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    “Ecco che succede a chi manifesta contro Salvini”: parla la ragazza messa alla gogna dal vicepremier al comizio della Lega di Siracusa

    Giulia Martinez e Gaja Ikeagwuana

    La testimonianza di Giulia Martinez, insultata dai militanti leghisti e offesa dalle forze dell'ordine durante il comizio di Salvini a Siracusa

    Di Giulio Cavalli
    Pubblicato il 17 Ago. 2019 alle 21:33 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 19:27

    Giulia Martinez è una giovane ragazza milanese che insieme a un’amica aveva deciso di contestare il ministro dell’interno Matteo Salvini durante il suo tour elettorale: nei giorni scorsi, attraverso un suo post ha proposto la sua testimonianza, denunciando di avere subito offese e violenze da alcuni fan leghisti e dalle forze dell’ordine e di essere stata messa alla gogna dal leader del Carroccio sul suo profilo Facebook.

    TPI l’ha intervista per capire la sua versione dei fatti.

    Giulia, cominciamo dall’inizio. Tu insieme ad altri amici volevi andare al comizio di Salvini a Siracusa per “contestarlo”. E fin da subito è successo qualcosa nel percorso. Ce lo racconti?

    Innanzitutto ero insieme ad un’amica in viaggio di maturità con altri compagni di classe. Noi due abbiamo deciso il giorno prima che avremmo dovuto manifestare il nostro dissenso al comizio di
    Salvini, che si sarebbe tenuto al Tempio d’Apollo alle ore 20, vista anche la recente crisi di governo. Così abbiamo preso contatti con le tante e i tanti siracusani che si erano già organizzati; gli attivisti che erano con noi avevano in mano un sacco con dei cartelli e per questo immagino siamo stati fermati da un uomo in borghese, che abbiamo poi saputo essere vicino alla questura o della questura stessa.

    Quest’uomo aveva dietro di sé una squadra di poliziotti in divisa. Ci hanno chiesto dove ci stessimo dirigendo e con fare abbastanza irridente ci hanno detto che casualmente stavano andando nella nostra stessa direzione, verso “una manifestazione organizzata”. La mia amica ha continuato a parlare con quest’uomo, chiedendo se ci stessero scortando da qualcosa o da qualcuno. La risposta era sempre la stessa, che non stava succedendo nulla, che ci stavano accompagnando.

    Ogni volta che chiedevamo qualcosa prima di risponderci ci diceva: beh spostiamoci un attimo all’ombra, così come metodo, così possiamo parlare meglio. E tutte le volte ci spostavamo in un luogo all’ombra meno visibile. Poi Gaja ha iniziato a dire che dovevamo scrivere un articolo per la scuola e che dovevamo sentire le parole di Salvini. Così l’uomo le ha chiesto l’età, lei ha risposto 18 e lui con tono provocatorio le ha detto che le dava molti più anni.

    Insomma ad un certo punto siamo riusciti a liberarci di quest’uomo ribadendo che non aveva nessun motivo per scortarci e ribadendo l’articolo 21 sulla libertà di parola. Solo dopo siamo venute a sapere che altri dieci ragazzi erano stati scortati e identificati per il solo motivo di aver indossato una maglietta rossa (tutto documentato da Sofia Amodio, ex parlamentare del Pd). Così abbiamo preso una strada alternativa e siamo arrivate al Tempio di Apollo solo dopo aver incontrato due camionette della polizia, col pericolo che ci perquisissero o identificassero in qualche modo.

    Siete quindi riuscite a raggiungere la piazza?

    Sì alla fine sì, c’era un’entrata ancora aperta. Non so se alla fine sia stata chiusa o meno – all’inizio pensavamo che l’uomo ci volesse allontanare deliberatamente dal luogo del comizio per non farci più raggiungere il Tempio – ma dato il numero altissimo di persone che poi si sono radunate in piazza per esprimere il proprio dissenso immagino non sia stata chiusa.

    Come volevate manifestare al comizio contro il ministro dell’Interno Salvini? Ci siete riuscite?

