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La lezione di Edith Bruck: “Facciamo pace con il mondo”

Credit: AGF

Ha speso la vita a spiegare ai giovani la Shoah. Lei è sopravvissuta ai lager nazisti ma ha perso madre, padre e un fratello nell’Olocausto. E a TPI denuncia: “L’Italia non ha mai fatto i conti col fascismo. Temo l’uomo senza memoria. Ancora oggi non abbiamo capito cosa comporta davvero ammazzarsi a vicenda”

Di Camillo Barone
Pubblicato il 21 Gen. 2023 alle 07:00

Edith Bruck, quando l’anno scorso registravamo insieme le nostre conversazioni intergenerazionali, io giornalista 24enne e tu scrittrice, poetessa, testimone della storia che da poco aveva superato i suoi 90 anni, un giorno ti ho chiesto quale fosse il tuo desiderio più grande per il tramonto della tua vita, a cui sei fortemente attaccata.

Tu mi rispondesti: «Voglio fare pace con il mondo. Non ho ancora fatto pace con il mondo, la mia vita non me lo permette. Anzi, è l’assenza della vita di mia madre, mio padre e mio fratello che non mi permettono di fare pace con il mondo. Loro non sono tornati dai campi di concentramento a differenza mia. Non vedo il mondo migliorato, e identifico il mio passato con il mio eterno presente, e sarà così fino al giorno della mia morte. Il passato circola nel mio sangue, e se non avessi vissuto Auschwitz forse ti risponderei diversamente. Non posso perdonare al mondo e all’essere umano quello che è accaduto, ma ti confermo che sono serena, non ho alcun tipo di sentimenti di odio o di antipatia».

Oggi voglio chiederti se finalmente sei in pace con il mondo. Come ti senti?
«Non posso essere in pace con il mondo perché viviamo di nuovo una guerra, proprio dietro le nostre spalle. Ma tutte le guerre ci riguardano, non possiamo dimenticarci di quello che sta accadendo in Iran e Afghanistan. Tutto ci tocca da vicino, tutto riflette sulla nostra società, la nostra economia e il nostro stato d’animo. Ancora oggi l’uomo non ha imparato sulla propria pelle cosa porta l’ammazzarsi a vicenda. Questo mi addolora, e mi fa capire che il nostro mondo non è rappacificato. Prima della pace dobbiamo creare le condizioni per l’uguaglianza e la giustizia sociale. Forse siamo di fronte a una strada senza via d’uscita».

Questo pensiero fa di te una scrittrice e poetessa pessimista?
«Non sono una pessimista. Non odio nessuno in questo mondo, anzi io ho sempre detto e ripeto che vorrei abbracciare questo mondo, vorrei fare la pace con lui. Da 62 anni faccio quel poco che posso per migliorarlo. Quando Papa Francesco è venuto a casa mia, mi ha detto che bastava: “una goccia di bene in questo mare nero”. Io gli ho risposto che ho già fatto una pozzanghera. Se ognuno di noi, cominciando dall’educazione dei figli e dei bambini, contribuisse con la sua goccia di bene tutto potrebbe cambiare. Ma dobbiamo ancora imparare l’arte della condivisione. Questo mondo è incentrato sugli affari, il denaro e il consumo. Serve più fraternità, spiritualità, poi possiamo parlare di pace. Sento che i sogni di molti di noi che vivevano di ideali sono svaniti, ma questo non vuol dire che dobbiamo smettere di sognare, andare avanti e fare il poco che possiamo tutti fare».

La guerra in Ucraina ti è entrata in casa. Hai sofferto per la paura che potesse succedere qualcosa di tragico ai familiari diretti di Olga, la donna ucraina che sostiene il tuo lavoro, la tua assistente personale con cui vivi ogni giorno e alla quale vuoi un bene sconfinato. Come avete superato insieme i momenti di paura più grande nei mesi iniziali della guerra?
«Non possiamo superarli, non li stiamo superando, li stiamo semplicemente vivendo giorno per giorno. Olga guarda continuamente le notizie, piange, e io piango con lei. Non si può e non si deve superare quello che è successo in Ucraina, bisogna aiutare come si può. Le preghiere non servono molto, ma si può contribuire in piccola parte. In ogni caso il vero problema è che questa guerra non va per finire. È un massacro disumano che non termina perché la “Grande Russia” non vuole e non può perdere. Ho scritto però una poesia su questo: “Ricordati Grande Russia/che David ha sconfitto Golia”. Io credo che con il loro coraggio da leoni gli ucraini potrebbero vincere, ma purtroppo in guerra non è mai una questione di vittoria o sconfitta. L’amarezza in cui viviamo e che costringe due popoli ad ammazzarsi ci rivela che non abbiamo capito niente della vita. Siamo dei piccoli esseri, miseri, che non hanno imparato nulla nemmeno da Auschwitz. Dopo la Seconda guerra mondiale altri conflitti hanno prodotto milioni di morti ovunque. Penso che ormai l’essere umano sia autodistruttivo: più uccide, più muore interiormente, senza capire ciò che sta facendo. Io amo la vita, e voglio amarla fino all’ultimo momento. Credo e spero in questo mondo fino alla fine, e faccio di tutto per trasmettere questa speranza ai ragazzi che incontro nelle scuole. Molte volte però non posso dire loro quello che penso».

