Trump ha parlato di «resa dell’Iran». Ma il testo del memorandum ha fatto gridare al disastro negli Usa. Come stanno davvero le cose?
«La questione tra Stati Uniti e Iran resta aperta, ma qualora si chiudesse con un accordo, non sarebbe affatto un disastro per gli Usa. Le prospettive di investimenti in Iran e la verosimile apertura del mercato iraniano ai prodotti e alle società statunitensi – si è parlato persino di un possibile ordine di 100 Boeing da parte di Iran Air – allontanerebbero un alleato dall’asse russo-cinese, spostandolo verso l’Occidente».
Non si poteva ottenere con i negoziati dello scorso anno?
«Allora gli Usa non avevano toccato con mano la capacità di reazione militare e la resilienza delle forze armate dell’Iran. Ora invece si è arrivati a un compromesso che, al netto degli sgambetti degli avversari interni e dei nemici esterni, potrebbe andar bene sia agli iraniani che agli americani».
Mojtaba Khamenei ha fatto sapere di non condividere lo spirito dell’accordo ma di essersi affidato alle garanzie del presidente Pezeshkian. Ha messo le mani avanti?
«La nota di Khamenei fa da specchio alla dichiarazione un po’ scherzosa e un po’ no del presidente statunitense, secondo cui qualora i negoziati andassero bene sarebbe merito suo e se fallissero sarebbe colpa del suo vice Vance. Ambedue le parti sono consapevoli dei rischi di questo negoziato ed entrambe le leadership vogliono tenersi aperta una via d’uscita. Ai tempi del Jcpoa del 2015, anche il padre Ali, pur dicendosi sospettoso e critico nei confronti degli Usa, affermò di aver accettato l’intesa e di aver autorizzato i negoziati guidati dall’allora presidente Rouhani nel superiore interesse del Paese. Quando poi, nel 2018, Trump si ritirò dall’accordo, disse: “Vedete, avevo ragione io”».
L’architetto Usa dell’accordo sul nucleare del 2015, Rob Malley, ci spiegò che un accordo con l’Iran sarebbe «politicamente più solido se firmato da Trump». È d’accordo?
«Trump è consapevole dell’importanza dell’intesa, non a caso, dacché doveva firmarla, Vance l’ha firmata di persona. È un segnale importante: colui il quale ha fatto fallire i negoziati nel 2018 oggi è propenso a portarli avanti e questo, concordo con Malley, potrebbe avere un peso maggiore. Ma entrambe le parti hanno imparato i limiti di quell’accordo. Non a caso, tra le condizioni del memorandum, c’è l’avallo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sia per dare maggiore legittimità che per rendere più difficile ritirarsi. Perciò, qualora andasse in porto, l’accordo non vedrebbe vincitore solo l’Iran, ma anche gli Usa e il presidente Trump».
Quali sono le prospettive del negoziato?
«Il memorandum lascia fuori il programma balistico iraniano e la sua proiezione militare regionale, compresi i rapporti con i proxy. Trump stesso ha detto che, così come altri Paesi possiedono dei missili, “sarebbe ingiusto” impedire all’Iran di averne. Questa esclusione ha reso il negoziato digeribile per Teheran».
Ma è un problema per Israele, che ha provato più volte a far saltare il banco. Ci riuscirà?
«A differenza del 2015, quando Netanyahu criticò in maniera aperta l’accordo di Obama, e di qualche anno fa, quando condannò i tentativi di Biden di resuscitarlo, stavolta il premier non si è espresso ufficialmente contro. E questo, da solo, dovrebbe farci capire la profondità dei suoi rapporti con Trump. D’altra parte, però, sta dimostrando nei fatti di voler far fallire i negoziati, a suon di bombardamenti a Beirut e nel sud del Libano, prima e dopo la firma».
I rapporti tra Usa e Israele cambieranno?
«In vista delle elezioni di novembre, Trump vuole dimostrare di essere il socio di maggioranza di questa alleanza. A parole lo ha ribadito molte volte, ora deve dimostrarlo con i fatti. Anche il suo vice Vance ha ricordato come il presidente Usa sia l’ultimo alleato di Israele nel mondo e che, nel corso del conflitto, i contribuenti americani hanno pagato due terzi della difesa aerea israeliana. Resta da capire se c’è la volontà e la capacità da parte Usa di influire su Israele. Potrebbe, ad esempio, bloccare per un breve periodo il rifornimento di armi statunitensi, come fece Biden».