    Il nostro intento era pacifico e costruttivo. Volevamo mostrare in alto dei cartelli per comunicare dei messaggi precisi: in particolare uno, a seguito della recente dichiarazione di Salvini sui “pieni poteri” che recitava: “Salvini fascista – historia docet”. Poi in modo consequenziale avremmo esporto un cartello con su scritto: “Resistiamo umani” perché pensiamo che in questo momento allarmante tutte le forze democratiche dovrebbero unirsi per passare dal “restare” al “resistere”. Un altro con scritte tutte le leggi che il decreto sicurezza bis viola e un altro ancora che recitava “Olocausto Mediterraneo”, l’unico che si è realmente salvato. Ci eravamo già dette che, qualsiasi cosa fosse successa, non ci saremmo mosse da dove ci trovavamo e avremmo ripetuto la prima parte del comma 1 dell’articolo 21 della Costituzione che recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

    Ci aspettavamo degli eventuali insulti da parte del ministro dell’Interno, non lo strappo dei cartelli dopo poco meno di un minuto né le aggressioni fisiche che abbiamo ricevuto sia da parte della polizia in borghese sia da parte di militanti leghisti. L’idea era, una volta che saremmo state allontanate, di spostarci in un’altra piazza o in un altro spazio del Largo XXV luglio per recitare delle letture sulle vittime della resistenza del 1942, sulle vittime dei cpr e dei campi di concentramento in Libia nel 2019 per creare uno spazio di controinformazione, riunione ed eventualmente dibattito.

    Siamo poi riuscite a fare solo alcune letture in uno spazio ben diverso, di fronte alla polizia in tenuta anti-sommossa e con i giornalisti che in qualche modo ci proteggevano rimanendo vicini alla polizia. Inoltre avevamo contattato una donna del Naga per avere un elenco di nomi di vittime del Mediterraneo. Avremmo voluto leggerli uno a uno, erano 500. Ma a quel punto ero già stata male e non siamo riuscite a completare i nostri intenti. Ora penso che forse un elenco di nomi di quelle vittime avrebbe potuto fermare la polizia. Non si può rimanere indifferenti di fronte a un nome: non c’è nulla di complesso, si tratta di un nome, un’identità, una vita umana violata nella sua essenza. Forse leggerli con un megafono ci avrebbe permesso di ostruire l’avanzata della polizia. Ma ripeto che ci siamo organizzate solo a partire dalla sera prima in modo spontaneo.

    Ci puoi raccontare come sono avvenute le aggressioni?

    Certo, sarò molto precisa perché già il nostro racconto è stato strumentalizzato da un uomo della polizia di Stato di Siracusa su Facebook e da molti altri militanti e simpatizzanti leghisti. Innanzitutto riporto il significato di aggressione dal vocabolario Treccani, per parlare in modo coerente e poter alimentare così un dibattito sano e fondato. Aggressione: “azione violenta di una o più persone nei confronti di altre persone, che può RACCHIUDERE gli elementi costitutivi di diverse figure di reato, a seconda del modo e dei mezzi con cui viene esercitata, dell’evento verificatosi o del fine cui è diretta. È termine del linguaggio corrente, non giuridico, usato anche in senso più ampio, per indicare in genere atti compiuti con spirito di aggressività, di sopraffazione”. Benissimo, chiarito che aggredire non significa necessariamente picchiare, ma che in questo caso siamo di fronte a un fenomeno più complesso, vado avanti.

    Prima ancora che mostrassimo in alto i cartelli hanno iniziato a darci occhiate e a spostarsi di posto tra loro. Hanno dato a Gaja della “quasi cittadina” in tono sprezzante quando lei aveva ribadito di poter stare in prima fila quanto loro perché a tutti gli effetti cittadina italiana. Dopo aver mostrato in alto i cartelli e aver sentito militanti leghisti che ci dicevano di andarcene perché rovinavamo la visuale, un ragazzo alla mia sinistra mi ha spinto, dandomi una spallata all’indietro. Gaja ha subito denunciato il fatto alla polizia di fronte a noi che continuava a dirci che ci dovevano calmare.

    Intanto, un uomo in borghese ha tentato di staccare a una a una le dita di Gaja dalla balaustra, mentre le persone ci davano delle fasciste perché non facevamo iniziare il comizio. Avevo davanti a me un uomo della polizia in borghese che continuava a dirmi di smettere di agitarmi quando il ragazzo alla mia sinistra ha strappato il mio cartello dall’alto. Poi qualcun altro mi ha strappato il cartello da dietro, mentre dalla parte dello staff di Salvini ci facevano foto e video. Immagino che questi materiali fossero solo funzionali a identificarci e che le testate in questione fossero tutte vicine alla Lega dal momento che i materiali non sono mai usciti fuori. Guarda caso, infatti, il giornalista de La7 che poi ha realizzato un servizio in cui si vede solo una minima parte di quest’aggressione era dall’altra parte della balaustra, insieme a noi ragazzi e ai militanti. Intanto dietro di noi è stato strappato il cartello con le leggi. Io continuavo a dialogare con tutti coloro che mi davano della fascista, uno mi ha anche detto che dovevamo smetterla di promuovere il traffico delle vite in mare, che lui era uno di quelli che i migranti li salvava per davvero e che dovevano restarsene a casa loro.

