«C’è così tanto buio nel mondo: abbiamo bisogno di luoghi di luce». Alon Goshen-Gottstein lo dice quasi sottovoce, con la pacatezza di chi ci ha riflettuto a lungo. Ma il 6 agosto, ad Assisi, quel rifugio ha preso finalmente la forma di una casa. Sullo stesso palco sono saliti insieme un cardinale della Chiesa cattolica, un imam sunnita, una guru indù e lui, un rabbino israeliano. Il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa; il gran muftì emerito di Bosnia ed Erzegovina, Mustafa Cerić; la guida spirituale internazionale delle Brahma Kumaris, Sorella Jayanti; e Alon Goshen-Gottstein si sono ritrovati per inaugurare la “Global House of Friendship & Hope”, a due passi dalla basilica di Santa Maria degli Angeli. Un progetto a cui lo stesso rabbino ha dedicato quasi metà della propria vita.
Trent’anni di silenzioso lavoro
Nato in Inghilterra nel 1956, ordinato rabbino nel 1978 ma senza avere mai guidato una comunità, Alon Goshen-Gottstein è cresciuto in una casa di Gerusalemme che accoglieva studenti e ministri di culto di ogni fede. Insomma, per lui, il dialogo interreligioso è una sorta di vocazione familiare. Ha studiato Talmud e pensiero ebraico all’Università Ebraica di Gerusalemme, dove ha conseguito il dottorato nel 1986. Poi ha approfondito il cristianesimo e la storia delle religioni ad Harvard, ha insegnato all’Università di Tel Aviv e diretto per anni il Center for the Study of Rabbinic Thought del Beit Morasha College. Inoltre ha scritto o curato una trentina di volumi dedicati al pensiero ebraico e al dialogo tra le fedi.
Ma il capitolo che più conta, nella sua biografia, è l’Elijah Interfaith Institute, l’organizzazione che ha fondato a Gerusalemme nel 1997 come un consorzio di istituzioni accademiche ebraiche, cristiane e musulmane che non a caso vede, tra i soci fondatori, anche lo Studium Biblicum Franciscanum. Da allora l’Istituto ha ricevuto, nel 1999, il patrocinio dell’Unesco, ha collaborato con tre pontefici, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco; e sta ora preparando un invito a Papa Leone perché visiti proprio la nuova casa di Assisi. Il resto lo hanno fatto due campagne di grande visibilità: “Make Friends Across Religions”, che secondo l’Istituto ha raggiunto oltre duecento milioni di persone nel mondo, e “Faith in Ukraine”, la missione interreligiosa di solidarietà nel Paese in guerra. È un lavoro, ci racconta Alon Goshen-Gottstein, portato avanti per decenni quasi in silenzio, tra leader religiosi, teologi e accademici di alto livello – fino alla scelta, con Assisi, di renderlo finalmente pubblico, e di farlo crescere in modo esponenziale.
Una Casa aperta a tutti
Perché proprio la città di San Francesco? Il rabbino ci racconta che la scelta non è stata sua. «Direi che è stata Assisi a scegliere noi», ricorda. Vive in Israele, ma da anni ha anche una seconda casa qui, in una città che ama. Durante la pandemia di Covid-19, spiega, un frate del Sacro Convento gli domandò perché non provasse a realizzare qualcosa lì, invece del progetto più ambizioso che allora immaginava per Gerusalemme. La prima reazione del rabbino fu di scetticismo. Un progetto interreligioso in una città quasi interamente cattolica gli sembrava improponibile, salvo poi capire che poteva tradursi in qualcos’altro: un’esperienza più museale, pensata al contempo per pellegrini, turisti e residenti.
D’altronde «l’infrastruttura mentale», per usare le sue parole, era già tutta lì. Da quarant’anni Assisi è identificata come il luogo privilegiato dell’incontro tra le fedi e San Francesco è ovunque proposto come modello di amicizia tra le religioni. Quindi, quando il progetto è stato condiviso con la città, il sostegno arrivato dalle comunità civili, religiose e monastiche è stato entusiasta. I numeri, del resto, gli hanno dato ragione: nel 2025 Assisi ha registrato un record storico di presenze turistiche, con 1,7 milioni di pernottamenti, il 12,8% in più rispetto all’anno precedente, una cifra che arriva a circa 5 milioni contando anche i visitatori giornalieri. Non va poi dimenticato che proprio nel 2026 ricorrono gli 800 anni dalla morte del Santo e che nel mese di ostensione delle sue spoglie, conclusosi il 22 marzo scorso, sono state richiamate almeno 370mila persone.
