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    Quasi 100mila persone rinunciano al reddito di cittadinanza? Significa che la misura funziona

    Di Luca Telese
    Pubblicato il 6 Mag. 2019 alle 10:33 Aggiornato il 6 Mag. 2019 alle 11:33

    REDDITO DI CITTADINANZA RINUNCIA – L’ultima notizia sul Reddito di Cittadinanza è questa: un numero ancora imprecisato di persone, stimato per ora fra i 60mila i 100mila (forse addirittura di più) avrebbe intenzione di rinunciare alla cifra che ha ottenuto dopo il calcolo dell’Inps sugli importi da erogare.

    Il numero totale esatto di questi potenziali “rifiuti” è ancora incerto, e ci arriva dalla rete capillare dei Caf in forma di stima ipotetica, perché non esistono ancora i moduli prestampati per la rinuncia.

    Tuttavia è bastata questa notizia per far dire a diversi critici: “Ecco la prova che il Reddito non funziona!”. Secondo le prime stime questi cittadini rinunciatari, sarebbero prevalentemente ascrivibili a due categorie.

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    La prima: quelli che ritengono di aver preso troppo poco (non vale la candela il gioco di mettersi nel meccanismo delle offerte di lavoro obbligate per 50 o 100 euro).

    La seconda: il maggior gruppo di “delusi” sarebbe composto dai tanti che sono rimasti spaventati dai tanti controlli necessari per erogare i fondi. Sarebbe dunque troppo onerosi, per loro, i vincoli che aver presentato la domanda comporta.

    Costoro si aggiungono ai tanti che non hanno fatto richiesta (già in partenza), perché la pena di sei anni (quella prevista in caso di frode allo Stato) era di tale entità che – come è noto – in caso di condanna comporta il carcere.

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    Così, adesso, il coro dei commentatori e dei critici, politici e non, agita questo nuovo numero ancora ipotetico (abbiamo visto perché) che rappresenta uno scarso 10 per cento del totale delle richieste (arrivate ad un milione) per dire che sarebbe una prova del fallimento della misura.

    Mediamente coloro che hanno avuto il riconoscimento del Reddito percepiscono 520 euro a testa: i rimanenti 400mila prendono di meno o di più . Il 20 per cento del totale prende più di 750 euro al mese. E allora bisogna mettersi d’accordo.

    Alla vigilia della misura del Reddito si diceva che: 1) Non c’era le coperture economiche per sostenere l’operazione. 2) che il reddito sarebbe costato troppo e che avrebbe disastrato i conti pubblici 3) che avrebbe aiutato i “divanisti” (cioè quelli che non vogliono lavorare) 4) che sarebbe stato ottenuto dai “furbetti” (ovvero da chi lavorava in nero).

    Adesso, invece, scopriamo che 1) il 25 per cento delle domande è stato bocciato perché i controlli dell’Inps sono stati rigorosi. 2) Che il Reddito è costato quasi un miliardo meno del previsto (soldi da reinvestire in chi ha bisogno). 3) Che i “divanisti” sono stati disincentivati a chiederlo perché non vogliono vincoli. 4) Che i furbetti hanno paura ad accettarlo perché temono i controlli.

    Bene, dico io: se fai il furbo e provi a rubare risorse che sono destinate per chi è più povero te ne vai dritto in galera, ed è giusto così. Ma bisognerebbe imparare qualcos’altro, e di molto più importante, da questa lezione.

    Il reddito oggi non è (solo) un provvedimento del governo, o una bandiera del M5s, o il successo di chi l’ha immaginato (ovvero dell’attuale presidente dell’Inps Pasquale Tridico).

    Il Reddito, chiunque vada al governo, domani o dopodomani, ha già raggiunto un primo risultato, che nessuno considera. È la prima grande indagine anagrafica sulla povertà: il milione di persone che hanno fatto domanda sono un enorme caso di autocertificazione di massa.

    Sono persone che hanno raccontato la loro storia patrimoniale e lavorativa. Sono la più grande ricerca collettiva su quel continente fino a ieri sconosciuto che era la povertà in Italia.

    Prima ne conoscevano solo i contorni, la cifra assoluta, l’entità. Adesso – invece – abbiamo nomi, volti e dati, che ci spiegano chi sono quelle persone, e quindi anche la risposta su come (e se) possono essere aiutate. La misura di quanto può costare questo intervento.

    Esempio: la prima cosa fare è allargare i paletti per introdurre una soglia anagrafica privilegiata, che permetta di accedere al reddito ai tanti giovani che oggi figurano ancora nell’Isee delle famiglie, e che invece già abitano da soli.

    Sarebbe utile sovvenzionarli perché già stanno studiando o perché potrebbe essere aiutati a uscire di casa e/o a formarsi. È davvero positivo, dunque, non certo negativo, che qualcuno abbia paura di finire sotto la lente dei servizi di assistenza sociale e del fisco.

    L’idea che i furbetti e i divanisti siano delusi dalla misura, quindi, è il contrario di come ci viene raccontata. Non un difetto, ma un successo. Non per una parte politica, ma per tutto il paese.

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