    Intanto, una poliziotta in borghese è riuscita a strappare il cartello di Gaja, mentre un uomo ha iniziato a stringerle il polso. Gaja comunque è riuscita a liberarsi da questa trattenuta, si è alzata sulla balaustra mentre ormai diversi manifestanti ci difendevano da dietro. Mi ricordo in particolare un adulto che diceva: “Lasciatele stare, sono due ragazze, non hanno fatto niente, hanno il dritto di manifestare”. Una ragazza dietro di noi diceva “posso stare dove voglio” e così sono iniziati i cori, mentre Gaja in prima fila cantava “bella ciao”. Questo gesto è stato poi strumentalizzato sulla pagina Facebook di Salvini: nel video pubblicato, infatti, si vede solo Gaja che si alza sulla balaustra, ma non si conoscono i motivi per cui ha fatto questo gesto. A questo punto entra nello spazio della balaustra l’uomo che ci aveva scortate con una squadra di polizia in tenuta anti-sommossa e ci fanno indietreggiare.

    Hai riportato danni fisici? Sei stata soccorsa in ospedale?

    Ho dimenticato di dire che, prima ancora del cartello di Gaja, un poliziotto oltre la balaustra ha sequestrato definitivamente anche il mio cartello. Comunque nel momento in cui sono entrati i poliziotti in tenuta anti-sommossa, sono indietreggiata e ho iniziato a stare male. Ad un certo punto nonostante stessi ancora male ho preso coraggio e abbiamo recitato le letture insieme a Gaja con i giornalisti tra noi e i poliziotti. Dopo aver finito una parte di queste letture, i giornalisti si sono rispostati e non hanno più formato una “barriera di difesa” per cui ho iniziato nuovamente a stare male. Ho chiesto acqua ai tantissimi manifestanti, ma nessuno ne aveva. Non appena alcuni poliziotti hanno iniziato ad agitare in alto i manganelli mi sono sentita realmente mancare e sono arretrata in fondo alla piazza, mi sono stesa per terra e sono stata soccorsa.

    Gaja mi ha poi detto che si è stesa per terra insieme ad altri ragazzi con cui aveva continuato le letture per non far avanzare i poliziotti, come è stato documentato anche da La7, e ha chiesto di fare lo stesso anche tramite cori per farsi sentire da tutti gli altri manifestanti, che vorrei ribadire, non erano minoritari come altri giornalisti hanno scritto, ma decisamente maggioritari nella piazza rispetto ai militanti della Lega. Gaja mi ha anche riferito poi che alcuni poliziotti hanno manganellato sottobanco e che c’era un manifestante che urlava che non potevano picchiare i bambini. Nel momento in cui sono stata soccorsa erano circa le 20:50 e Salvini non aveva ancora iniziato il comizio. Quanto a me mi è stato diagnosticato lo stato di presincope, tra cui si prevedono i sintomi di mancanza di ossigeno, calore, svenimento. Così l’ambulanza mi ha portato in ospedale insieme a due amiche del viaggio di maturità che avevo fatto chiamare.

    Poi ci sono le reazioni dei poliziotti alla tua testimonianza sui social…

    Sì, si tratta di un personaggio della polizia di Stato, un certo Cristiano Assenza, che nei commenti al nostro post con la testimonianza condivisa da Vlad Scolari, ha negato che ci sia stata alcun tipo di aggressione da parte della polizia, per poi diffondere calunnie sul conto di me e di Gaja. Ha scritto che abbiamo dato della “puttana” a una signora, augurandole la morte. Direi che ha scelto molto male la calunnia da diffondere perché questi insulti sono assolutamente incompatibili con l’impegno per la parità di genere e tra i generi che io e Gaja abbiamo sempre mostrato durante la nostra esperienza politica e tutte le persone che hanno lavorato con noi possono testimoniarlo. Inoltre il nostro impegno femminista e transfemminista è altamente documentato sui social e sopratutto non prevede commenti denigratori come questi verso altre donne o uomini, di qualunque orientamento politico esse o essi siano.