Ma la Global House of Friendship and Hope inaugurata il 6 agosto è, a ben vedere, solo un prologo: resterà visitabile fino al 6 gennaio 2028, prima di una ristrutturazione completa firmata dallo studio PMP Architecture, che entro il 2030 dovrebbe restituire una struttura su tre piani con quasi duemila metri quadrati a disposizione. Intanto, in questa fase transitoria, l’esperienza si articola in tre momenti.
Il primo è la mostra multimediale sullo “Spirito di Assisi”, firmata dallo studio milanese Karmachina, già autore di allestimenti per il Museo Schengen e il Parco archeologico del Colosseo, insieme all’exhibition designer Marina Cinciripini. L’esposizione racconta la nascita dell’incontro voluto da Giovanni Paolo II nel 1986 e anticipa i contenuti del futuro museo. Il secondo è il “Giardino della preghiera e della meditazione”, dove tra alberi e panchine sorgono totem con le orazioni di profeti e santi di diverse tradizioni. Il terzo è “An Instrument of Your Peace”, l’installazione immersiva firmata da Massimiliano Siccardi, l’artista già noto in tutto il mondo per “Immersive Van Gogh”. Ispirandosi alla celebre “Preghiera della pace” attribuita a San Francesco, intreccia immagini, musiche originali e voci in ebraico, sanscrito, pali, arabo, gurmukhi e bosniaco.
Nella visione del museo permanente poi, tutto ruoterà attorno a tre pilastri. Innanzitutto l’amicizia attraverso le religioni. Quindi la preghiera, raccontata grazie a portali dedicati alle virtù fino a uno consacrato alla pace, dove i visitatori potranno comporre le proprie orazioni e vederle salire, in un vortice interattivo, come fumo verso il cielo. Infine la testimonianza dei santi, a cominciare naturalmente da Francesco.
Sforzi di “spoliticizzazione”
Fin qui, la parte più luminosa della storia. Ma ce n’è un’altra, più scomoda, che ha coinvolto direttamente due dei relatori dell’inaugurazione: il cardinale Pizzaballa e lo stesso rabbino. Lo scorso aprile il patriarca latino di Gerusalemme aveva pubblicato una densa lettera pastorale, intitolata “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”, in cui, tra i molti passaggi, descriveva il 7 ottobre e la guerra di Gaza come «l’ultima drammatica fase di una lunga storia di umiliazioni e di esodi» per i palestinesi. Una frase che aveva scatenato la critica del demografo Sergio Della Pergola, professore emerito all’Università Ebraica di Gerusalemme, secondo cui bastava quel giudizio a «chiudere la via a ogni possibile futura riflessione comune» fra cattolici ed ebrei sul 7 ottobre. Alon Goshen-Gottstein era intervenuto pubblicamente in difesa del cardinale, con una replica pubblicata dal blog Settimo cielo di Sandro Magister e intitolata, non a caso, “Dobbiamo imparare ad ascoltare ciò che l’altro realmente dice”. Della Pergola, secondo il rabbino, aveva frainteso la lettera, ignorando il passaggio in cui lo stesso Pizzaballa riconosceva che «la società israeliana è traumatizzata dal 7 ottobre 2023», scambiando per uno schieramento politico quella che era, semmai, una scelta retorica: riservare alla fine, per l’effetto di «alzare la posta», l’elemento più forte, cioè il trauma ebraico.
