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    Gli Houthi attaccano basi e impianti di petrolio in Arabia Saudita dallo Yemen: 73 feriti. Sale il prezzo del greggio

    Credit: AGF

    L’offensiva è stata lanciata in risposta a oltre 120 raid aerei della coalizione internazionale guidata da Riad e ha innescato l'interruzione temporanea di alcune attività strategiche nel regno

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 8 Set. 2026 alle 12:00

    I ribelli Houthi hanno lanciato dallo Yemen una serie di attacchi missilistici e con droni nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, provocando almeno 73 feriti e l’interruzione parziale delle attività in alcuni impianti energetici. La coalizione internazionale a guida saudita, impegnata nell’ultima settimana in oltre un centinaio di raid aerei nelle zone controllate dai ribelli, ha promesso una dura ritorsione.
    Intanto il pesante bilancio umano ed economico segna una netta escalation delle ostilità, che si è già fatta sentire sui mercati finanziari e petroliferi internazionali.

    Pioggia di fuoco
    I raid condotti dagli Houthi, come reso noto dal generale Turki Al-Maliki, portavoce del ministero della Difesa di Riad e della coalizione internazionale a guida saudita, hanno colpito basi militari e impianti energetici nelle città di Abha, Khamis Mushait, Jizan e Najran, nel sud-ovest del regno arabo. Da parte loro, gli insorti yemeniti hanno fatto sapere di aver centrato l’aeroporto internazionale di Abha, la base aerea King Khalid vicino a Khamis Mushait e diversi impianti del colosso petrolifero Saudi Aramco ad Abha, Najran e Jizan.
    I dettagli dell’azione sono stati rivendicati dal portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, che in una nota divulgata su Telegram e citata dall’agenzia di stampa ufficiale dei ribelli Saba ha spiegato come “le forze armate yemenite abbiano condotto un’operazione militare su larga scala e ad ampio raggio”, impiegando decine di vettori, come missili e droni, per reagire ai 121 raid aerei sferrati da Riad negli ultimi tre giorni nelle province di Marib e Al-Bayda, in Yemen.
    Gli Houthi accusano inoltre la coalizione di rifornire continuamente di armi e copertura aerea le truppe del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale per riconquistare le posizioni occupate dai miliziani filo-iraniani. Tra i bombardamenti attribuiti alle forze saudite dai ribelli figura anche un raid che ha colpito il carcere di al-Hazm, nella provincia di Jawf, causando 11 vittime.
    Intanto i combattimenti via terra si fanno sempre più sanguinosi nel sud-ovest dello Yemen. Soltanto nell’ultima settimana, secondo fonti di entrambi gli schieramenti citate dall’agenzia di stampa francese Afp, gli scontri tra le forze filo-governative appoggiate dalla coalizione internazionale a guida saudita e gli Houthi hanno provocato oltre 300 morti.
    Nel nord del Paese, poi, l’esercito regolare yemenita ha lanciato un’offensiva che ha permesso alle truppe fedeli al governo internazionalmente riconosciuto di avanzare nella provincia di al-Jawf, considerata la via d’accesso verso la capitale Sanaa, occupata dai ribelli da oltre dieci anni. L’obiettivo delle forze filo-governative, dopo aver sferrato un attacco a sorpresa e aperto un nuovo fronte, è alleggerire il fronte sud-occidentale e impedire agli Houthi di concentrare il proprio potenziale militare a ovest di Taiz, un’area in cui i miliziani erano riusciti a guadagnare terreno e dove l’esercito regolare è impegnato in una controffensiva per riprendere il controllo dei settori perduti.

    Reazioni politiche
    Per rispondere all’attacco, ha fatto sapere il generale Al-Maliki, la coalizione a guida saudita è pronta ad adottare “tutte le misure e le azioni necessarie”. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Riad ha condannato i raid lanciati dallo Yemen, ribadendo “il legittimo diritto del regno ad adottare tutte le misure necessarie per difendere la propria sovranità” e la “necessità di porre immediatamente fine a ogni forma di escalation praticata da questa milizia, nonché alle sue continue minacce alla navigazione marittima”.
    Piena solidarietà all’Arabia Saudita è stata espressa dal ministero degli Esteri del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale. L’esecutivo ha bollato i lanci di droni e missili balistici contro il territorio saudita come un “attacco terroristico” e “un palese atto di aggressione contro la sicurezza, la sovranità, la stabilità del regno, dei suoi cittadini, dei residenti e del suo patrimonio”, ribadendo che la stabilità dell’Arabia Saudita è imprescindibile per la sicurezza dello Yemen.
    Sulla stessa linea si è espresso il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), che ha condannato i miliziani per l’uso di un “approccio criminale estremista” teso a “prendere di mira deliberatamente la popolazione e le strutture civili”, una condotta che secondo l’organizzazione rivela le “intenzioni malvagie” degli Houthi e la loro totale avversione al processo di pace.

    Conseguenze economiche
    Intanto le ripercussioni sul comparto energetico sono state immediate. Il ministero dell’Energia saudita ha confermato che le incursioni contro le infrastrutture petrolifere hanno causato la sospensione temporanea di alcune operazioni negli impianti di Saudi Aramco.
    Di conseguenza, sui mercati internazionali dei futures, il prezzo del greggio sull’indice Brent è schizzato a quota 99 dollari al barile, attestandosi poi oltre i 98 dollari. Al contempo, il contratto futures sul greggio West Texas Intermediate (WTI) con scadenza a ottobre si è attestato a oltre 94 dollari al barile.
    La volatilità delle quotazioni però non è solo frutto degli attacchi odierni ma di un panorama globale incerto, appesantito dalla guerra scatenata il 28 febbraio scorso dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, che non accenna a placarsi. Il quadro è aggravato dall’inasprimento degli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso contro i convogli sauditi.
    Il riaccendersi delle ostilità in Yemen si inserisce infatti nel drammatico contesto della guerra civile yemenita, scoppiata nel 2014, che ha già causato centinaia di migliaia di morti e trascinato la nazione più povera della Penisola araba in una spaventosa emergenza umanitaria.
    Lo Yemen rappresenta l’ennesimo teatro di crisi travolto dal conflitto regionale innescato a fine febbraio dall’offensiva israelo-americana contro la Repubblica islamica. Dopo lo scoppio del conflitto, infatti, la tregua che reggeva dal 2022 è crollata definitivamente a luglio, quando gli Houthi hanno sfidato il controllo dello spazio aereo yemenita da parte di Riad, riaprendo le ostilità su larga scala e intensificando le incursioni contro installazioni militari e i territori controllati dal governo internazionalmente riconosciuto, appoggiato dalla coalizione a guida saudita.
    Nelle ultime settimane, i ribelli vicini a Teheran hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro bersagliando le navi in transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, che divide la Penisola dal Corno d’Africa e costituisce uno snodo geografico vitale verso il Canale di Suez, e decretando nel Mar Rosso un blocco marittimo ai danni dell’Arabia Saudita, il primo esportatore di greggio al mondo. Da quasi due mesi gli insorti prendono di mira petroliere in mare e infrastrutture in territorio saudita, inclusa la raffineria di Jizan.
    L’escalation a Bab el-Mandeb ha così inasprito le conseguenze economiche del blocco decretato da Iran e Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, situato sul versante opposto della Penisola, ostacolando ancora di più il traffico navale di idrocarburi.

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