Perché?
«Perché scoppierei a piangere davanti a loro, ma in fondo è già successo con alcuni ragazzi. Però sai, piangere è una cosa molto positiva. Più passa il tempo più penso sia quanto di più buono ci sia».

Quanto dici mi fa pensare a quello che scrisse lo scrittore e poeta Erri de Luca, che le nostre lacrime sono come un lubrificante per gli occhi, per vedere meglio la realtà.
«Finché possiamo piangere tutto va bene. Quando non piangiamo più, è finito tutto. Guai se non sentiamo più niente, quindi ben vengano lacrime e pianti. Anche Papa Francesco ha pianto parlando dell’Ucraina, e non si è vergognato. Io sono ancora molto forte, non sono consumata da quello che faccio e non mi consumo. Il mio ruolo di testimone è molto pesante, ma devo andare avanti. Le mie testimonianze e i miei libri hanno aiutato molti ragazzi ad andare avanti. Penso sempre che se ho cambiato nel corso della mia vita il pensiero di almeno 10 o 20 persone, la mia sopravvivenza non è stata vana. Questo è il mio dovere morale: difendere sempre e ovunque i diritti umani, i più deboli, gli emarginati, le vittime del razzismo e le discriminazioni. Lo faccio da quando sono bambina e lo farò per sempre».

Un giorno mi hai parlato della pace come qualcosa che è fatto di piccoli atti di amore e pietà. Avevi 14 anni, eri ridotta uno scheletro appena liberata dal campo di concentramento di Bergen Belsen, con tua sorella Judith hai aiutato a nascondere nel vagone di un treno dei fascisti ungheresi, gli stessi che hanno deportato te e la tua famiglia. Avresti potuto denunciarli e non lo hai fatto.
«Quando gli anglo-americani ci hanno liberato il 15 aprile 1945 da Bergen Belsen, ci portarono immediatamente in ospedale curandoci e nutrendoci giorno per giorno. Dopo due mesi di ospedalizzazione con mia sorella incontrammo ben tre kapo di Auschwitz, e decidemmo di non denunciare nessuno di loro. Non potevo giudicare delle persone che erano state deportate ad Auschwitz due o tre anni prima di me. Ero una sopravvissuta come loro e non potevo giudicare. Incontrammo poi altri cinque soldati ungheresi fascisti in abiti civili, che se scoperti sarebbero finiti nelle prigioni russe per almeno 20 anni. Ci supplicarono di portarli a casa, perché in quanto ebrei sopravvissuti eravamo dei privilegiati e potevamo essere aiutati dagli americani con cibo e vestiti. Ne discutemmo con Judith, per poi decidere di portarli con noi a casa. Non potevamo ricominciare le nostre nuove vite con l’odio, la vendetta e la rivalsa. È stato molto difficile, poteva trattarsi degli stessi uomini che avevano deportato me e i miei genitori. Non chiesi i loro nomi, non volevamo sapere da dove provenissero. Cominciammo il viaggio verso casa su camion di fortuna attraverso gli autostop o a piedi, chiedendo sempre del cibo per sette persone, e non solo per me e mia sorella. Un giorno salimmo su un tir che trasportava carbone in Cecoslovacchia tutti insieme, dividemmo tutto il cibo che avevamo. Fu uno dei momenti più belli, spirituali e importanti della mia vita. Ma allo stesso tempo ho dentro delle memorie che fanno ancora tanto, troppo male. Quando i nazisti ci disinfestavano c’erano anche dei ragazzini tedeschi che non avrebbero potuto avere più di 13 o 14 anni. Noi prigioniere eravamo nude, loro ci sputavano con tanto di mira sulle nostre parti intime. Mi facevano pena, li vedevo come disumanizzati, mi ripetevo che non sapevano cosa stessero facendo. Erano come sordi o ciechi. Sputavano addosso anche ai bambini più piccoli di me. Questo purtroppo è indimenticabile. Succedeva anche prima delle deportazioni, quando vivevo in Ungheria. Andavamo a raccogliere l’acqua al pozzo e gli altri bambini non ebrei sputavano nella nostra acqua appena raccolta. C’è tanto dolore in tutto questo che non andrà mai via. Il dolore più grande lo proverò per sempre per i bambini innocenti che sono stati guastati dal fascismo e dal nazismo».