Il rabbino è tornato sull’episodio, allargando il discorso. Dopo il 7 ottobre, ci spiega, è nata «un’immagine politicizzata dell’ebreo» che rischia di far coincidere l’identità religiosa con le politiche dello Stato di Israele, appiattendo la complessità di chi è al contempo membro di un popolo e seguace di una fede, un processo che, scrive altrove, ha già fermato mezzo secolo di relazioni interreligiose. Per questo, sottolinea, oggi più che mai serve «isolare la dimensione spirituale da quella politica e lasciarla respirare per conto proprio». Un tentativo che, ammette, a Gerusalemme sarebbe stato impossibile. Nella Città Santa, con l’Elijah Interfaith Institute, aveva immaginato qualcosa sul modello della “Abrahamic Family House” di Abu Dhabi, ma Israele, ci confida Alon Goshen-Gottstein, «è troppo politicizzato: qui non si riesce a neutralizzare l’elemento politico, quando si fanno incontri interreligiosi». Ad Assisi, invece, quello spazio di neutralità ha retto – anche se, ammette, nell’ultimo anno e mezzo, l’opinione pubblica nostrana ha adottato una posizione sempre più critica verso lo Stato ebraico e più «favorevole alla causa palestinese». «In un certo senso, l’Italia non è più neutrale come lo era all’inizio del progetto», commenta il rabbino. «Ma Assisi rimane comunque un rifugio spirituale, perché qui le persone comprendono l’incontro per quello che è».
C’è però anche un pensiero che Alon Goshen-Gottstein definisce quasi profetico: che sia stato proprio un rabbino israeliano a portare avanti un progetto interreligioso ad Assisi in un momento in cui i tribunali internazionali accusano Israele di genocidio e l’opinione pubblica mondiale si fa ostile, persino in Europa e negli Stati Uniti dove peraltro cresce l’antisemitismo. Un modo questo, dice, per sconfessare «l’identificazione di tutti gli ebrei con Israele e di tutti gli ebrei in Israele con le politiche di Netanyahu» e per restituire un po’ di «lucidità» a un dibattito pubblico dove la politica, per sua natura, divide, mentre il dialogo tra le fedi prova a costruire. «Spero, spero, spero», ripete tre volte, «che i pellegrini e i viaggiatori che verranno alla Casa Globale dell’Amicizia e della Speranza possano mettere da parte i pregiudizi religiosi e politici e ascoltare la voce della fede, la testimonianza dei santi e lasciarsi conquistare dal potere della preghiera, in modo da poter aprire i propri cuori in un modo che la politica non permette».
La “luce nel buio”
È qui che torna, nel ragionamento di Alon Goshen-Gottstein, l’immagine di una “terra di mezzo”. Non i leader, non gli estremisti, ma le persone comuni, i fedeli delle comunità religiose sparse per il mondo, quelli a cui semplicemente manca una visione diversa dalla propria. È lì, dice, che si gioca la partita vera, perché sono proprio gli estremisti a voler conquistare quella “terra di mezzo”, e il compito del dialogo interreligioso è non lasciargliela.
La cooperazione pratica tra le fedi, sul cui valore Alon Goshen-Gottstein non nutre dubbi e che la nuova Casa di Assisi include tra le proprie dimensioni, ha «meriti enormi». Ma non basta, dice. Quel modello mette da parte l’identità religiosa per concentrarsi su un terzo obiettivo e la fiducia reciproca arriva semmai come conseguenza. L’approccio dell’Elijah Institute, invece, è più diretto, va al cuore delle differenze perché, sostiene il rabbino, non sono solo le persone a dover crescere ma le religioni stesse, spesso rese «piccole e chiuse dalla storia e dalla politica». «La politica chiude i cuori», sottolinea il rabbino. «Per definizione, è conflittuale e non collaborativa. Attraverso il dialogo interreligioso, invece, questa Casa cerca di creare nuove alleanze e offre un antidoto al radicalismo».
Il dubbio però è se un progetto come questo possa davvero rappresentare una risposta efficace alle sfide del nostro tempo o se non sia solo un altro rifugio in cui nascondersi. Ma per Alon Goshen-Gottstein queste sono «due facce della stessa medaglia». «Abbiamo bisogno di rifugi, perché c’è così tanto buio nel mondo e ci serve un po’ di luce», rimarca. «Ed è anche una risposta perché è da quei luoghi di luce che si può crescere fino a vincere il buio». Un’ambizione che va ben oltre Assisi. Il rabbino infatti già immagina di replicare questa esperienza in altri luoghi. Assisi, ci assicura, è un «prototipo».