Almeno una persona è morta, tre sono rimaste ferite e “decine” sono state arrestate oggi in Afghanistan, a seguito della repressione da parte dei talebani di una manifestazione di protesta per i diritti delle donne nella provincia occidentale di Herat. La notizia è stata confermata da alcuni testimoni oculari all’agenzia di stampa britannica Reuters ma è stata smentita da un portavoce delle autorità locali, secondo cui l’operazione non ha provocato vittime né arresti.
La repressione a Herat
Agenti delle forze di sicurezza talebane hanno disperso oggi un centinaio di persone accorse nella zona di Jebrail, a Herat, per partecipare a una manifestazione organizzata contro i blitz della polizia morale del ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio che la scorsa settimana aveva arrestato una ventina tra donne e ragazze accusate di aver violato le norme sull’abbigliamento obbligatorio. La legge imposta dai talebani stabilisce che le donne possano uscire in pubblico solo indossando un velo e una lunga veste che copre tutto il corpo. Il portavoce della polizia locale, Sayed Masoud Hosseini, ha confermato la dispersione della folla all’agenzia di stampa ufficiale Bakhtar, affermando che l’assembramento aveva “creato tensioni” e “turbato l’ordine pubblico”, “con il pretesto di protestare contro l’hijab obbligatorio”. “Grazie al tempestivo intervento delle forze di sicurezza, la situazione è stata riportata sotto controllo e si è evitato un ulteriore aumento della tensione”, ha aggiunto il portavoce della polizia locale, senza confermare né smentire le notizie pubblicate da Reuters.
La reazione internazionale
Gli arresti erano stati criticati anche dalla missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama), che aveva espresso preoccupazione per l’accaduto, esortando le autorità talebane a rispettare i diritti umani. “L’Unama è preoccupata per i molteplici arresti e detenzioni di donne a Herat per la presunta mancata osservanza dei requisiti di abbigliamento, il che solleva gravi preoccupazioni in materia di diritti umani”, aveva scritto domenica 7 giugno sui social la missione Onu. “Ricordiamo alle autorità di fatto dell’Afghanistan che tutte le persone hanno diritto alla libertà di movimento e che tutti, sia donne che uomini, hanno diritto all’uguaglianza davanti alla legge”. “È illegale e inaccettabile. Gli arresti devono cessare e le donne devono essere rilasciate immediatamente”, aveva scritto ieri sui social il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett. “È tempo di allentare la tensione, rispettare la libertà di espressione dei cittadini, in particolare delle donne e delle ragazze, ed evitare ulteriori danni. I responsabili delle violenze devono essere chiamati a risponderne”, ha aggiunto oggi.
La smentita dei talebani
Le autorità talebane locali hanno poi smentito le “voci” di morti, feriti e arresti nell’operazione odierna a Herat. Il direttore del dipartimento cittadino per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, Azizur Rahman Al-Muhajir, ha fatto sapere all’agenzia di stampa locale Pajhwok che le forze locali “non hanno ancora arrestato alcuna donna per non aver indossato l’hijab”. I suoi uomini, ha aggiunto, “si limitano a fornire consigli e informazioni sull’osservanza dell’obbligo a indossare l’hijab”, ricordando che si tratta di una “prescrizione religiosa per le donne musulmane” e che il suo dipartimento “si impegna a promuoverla e far sì che venga rispettata”.
Da quando hanno ripreso il potere a Kabul nell’agosto del 2021, dopo la fuga delle truppe statunitensi e alleate dall’Afghanistan, i talebani hanno imposto severe restrizioni alle donne e alle ragazze, limitandone l’accesso all’istruzione, al lavoro e allo sport, suscitando una serie di critiche a livello internazionale. Entro il 2030, secondo un rapporto pubblicato ad aprile dall’Unicef, l’Afghanistan rischia di perdere oltre 25mila insegnanti e operatrici sanitarie, se le restrizioni all’istruzione e all’occupazione femminile dovessero restare in vigore. I talebani però affermano di rispettare i diritti delle donne in conformità con la loro interpretazione della legge islamica.