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    A che punto è la crisi economica in Venezuela

    Credit: Reuters/Miraflores Palace

    La crisi in atto nel paese non è soltanto di natura politica. I cittadini venezuelani devono infatti affrontare un'inflazione a tre cifre, la recessione, la carenza di cibo e medicinali e il crollo del valore della moneta

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 11 Ago. 2017 alle 13:15 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 16:27

    L’estrema volatilità del tasso di cambio del bolivar venezuelano, la valuta del Venezuela, sta danneggiando la situazione economica del paese e aggravando la crisi in corso, rendendo la vita dei cittadini ancora più dura.

    “Come è possibile che pochi giorni fa un pacco di riso costava ottomila bolivar – ed era già costoso – e ora è a 17mila?”, nota Senovia Gonzalez, casalinga di 64 anni che vive nella penisola di Paraguana, sul mar dei Caraibi, nel nord ovest del paese, in un’intervista all’agenzia di stampa Reuters.

    Proprio la scorsa settimana, al mercato nero, la valuta venezuelana ha perso circa il 70 per cento del proprio valore contro il dollaro statunitense. Almeno secondo DolarToday, un sito web statunitense di cui non si conosce la proprietà ma che monitora il tasso di cambio non ufficiale in vigore nel paese.

    Da due anni infatti la Banca centrale venezuelana non pubblica dati ufficiali sull’inflazione, mentre il governo ha imposto restrizioni al cambio di valuta, pertanto i cittadini hanno dovuto rivolgersi a cambia valute non ufficiali, scatenando la reazione delle autorità.

    “Ho dato istruzioni di arrestare chiunque cerchi di aumentare i prezzi basandosi sui dati forniti da DolarToday”, ha detto il presidente durante un’intervista televisiva. Il governo di Caracas ha poi cercato di far fronte alla crisi anche con interventi dal carattere sociale, criticati dall’opposizione come generalmente insufficienti e motivati più dalla volontà di attrarre consensi che di risolvere la crisi in atto.

    Dal primo luglio 2017, il salario minimo mensile in Venezuela è così pari a 97.531 bolívar, poco più di 28 euro secondo il tasso di cambio non ufficiale, rendendolo il più basso in America Latina nonostante i frequenti aumenti voluti dal presidente Nicolas Maduro.

    A luglio infatti Maduro ha ordinato un ulteriore aumento del 50 per del salario minimo in vigore nel paese, il terzo incremento dall’inizio delle proteste ad aprile. A questo si aggiunge un buono governativo per acquistare cibo di 153mila bolivar, che le autorità concedono ai più poveri.

    Il governo venezuelano ha inoltre deciso di inviare degli ispettori pubblici negli esercizi commerciali per cercare di contenere gli aumenti di prezzo, ma questa strategia, basata sul comminare multe salate, è risultata in gran parte inefficace vista la crisi economica in atto nel paese che vede un’inflazione a tre cifre, la recessione e la carenza di cibo e medicinali.

    La situazione è esacerbata poi dal crollo del valore del bolivar e da un rapido aumento dell’afflusso di moneta straniera acquistata sul mercato nero. La crisi finanziaria non è una novità per il Venezuela: mille euro cambiati in valuta locale – oltre 8mila bolivar – nell’aprile 2013, quando Maduro è salito al potere, varrebbero ora solo poco più di due euro.

    Mercoledì 9 agosto, il parlamento venezuelano, in cui l’opposizione ha la maggioranza, ha fatto sapere che l’inflazione, nei primi sette mesi del 2017 è cresciuta del 248,6 per cento rispetto all’anno precedente. Come detto, la Banca centrale del paese non pubblica le cifre ufficiali da quasi due anni, da quando cioè questo dato ha cominciato a peggiorare.

    Questa situazione è causata dal crollo del valore della moneta nazionale, che negli ultimi tre anni ha perso ben oltre il 99 percento del suo valore contro il dollaro statunitense. Il presidente Maduro ha dato la colpa di tutto alla “guerra economica” condotta dagli Stati Uniti contro Caracas per far cadere il suo governo.

