Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Economia
  • Home » Economia

    L’affare d’oro delle armi al vertice Nato di Ankara: 43,7 miliardi di euro di nuovi accordi per l’industria bellica europea e statunitense

    Artiglieria francese in azione durante un’esercitazione militare della Nato a Cincu, in Romania, nel febbraio 2026. Credit: Jean-Christian Tirat/SIPA / AGF

    Da Saab ad Airbus fino a Lockheed Martin, i colossi del settore incassano intese storiche su satelliti, aerei da trasporto e droni. Ma il colpo più grosso è lo spostamento della produzione di missili tattici in Europa. Ecco chi ci guadagna

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 8 Lug. 2026 alle 10:41 Aggiornato il 8 Lug. 2026 alle 10:45

    Più che un semplice incontro diplomatico, il Defence Industry Forum della Nato, andato in scena ieri ad Ankara a margine del vertice dell’Alleanza atlantica in corso in Turchia, si è trasformato in un’autentica miniera d’oro per i pesi massimi della produzione militare globale. A conti fatti, parliamo di 50 miliardi di dollari di nuovi accordi, pari a circa 43,7 miliardi di euro, un vero record che andrà a ingrassare i bilanci delle aziende leader nei comparti aerospaziale e degli armamenti, chiamate a colmare le lacune strategiche di un’Europa e di un Nord America sempre più in allerta. Così, dai nuovi aerei da sorveglianza fino alle flotte di aviotrasporto, i governi hanno deciso di aprire i cordoni della borsa come non si vedeva da decenni e le multinazionali del settore sorridono.

    La partita nei cieli
    La Saab si è aggiudicata una delle fette più ghiotte della torta. L’Alleanza manderà infatti in pensione la vecchia flotta di velivoli sentinella del tipo Boeing E-3 Sentry AWACS, e lo farà acquistando fino a dieci GlobalEye prodotti dalla concorrente svedese, un vero smacco per la rivale statunitense Boeing, i cui E-7A sono stati scartati dagli alleati dopo che la stessa Washington aveva deciso di cancellarne gli ordini. Per Saab, invece, l’affare è enorme. L’a.d. dell’azienda Micael Johansson ha annunciato che i negoziati formali stanno per cominciare e che le prime consegne potrebbero arrivare già nel 2030 a un prezzo compreso tra i 400 e i 450 milioni di dollari ad aereo. A sborsare la cifra compresa tra i 4 e i 4,5 miliardi sarà un consorzio di dieci nazioni: Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Romania. Un sistema formidabile, lo ha definito il segretario generale della Nato Mark Rutte, in grado di tracciare sciami di droni e missili da crociera, che premia la collaborazione industriale tra Europa, Canada e Stati Uniti.
    Un altro grande vincitore del vertice turco è il colosso francese Airbus, che rafforza il suo quasi-monopolio logistico nel Vecchio continente. Sette nazioni, Belgio, Croazia, Francia, Polonia, Spagna, Turchia e Regno Unito, hanno infatti aderito al nuovo “Progetto ad Alta Visibilità”, mettendo in comune risorse e portafogli per gestire una flotta di velivoli cargo militari A400M, capaci di paracadutare enormi carichi persino su piste sterrate. Ma non è finita qui: Airbus ha visto espandersi anche il programma Multirole Tanker Transport Fleet (MMF). Con l’ingresso della Finlandia, che si aggiunge a Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, il consorzio si prepara ad accogliere il decimo aereo da trasporto A330 MRTT. A un soffio dal limite di 12 velivoli, la capacità massima prevista per questi aerei dal doppio ruolo di rifornitori e cargo.

