifestazione sono stati portati nelle celle sotterranee.

    Alcuni prigionieri invece sono stati trasferiti in  altri centri di detenzione, tra i quali Sebha, noto luogo di tortura in Libia.

    Le nuove informazioni che giungono dal paese africano confermano quanto già noto da tempo: la Libia non è un porto sicuro, non è un paese in cui i diritti umani sono rispettati. Ma l’Europa continua a pagare la Guardia costiera libica, senza batter ciglio.

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