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    Benvenuti nell’isola che non c’è

    Taiwan ha un Pil di 467 miliardi di dollari americani, ma per la comunità internazionale non esiste. A meno che la Cina non si convinca del contrario

    Di Vincenzo Faccioli Pintozzi
    Pubblicato il 19 Dic. 2012 alle 08:12 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:04

    Benvenuti nell’isola che non c’è

    Sun Tzu diceva che il vero guerriero è capace di vincere la guerra senza combattere. Il tassista che mi accompagna dall’aeroporto internazionale di Taoyuan all’albergo nel centro di Taipei è più prosaico: “Esistiamo da oltre 60 anni e non abbiamo mai avuto uno scontro diretto con la Cina comunista. Taiwan è il vero Stato guerriero”. Benvenuti nell’isola che non c’è, una nazione a tutti gli effetti con un’economia galoppante e un eccezionale sviluppo che però, secondo la comunità internazionale, non esiste.

    Nel 1949 la guerra civile cinese finisce con la vittoria dei comunisti di Mao Zedong; i nazionalisti del Kuomintang (partito fondato dal comune padre della patria, Sun Yat-sen) sono costretti alla ritirata al seguito del generale Chiang Kai-shek. Per l’esilio scelgono l’ex colonia portoghese di Formosa, che da quell’anno diventa la sede del governo legittimo della Repubblica di Cina.

    Fino al 1971 è Taipei a sedere sul seggio cinese all’Onu; è Taipei la capitale della Cinaoccupata’ dai comunisti; è Taipei che viene considerata il riferimento per gli affari asiatici. Poi arrivano la diplomazia del ping pong, la distensione del presidente americano Nixon e la fine della fase più dura del maoismo. Taiwan diventa di troppo e non viene più riconosciuta dalla comunità internazionale.

    Da parte sua, la Cina considera Taiwan una ‘provincia ribelle da riportare alla madrepatria’. Eppure, come ricorda il giornalista del Taipei Times Charles Wang, “il concetto di ‘uno Stato, due sistemi’ era stato creato per dirimere la questione dello Stretto di Taiwan. È stato applicato a Hong Kong solo dopo che il nostro governo, all’epoca indipendentista, lo aveva rigettato”.

    Ora, con il nazionalista Ma Ying-jeou (appena rieletto al suo secondo mandato), le cose vanno meglio: Taipei e Pechino hanno un accordo per la libera circolazione di mezzi e persone – ogni anno 5 milioni di cinesi continentali visitano l’isola e 2 milioni di taiwanesi vanno nella madrepatria – e la bilancia commerciale fra i due Paesi è in attivo.

    La Cina è il primo recettore delle esportazioni taiwanesi: in primo luogo pannelli solari, led e alta tecnologia. I numeri parlano da soli e dicono molto: per il 2011, l’isola ha toccato un Prodotto interno lordo (Pil) pari a 353 miliardi di euro. Considerati i quasi 23 milioni di abitanti, significa un Pil pro capite di oltre 20 mila dollari. E non è poco per un Paese dove per un pranzo di medio livello si spendono tre euro, e dove una birra ne costa solo uno.

    L’altro aspettp che impressiona è il numero di cantieri aperti. Sembra che Taipei non sia mai contenta di se stessa e continui a rinnovarsi. Il caso più lampante è quello del Taipei 101, il secondo grattacielo più alto del mondo. Poi ci sono i quartieriold style’, quelli degli hutong di imperiale memoria, che si ergono fieri del loro piano unico nonostante la necessità terrificante di spazio per l’abitabilità. E terrificante non è esagerato: complessivamente Taiwan misura 395 chilometri da nord a sud e 144 da est a ovest. In alcuni distretti di Taipei la densità è di 46 mila persone per chilometro quadrato.

    Ma tutto questo non esiste. Taiwan è solo ‘osservatore’ all’interno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. D’altra parte, volenti o nolenti, questo è il settimo Paese al mondo per competitività globale; il quarto per gli investimenti in campo ambientale; il diciottesimo per la libertà economica e il venticinquesimo per la facilità di portare a termine un affare. Tutti dati della Banca mondiale, non del governo locale. È arrivato il momento che l’isola che non c’è scopra la gioia di esistere.

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