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    ESCLUSIVO TPI: Nessuno lo sa ma in Italia ci sono bombe nucleari Usa. Ecco tutti i dati e i documenti

    Tra le 65 e le 90 testate presenti nelle basi militari di Aviano e Ghedi. E ne stanno arrivando di nuove

    Di Madi Ferrucci
    Pubblicato il 17 Lug. 2019 alle 18:04 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:55

    150 bombe nucleari Usa pronte ad essere schierate sul territorio europeo. “Nel contesto della NATO, gli Stati Uniti stanno schierando circa 150 armi nucleari in Europa, in particolare le bombe libere B61, che possono essere schierate sia dagli aerei statunitensi che da quelli alleati. Queste bombe sono immagazzinate in sei basi americane ed europee. Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Aviano e Ghedi-Torre in Italia, Volkel in Olanda e Incirlik in Turchia”. Lo afferma un documento dello scorso aprile diffuso dalla Commissione per la Sicurezza e la Difesa dell’Assemblea parlamentare Nato.

    Il documento adesso è stato rimosso nella sua versione originale e l’11 luglio è stato ripubblicato con il titolo “A New Era for Nuclear Deterrence? Modernisation, Arms Control and Allied Nuclear Forces”, senza i riferimenti alle bombe nucleari. Nella seconda versione si parla soltanto di aerei capaci di trasportare bombe nucleari e utilizzati da “alleati europei come Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia”. Il documento originale è stato però conservato dal quotidiano belga De Morgen che in un articolo del 17 luglio riporta alcuni estratti della versione integrale.

    Un ufficiale della Nato ha riferito al Washington Post che il documento non era ufficiale, sottolineando che era stato scritto dall’assemblea parlamentare: “Non commentiamo i dettagli sulle dotazioni nucleari della Nato”, ha aggiunto.

    La notizia della presenza di bombe nucleari sul territorio europeo non è nuova. Nel 2005 per la prima volta un’ampia indagine dello studioso Hans M. Kristensen del Natural Resources Defense Council e del Fas (Federation american scientists), dal titolo “U.S. Nuclear Weapons in Europe”, documentava la presenza di bombe nucleari in tutta Europa.

    Le testate nucleari B 61 in Italia

    In Italia, in particolare, sono presenti le bombe nucleari B-61: 50 bombe si troverebbero nella base aerea dell’aeronautica militare italiana del Comune di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, dove è presente anche l’aviazione statunitense. Altre 40 bombe si troverebbero nella base aerea dell’aviazione italiana a Ghedi, vicino Brescia.

    In totale ci sarebbero nelle due basi 90 ordigni. Secondo quanto riportato nello studio di Kristensen, le bombe B61 hanno una capacità esplosiva minima di 0,3 kilotoni, mentre il loro massimo varia dai 45 kilotoni della B61-4 a ai 170 kilotoni della B61-3. Quella sganciata su Hiroshima era di 16 kilotoni. La Stampa dette notizia del lavoro di Kristensen in un articolo del 2007.

    Le nuove bombe in arrivo e il programma LEP

    Il governo italiano non ha mai ammesso la presenza di queste testate nucleari. Tuttavia, il 20 giugno 2018 il Ministero della Difesa ha pubblicato un documento relativo al nuovo programma dei Tornado con capacità aerea non convenzionale. Nel documento si parla dell’acquisizione di un supporto ingegneristico dell’Agenzia governativa U.S.A, necessario all’integrazione sui Tornado dell’armamento LEP. L’importo dell’ordine è di 1,5 milioni di euro.

    Documento rilasciato il 20 giugno 2018 dal Ministero della Difesa

    La sigla LEP sta per Life Extension Program, e si riferisce in particolare a un programma dell’Amministrazione per la sicurezza nucleare nazionale (NNSA) del Dipartimento Energia del governo degli Stati Uniti. Il programma fa parte dello Stockpile Stewardship and Management Plan (SSP), un piano esistente da dieci anni per il mantenimento e l’ammodernamento dell’arsenale nucleare statunitense. Le vecchie bombe nucleari saranno sostituite con nuovi modelli più sofisticati.

    Anche in Italia, nelle basi di Aviano e Ghedi, le bombe nucleari B61 saranno sostituite dalle B61-12 LEP, per questo è necessario adeguare anche velivoli come i Tornado a questa nuova tipologia di armamento. Secondo la descrizione dell’ NNSA la prima produzione delle nuove bombe sarà completata entro il 2020.

    Secondo lo studio di Kristensten nel 1997 c’erano in Europa 249 depositi detti “WS3” con 996 testate. Al momento della pubblicazione del suo nuovo lavoro nel 2015 i depositi sarebbero scesi a 204, con una capacità massima di 816 testate. I Weapon Storage and Security System (WS3) sono un sistema diffuso in tutta Europa che prevede la collocazione delle armi in magazzini a volta detti Weapons Storage Vaults (WSV).

    Stando ai dati riportati nella ricerca del 2005, di queste zone-magazzino ad Aviano ce ne sarebbero 18 con la possibilità di contenere fino a 72 bombe, mentre a Ghedi ce ne sarebbero 11 con la possibilità di contenerne 44. La base di Aviano nel 2015 sarebbe stata sottoposta a dei lavori, riferisce lo studioso. I lavori servivano alla messa in sicurezza delle testate, ma solo una parte dei WSV (magazzini a volta) sarebbero stati sottoposti al programma di sicurezza. Questo potrebbe significare che negli altri non ci sono più le testate. Kristensen calcola quindi che ad Aviano le testate potrebbero essersi ridotte a 25-30.

    Un’immagine di Aviano tratta dallo studio di Hans Kristensen del 2015

    A Ghedi invece il segno più evidente della presenza di ordigni nucleari, sempre secondo Kristensen, sarebbe il 704esimo “squadrone munizioni”, in inglese Munitions Support Squadron (MUNSS), un’ unità che si trova a Ghedi dal 1963. “Il MUNSS non sarebbe nella base se non ci fossero bombe nucleari. Ci sono infatti soltanto 4 Squadroni munizioni (MUNSS) nell’aviazione statunitense e si trovano tutte nelle basi europee dove sono destinati gli ordigni nucleari”, scrive in un articolo del Fas del marzo 2014. La presenza di bombe nucleari a Ghedi Torre sarebbe relativamente recente e successiva alla guerra fredda. Il campo di aviazione avrebbe infatti ricevuto a metà degli anni Novanta le testate in precedenza schierate a Rimini.

    Scatto aereo della base di Ghedi estrapolata dallo studio del 2015 del ricercatore Hans Kristensen

     

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