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    Tra smart working e transferable skills

    Molti sono i cambiamenti a cui la nostra società ha dovuto adattarsi nell’ultimo anno e mezzo, questi però possono essere visti come un’opportunità da cui poter ricominciare

    Di Redazione TPI
    Pubblicato il 14 Feb. 2022 alle 15:13 Aggiornato il 14 Feb. 2022 alle 15:14

    Senza dubbio, la pandemia da Covid ha avuto un forte impatto, non solo sulle nostre vite private e le nostre abitudini sociali, ma anche sulle modalità di lavoro tradizionali, reinventandole e accelerando trasformazioni che erano già in atto. Tra queste, forse, la più significativa e impattante riguarda il passaggio al “lavoro agile”. Meglio conosciuto come smart working, il “lavoro agile” sembrava essere una meteora che passa in fretta, ma ha lasciato una scia chiara e inequivocabile della sua traiettoria. Nell’ultimo anno e mezzo, la maggior parte dei settori dell’economia, ove possibile, ha deciso di puntare sui servizi digitali e di trasformare il salotto dei propri dipendenti in ufficio, rendendo il lavoro da remoto la nuova “normalità”.

    Questa trasformazione è riscontrabile dai dati pubblicati da Banca d’Italia nel gennaio 2021: nel nostro Paese, le imprese che sono passate allo smart working sono aumentate dell’82,3% nel 2020, dal 28,7% dell’anno precedente. Secondo il rapporto, i lavoratori che hanno utilizzato lo smart working hanno aumentato del 6% le ore di lavoro e hanno fatto meno ricorso alla cassa integrazione. L’adozione del “lavoro agile” ha offerto agli smart worker la possibilità di utilizzare le cosiddette transferable skills, il cui sviluppo e la cui valorizzazione oggi giocano un ruolo chiave nell’affrontare la sfida lavorativa proposta dallo smart working e nell’ottenere i migliori risultati possibili, nonostante le condizioni sfavorevoli. Le “competenze trasferibili” sono così chiamate poiché riguardano abilità che possono essere utilizzate in più campi e situazioni non correlate le une con le altre, come l’ambito sociale, professionale e accademico.

    Un esempio di sviluppo di competenze trasferibili si sperimenta nel gaming. Durante le attività di gioco è possibile apprendere e potenziare una serie di capacità che possono essere appunto trasferite, se riconosciute, al mondo del lavoro, così da accrescere il patrimonio personale. In Italia, nel 2019, ben 17 milioni di persone hanno passato parte del loro tempo libero giocando ai videogiochi, numero che, con la pandemia, non ha fatto altro che aumentare. Ed è proprio in questi anni di crisi che ManpowerGroup ha deciso di affiancare il progetto PLB ideato per accompagnare nella crescita giovani gamers e aiutarli a riconoscere, individuare e applicare consapevolmente le competenze acquisite con il gaming anche in ambiti accademici e/o lavorativi. La capacità di riqualificarsi e reinventarsi è diventata qualità essenziale nel mercato del lavoro, ma trovare sistemi di formazione e istruzione in grado di tenere il passo con queste nuove necessità non è semplice.

    Anche ManpowerGroup abbraccia questa nuova sfida e si impegna a offrire accesso a opportunità di lavoro che uniscono le abilità del lavoratore ai bisogni delle aziende, sostenendo diversi programmi di formazione, come Experis Academy ed Experis Career Accelerator, che – grazie a partnership con le aziende sulle key technologies che il mercato ricerca maggiormente – puntano all’incremento di nuove competenze e al loro aggiornamento continuo insieme allo sviluppo di progetti innovativi per garantire la crescita, non solo dei lavoratori ma anche del territorio. Lo sviluppo di competenze trasferibili non è stata l’unica conseguenza diretta del passaggio allo smart working. Uno studio condotto da EY, Pearson e ManpowerGroup ha rilevato un aumento esponenziale dell’importanza delle soft skills che andranno a determinare l’occupazione del futuro. Inoltre, i risultati di una recente ricerca di McKinsey mostrano come la richiesta delle soft skills da parte di recruiter aziendali aumenterà del 30%.

    Tuttavia, queste competenze sono difficili da individuare e sviluppare, in quanto sono capacità che tenderanno ad accrescere nel futuro e che, attualmente, non sono presenti. Studi di ManpowerGroup stimano che il 43% dei datori di lavoro ritiene che insegnare le soft skills sia ancora più arduo che acquisirle con l’esperienza. Pertanto, l’aumento della loro richiesta si deve tradurre anche in un cambiamento delle modalità di assunzione e gestione del personale da parte degli enti, che dovranno essere in grado di dotarsi di collaboratori capaci di prevedere, guidare e accompagnare l’azienda in questo cambiamento.

    Oggi risulta quindi fondamentale sapersi adeguare ai nuovi standard e apprendere e potenziare le soft skills per poterle applicare ad ambiti di settori differenti rispondendo alla mutata domanda di mercato.

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