Mi colpisce sempre come non ci siano mai parole di giudizio in tutti i racconti che doni al mondo, ma sempre tanto dolore e lucidità nel raccontare i singoli eventi della tua vita. Ci insegni l’astensione dal giudizio? Cos’è l’assenza del giudizio nei confronti del prossimo e nei confronti di chi è diverso o di chi ci fa del male? Come fai?
«Ho molti amici che vengono a confessarsi da me, ascolto i loro segreti e noto che come esseri umani siamo tutti uguali. Ogni essere umano deve vivere la propria vita liberamente, amare chi vuole. Non ho mai sfiorato un singolo pregiudizio verso chiunque in tutta la mia vita, perché ho sempre convissuto con gli ultimi. In Ungheria, quando ero una bambina, costruimmo la nostra casetta di fortuna con l’aiuto di un uomo che veniva definito “zingaro” da tutti, in modo spregiativo. Nel nostro villaggio gli “zingari” non potevano entrare in nessuna casa. Mia madre invece donava loro il nostro olio già fritto due volte. Venivano a chiedere del cibo e mia madre diceva sempre: “Apri a chi bussa, dona a chi tende la mano”. Eravamo poverissimi, ma dove c’era da mangiare per due ce n’era anche per tre. Ho vissuto così tutta la mia infanzia grazie agli insegnamenti di mia madre. Ancora oggi ho rispetto per tutti gli esseri umani. Anche l’ultimo mendicante della strada per me è degno di alto valore. Chiunque sia, ovunque sia, di qualsiasi religione e colore va rispettato, accettato per quello che è. Questo non avviene, esistono ancora troppi pregiudizi. Piansi in modo disperato quando sentii in un’intervista televisiva un uomo di Pavia dire che i figli dei migranti sono come le zecche, o una donna a Padova sulle scale di una chiesa che disse che tutti i migranti avrebbero dovuto affogare quanto prima. Ma ognuno di noi può fare qualcosa per cambiare questa mentalità. E la prima istituzione ad insegnare il rispetto del prossimo deve essere la scuola».

La tua vita, Edith, così come la vita di noi giornalisti, è interamente basata sulle parole. Sappiamo bene quanto una singola parola possa pesare e ferire più di qualsiasi altra arma. Credi che la guerra oggi passi anche attraverso l’uso di parole sbagliate tra i cittadini comuni? C’è qualcosa che deve cambiare nel nostro parlare quotidiano?
«Deve cambiare il tono. Bisogna controllare bene il tono che usiamo nel parlare ogni giorno. Le parole invece ormai sono totalmente svuotate di significato. Ci vorrebbe un nuovo linguaggio per esprimere bene ciò che abbiamo dentro. Tutte le parole che usiamo non hanno più senso purtroppo. Sentiamo la politica parlare di pace, ma nei fatti non esiste, così come la giustizia. Sono parole letteralmente consumate. Ci vorrebbero parole nuove per esprimere gli orrori delle guerre e dei loro risvolti. Le parole che usano i politici coprono la verità. E siamo circondati da una nuvola di razzismo su tutta l’Europa. Non possiamo disperarci, però. Guai a non denunciare, guai a non gridare per tutti coloro che soffrono».

Qual è la tua paura più grande per il futuro, oggi che hai superato alla grande i tuoi 90 anni?
«Ho paura che il mondo non cambierà. Ho paura dell’uomo che non ha memoria, non vede e mistifica tutto, senza confrontarsi su ciò che ha fatto. Dopo la guerra, l’Italia non ha fatto i conti col fascismo, per non parlare dell’Ungheria. L’unico Paese che ha fatto in piccola misura dei confronti col passato è stato la Germania. Senza confronti col passato non miglioreremo mai. Vedo ancora svastiche e croci uncinate, no-vax, un governo che non sappiamo dove sia diretto davvero. Un caos totale, una politica così fragile mai vista in Italia».

Qual è invece una luce, una speranza, per il futuro?
«Quando vedo te, vedo una luce. Per “te” intendo tutte le persone disposte a parlarmi, ascoltarmi, conoscere di più. Ci sono tanti esseri umani pieni di luce in questo Paese, soprattutto nel mondo della scuola. Professori, professoresse, studenti, che sono diventati per me come parenti stretti, vengono a trovarmi a casa, ci vogliamo tanto bene. Sono la mia nuova famiglia italiana. Sono poche persone, questo è il vero problema. Ma non intendo fermarmi nel cercarne sempre di più».

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