Intanto le monarchie del Golfo non sembrano più fidarsi della protezione degli Usa e hanno appoggiato l’accordo.
«Questa è una grossa novità rispetto al 2015: allora, escluso il Qatar, tutti i regni arabi criticarono l’accordo di Obama con Teheran. Oggi, invece, hanno tutti ufficialmente appoggiato il negoziato e il memorandum con l’Iran, spingendo Trump a chiudere il conflitto. In particolare l’Arabia Saudita, insieme alla Cina, ha spinto il Pakistan a mediare l’accordo, per via dei suoi importanti legami militari ed economici con Islamabad».
Malgrado gli sforzi di ricomposizione però, il cosiddetto fronte sunnita appare tutt’altro che unito.
«Le alleanze trasversali fra Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto potrebbero potenzialmente rappresentare un elemento di stabilità nella regione. È ovvio però che questa alleanza andrebbe, per certi versi, a detrimento dei famosi Accordi di Abramo sponsorizzati da Trump con Israele. Ma una “pacificazione” fra Egitto, Turchia, Pakistan, Arabia Saudita e Iran porterebbe maggiore stabilità nella regione».
La Cina appare come uno dei principali vincitori, pur senza aver sparato un colpo. Può riempire il vuoto lasciato nella regione dagli Usa?
«Pechino ha ampliato le sue capacità finanziarie ed economiche, ma non possiede ancora una reale capacità geopolitica che le permetta di “soppiantare” Washington. Non è nemmeno chiaro se voglia averla in una zona tanto lontana dalle sue storiche aree di influenza. A prescindere da questo però, se negli oltre 100 giorni di conflitto gli iraniani hanno dimostrato indubbie capacità militari, queste sono state anche “aiutate” dalla cooperazione con la Russia e, soprattutto, con la Cina. Se Mosca, impegnata in un altro conflitto, non ha potuto fornire tutto il sostegno necessario, sottobanco Pechino ha contribuito alla difesa di Teheran. Innanzitutto per sguarnire le riserve militari statunitensi a fronte di un ipotetico, futuro conflitto a Taiwan e poi per studiare e testare i sistemi d’arma americani che finora non erano stati mai messi alla prova in una guerra tecnologicamente evoluta».
Trump ha detto di non aver «imparato alcuna lezione» dal conflitto. Putin, invece, ha elogiato la leadership iraniana per la «stabilità» mantenuta durante la guerra, definendo «sbagliate» le previsioni occidentali di un collasso interno. Che effetto ha questo sul teatro ucraino?
«Le due aree di crisi sono in qualche modo collegate. Qualora il conflitto iraniano si dovesse risolvere, questo potrebbe avere effetti positivi anche sulla risoluzione della guerra in Ucraina».
Come?
«Nel corso dell’ultima Parata della Vittoria sulla Piazza Rossa a Mosca, abbiamo visto un Putin indebolito rispetto alle precedenti occasioni. È verosimile che quattro anni di conflitto abbiano influito sia sulle capacità economiche che di proiezione di potenza, come anche sul controllo interno del Paese. Non a caso assistiamo a ripetuti attacchi ucraini su San Pietroburgo e su Mosca. Ma anche a livello di conflitto guerreggiato si osserva un sostanziale stallo sul campo, per cui nessuna delle due parti riesce più di tanto ad avanzare e a conquistare terreno. Un Trump “vincitore” potrebbe riuscire a convincere sia Zelensky che Putin a un compromesso, spinto dalla tentazione di risolvere due grossi conflitti in un lasso di tempo relativamente breve e alla luce della consapevolezza che nessuno dei due contendenti può proseguire un conflitto che sta dissanguando le rispettive nazioni».
L’analista Nima Baheli a TPI: “L’intesa può rivelarsi una vittoria per l’Iran, gli Usa e Trump”
“Il presidente che aveva fatto fallire i negoziati nel 2018 ha firmato l’accordo di persona. Ma, come Khamenei, si tiene una via d’uscita aperta”. L’analista geopolitico Nima Baheli spiega a TPI perché il memorandum non è un disastro per Washington: “Se andasse in porto allontanerebbe Teheran da Cina e Russia”
Mostra tutto