    Il presidente ha anche minacciato di mettere in prigione gli “speculatori” che incrementano i prezzi al consumo. L’opposizione invece sostiene che proprio la stretta sul cambio, le limitazioni alla libera circolazione dei capitali e l’eccessiva offerta di moneta contribuiscano a far aumentare l’inflazione e a indebolire il tasso di cambio.

    Il governo venezuelano infatti ha cercato di far fronte alla crisi in atto da oltre tre anni e causata dal crollo dei prezzi petroliferi, stampando nuova moneta e mettendola in circolazione, facendo così aumentare vertiginosamente i prezzi al dettaglio, soprattutto delle merci importate.

    Secondo la società di consulenza locale Ecoanalitica, nel primo semestre del 2017, circa il 25 per cento di tutte le importazioni sono state effettuate da società private che operano sul mercato nero.

    “Non solo i piccoli esercizi commerciali, ma tutti gli attori economici del paese comprendono che se anche il tasso di cambio ufficiale venisse nuovamente rafforzato dalle autorità, questo non è più sostenibile a lungo termine sul mercato reale e in meno un mese tornerebbe a indebolirsi”, ha detto il capo economista di Ecoanalitica, Asdrubal Oliveros.

    Per misurare le conseguenze dell’attuale crisi economica, è necessario quindi assumere il punto di vista più immediato per la popolazione, quello che riporta la situazione del settore reale dell’economia del Venezuela.

    “I consumi, i risparmi, la produzione e gli investimenti sono stati gravemente colpiti dalla situazione politica in corso nel paese che ha determinato condizioni economiche sfavorevoli per le famiglie e le imprese”, si può leggere in un rapporto della stessa società di consulenza venezuelana.

    Un indicatore rilevante dei flussi economici reali è infatti il livello delle vendite, che esprime al meglio il deterioramento del potere d’acquisto dei consumatori e della qualità della vita della popolazione in generale.

    I beni durevoli sono quelli che hanno registrato la maggiore contrazione delle vendite reali, tra questi in particolare, le vendite di elettrodomestici sono scese del 79,1 per cento rispetto al trimestre precedente.

    D’altro canto, prodotti essenziali come gli alimenti o l’abbigliamento sono stati sostituiti da merci di minor qualità e di minor prezzo, una strategia attuata dai consumatori per cercare di soddisfare le proprie esigenze di base a fronte di redditi non più sufficienti ad affrontare il costo della vita.

    Questo ha quindi interessato le vendite del settore dell’abbigliamento e delle calzature, che ha fatto registrare un -69,5 per cento rispetto all’ultimo trimestre del 2016, come le vendite di pollo, con un -47,3 per cento rispetto al trimestre precedente, come di carni rosse, -41,6 per cento.

    “Le cose sono terribili qui, non so come facciano le persone a sopravvivere”, ha detto Mariana Mejias, una collaboratrice domestica di 62 anni che riceve un salario minimo e vive con una pensione erogata dal governo, in un’intervista al canale televisivo statunitense CNN.

    Mejias vive a Mariche, un quartiere povero della capitale Caracas e se il governo non le fornisse mensilmente una spesa alimentare gratuita, la donna non potrebbe mangiare. La borsa mensile di cibo, del valore di 10mila bolivar, più o meno tre euro al cambio non ufficiale, include riso, latte, pasta, fagioli e altri alimenti.

    Un pacco di riso costa almeno 17mila bolivar, una cifra spropositata visto il suo reddito mensile di 219mila bolivar. Secondo il CENDAS, Centro venezuelano di documentazione e analisi per i lavoratori, nel mese di maggio, il paniere di base – tra cui figurano uova, latte e frutta – costava 954.920 bolivar, pari a poco più di 280 euro, con un incremento dell’11,8 per cento rispetto ad aprile.