    I nuovi business tra droni e spazio
    Ma se c’è un settore in cui i budget militari sembrano illimitati, è ormai quello dei droni. Qui è la statunitense Northrop Grumman a incassare. Danimarca, Finlandia, Germania e Norvegia hanno infatti siglato una lettera d’intenti per comprare fino a cinque velivoli a pilotaggio remoto da sorveglianza e ricognizione modello MQ-4C Triton, pensati per restare in volo fino oltre i 18mila metri di quota anche per 36 ore. Questi occhi elettronici, come ha spiegato il segretario generale Rutte, saranno chiamati a vigilare sugli oceani e sul difficile teatro artico, battendo in efficienza qualsiasi altro velivolo tradizionale e irrobustendo le operazioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione dell’Alleanza.
    La Nato però non vuole solo più droni, ma anche sapersi difendere da quelli altrui. L’Alleanza ha infatti annunciato un piano di spesa da oltre 40 miliardi di dollari, pari a 35 miliardi di euro, per i prossimi cinque anni, interamente dedicato alle tecnologie anti-drone, con l’intenzione di quintuplicare entro l’anno prossimo il numero di piloti addestrati allo scopo. Così le industrie del settore avranno a disposizione un nuovo mercato interno alla Nato per piazzare i propri sistemi certificati. Intanto, la Nato Support & Procurement Agency (NSPA), l’agenzia per l‘approvvigionamento dell’Alleanza, ha già firmato contratti per centinaia di milioni di dollari per droni da sorveglianza, mentre il programma Nato Flight Training Europe (NFTE) accoglierà anche Svezia, Finlandia e Francia, affiancandole ai 17 membri originari per formare i nuovi operatori.
    I contratti si moltiplicano anche oltre l’atmosfera del nostro Pianeta. Non a caso, al vertice dell’Alleanza atlantica in corso ad Ankara, sono decollate ben quattro iniziative spaziali. La più corposa vede otto Stati membri, Canada, Danimarca, Finlandia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia e Turchia, valutare l’idea di una costellazione satellitare militare condivisa. Un affare colossale per le aziende del settore, che dovranno fornire l’apposito hardware per tracciare i missili e blindare le comunicazioni. Dal canto suo, la Turchia ha annunciato lo sviluppo in patria di nuovi satelliti. La Spagna, invece, ha aderito, come 19esimo partecipante, al programma Alliance Persistent Surveillance from Space (APSS) per la sorveglianza spaziale permanente, mentre il Canada è entrato a far parte, come quindicesimo membro, di STARLIFT, l’iniziativa dedicata a sviluppare capacità di lancio con breve preavviso dai cosmodromi di tutta l’Alleanza. A guadagnarci subito è l’azienda tedesca produttrice di razzi Isar Aerospace, che ha firmato un contratto con la canadese Maritime Launch Services per realizzare e sfruttare una rampa di lancio esclusiva per il suo vettore Spectrum allo Spaceport Nova Scotia, in Canada.

    L’Eldorado delle munizioni
    Tornando con i piedi per terra, però, è l’industria degli armamenti pesanti a incassare di più. Lockheed Martin e Rheinmetall hanno siglato un protocollo d’intesa per impiantare in Germania, a Unterlüß, un polo di produzione e distribuzione dei missili tattici ATACMS. Se l’operazione andrà in porto, sarà il primo stabilimento in assoluto a fabbricare questi missili balistici a corto raggio fuori dai confini statunitensi. Un’enorme iniezione di capitali per l’industria tedesca. Ma la Lockheed Martin si prepara anche a incassare sul fronte della manutenzione: Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia stanno valutando infatti l’apertura di un polo europeo per la gestione dei razzi intercettori PAC-3 (MSE e CRI). Il sottosegretario alla Difesa statunitense, Michael Duffey, ha lasciato intendere che presto anche la costruzione stessa di questi missili potrebbe sbarcare in Europa, sebbene non sia stata ancora scelta la sede.
    A chiudere il cerchio degli accordi firmati ad Ankara c’è il comparto del munizionamento convenzionale e di precisione. Ben 1,6 miliardi di dollari, pari a 1,4 miliardi di euro, verranno sborsati da nove Paesi membri, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Norvegia, Slovacchia, Svezia e Turchia, per finanziare l’industria bellica nello sviluppo di un prototipo per un proiettile Nato da 155 millimetri. Infine l’Italia collaborerà insieme a Danimarca, Francia, Norvegia, Turchia e Regno Unito per varare un nuovo progetto dedicato alla prossima generazione di lanciatori terrestri e missili di precisione a lungo raggio. Insomma, per le grandi firme della difesa, l’agenda dei prossimi anni non è mai stata così fitta.

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version