    La carenza di generi alimentari e i prezzi in ascesa hanno portato a risultati sociali allarmanti, nel 2016 infatti molti venezuelani hanno dovuto saltare almeno un pasto durante la giornata. È questo infatti il dato che è emerso dall’Encuesta nacional de condiciones de vida en Venezuela, un sondaggio nazionale condotto su migliaia di cittadini.

    Oltre alla carenza di cibo a prezzi ragionevoli, il paese sta affrontando anche la crisi della mancanza di medicinali, che sta assumendo i contorni di una vera e propria crisi umanitaria.

    “Se hai bisogno di un’operazione, al giorno d’oggi, devi portarti le medicine all’ospedale”, ha detto Eugenia Morin, una casalinga di 59 anni che vive a Caracas, alla CNN“Non ci sono abbastanza farmaci per far fronte alle emergenze”.

    La situazione è peggiorata da aprile 2017 quando le proteste di piazza e le pressioni internazionali, comprese anche le sanzioni degli Stati Uniti, hanno cominciato ad affliggere il governo venezuelano e il suo presidente.

    Maduro guida il paese dal 2013, dopo essere stato designato direttamente dal suo predecessore, Hugo Chavez, prima di morire. La contrapposizione all’interno del Venezuela è cresciuta soprattutto dopo la decisione della Corte suprema del 29 marzo di esautorare il parlamento, facendo crescere la preoccupazione di un aumento dei poteri del presidente.

    In realtà, la crisi venezuelana va avanti da anni e ha cause soprattutto economiche: nel 2016 tre quarti dei supermercati del paese sono rimasti vuoti lasciando la popolazione senza cibo per diversi giorni.

    L’origine dei mali economici del paese va comunque rintracciata nella genesi delle politiche pubbliche degli ultimi 20 anni. Dopo aver vinto le elezioni del 1998 infatti, l’allora presidente Hugo Chavez ha attuato un’agenda politica di ispirazione socialista, consegnando le fabbriche ai lavoratori, nazionalizzando le industrie chiave del paese e istituendo programmi sanitari, di alloggio e di alfabetizzazione per i più poveri.

    “Chavez ha usato le vendite di petrolio del Venezuela per finanziare questo vasto esperimento di benessere sociale”, ha spiegato Carlos Eduardo Morreo, ricercatore presso la Scuola di Politica e Relazioni Internazionali presso l’Australian National University a una rivista australiana. Morreo ha anche lavorato per il Ministero dell’ambiente venezuelano nel 2008 e nel 2009.

    “La gente era grata al presidente per questo, eppure in questo modo Chavez ha reso il paese pericolosamente dipendente dal prezzo del petrolio”. Nei primi anni 2000 il presidente ha poi lanciato una strategia di espropriazione delle terre, confiscando milioni di ettari di terreni agricoli e assegnandoli ai poveri, spesso sostenitori del governo, detti Chavistas, che in massima parte non avevano idea di come gestirli.

    Chavez ha più volte descritto il suo programma di governo come “socialismo del ventunesimo secolo”. La sua politica è infatti stata ispirata in gran parte dalla rivoluzione cubana di Fidel Castro.

    Tuttavia a metà del 2014 il prezzo del petrolio sui mercati internazionali è crollato, passando da circa 110 dollari statunitensi al barile a meno di 50 dollari statunitensi al barile. Per il Venezuela, le cui spese, in particolare quelle sociali, dipendevano quasi interamente dalle entrate garantite dalla vendita del petrolio, questo è stato un danno da cui il paese non è ancora riuscito a riprendersi.

    Nel solo 2016, secondo dati non ufficiali, l’inflazione ha fatto registrare un incremento dell’800 per cento rispetto all’anno precedente, mettendo il governo di Caracas in una situazione disperata. Il quotidiano economico statunitense Wall Street Journal riferì allora che il governo Maduro, per far fronte alla crisi, fece atterrare nel paese interi aerei pieni di banconote stampate all’estero.

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