    Il signor Assenza poi ha negato che ci fosse stata impedita la libertà di manifestare, ha scritto che “le ragazze in questione, anzi solo una perché non ricordo l’altra, appena notate, la prima cosa che hanno fatto è stato alzare le mani, senza nessun valido motivo”, ribaltando dunque le responsabilità dell’aggressione. Si è addirittura spinto a distorcere la nostra stessa testimonianza, dicendo che nessuno ci aveva strattonate mentre accompagnate. È stato scritto che “nessuno ha vietato alle signorine di fare quello che volevano” quando siamo state fermate e scortate da un poliziotto senza alcuna motivazione valida.

    Sul post di Giuliano Casaccione, suo cugino, il signor Assenza si è poi sbizzarrito scrivendo: “Detto ciò le signorine sono arrivate molto su di giri e con le mani in alto senza che nessuno avesse chiesto nulla”, facendo leva sullo stereotipo di genere per cui le donne sono inspiegabilmente più emotive e razionali degli uomini, mentre il “senza che nessuno avesse chiesto nulla” fa presupporre che in uno stato democratico non si possa esprimere liberamente il proprio pensiero, ma debba essere qualcuno a chiederlo.

    E ancora, Assenza scrive: “Tengo a precisare che le signorine si sono fermate a parlare dei loro progetti con un mio funzionario” – come se fossimo state noi a fermarci e non fossimo state fermate – mentre tra gli altri commenti irridenti riporto anche: “Pensa Giuli che le signorine hanno voluto fare una sosta in un pub, noi naturalmente fuori ad aspettare i loro comodi” – quando in realtà gli attivisti che erano con noi si sono dovuti fermare alle soglie di quel pub per passare i cartelli ad altri amici nel timore che questi venissero sequestrati. Di tutti questi commenti abbiamo gli screenshot.

    Avrei voluto rispondere tutto quanto vi sto riportando in modo civile e razionale al signor Assenza, ma ho preferito denunciarlo alle testate perché avevo paura di nuovi attacchi. Avrei voluto scrivere al Signor Assenza, che se è un buon poliziotto come si professa avrebbe dovuto cessare di scrivere quelle calunnie e non abusare ancora una volta del suo potere. Avrei voluto chiedergli di rileggere un libro di storia delle superiori, anche solo sulla storia del ‘900, anche solo sul capitolo del fascismo, prima ancora di diffondere falsità sui social, e di riflettere per se stesso e per tutti i militanti leghisti e i poliziotti che ha coperto. Militanti che tra l’altro hanno riversato su di me e Gaja centinaia di insulti sui social, dicendo, tra le altre cose, che ci avrebbero preso a pugni in quel posto, che ci avrebbero tatuato a fuoco i migranti sulla schiena, che dovevamo andare a cagare, che ci eravamo bruciate il cervello, arrivando, inoltre, a negre anche che io sia stata male e abbia finto il mio malore.

    Che Italia hai visto in questa esperienza?

    Non mi piace parlare di Italia, mi piace parlare di persone, perché questi episodi di violenza si stanno svolgendo e si sono svolti in ogni parte del mondo, a causa di un modello economico e politico globale, per la cui struttura sono possibili e sono permessi poteri arbitrari della polizia. Un modello che porta all’impoverimento sociale e culturale di gran parte della popolazione, ivi inclusi le e i militanti leghisti.

    Non voglio neanche lontanamente dare una sfumatura nazionalista o patriottica o eroica al mio discorso; per questo parlo di persone. E parlo in primis di tutte quelle persone che erano in piazza in questo caso a Siracusa per manifestare a favore della democrazia, per ribadire i valori sacrosanti di una Costituzione scritta da chi ha ampiamente e dolorosamente vissuto gli abusi di potere e le repressioni del fascismo. Parlo di tutte e tutti coloro che hanno manifestato la loro solidarietà prontamente, che hanno diffuso la notizia di questa aggressione, che ci hanno aiutate a rileggere la nostra testimonianza per evitare di commettere qualsiasi errore che potesse esserci ritorto contro.

    Vorrei essere molto chiara su questo punto: fosse per me non avrei nemmeno fatto i nostri nomi, abbiamo deciso di farli per fare in modo che tutte le persone che ci conoscono e non solo potessero meglio immedesimarsi, potessero allarmarsi e comprendere quale pericolo per la nostra libertà e la nostra democrazia stiamo vivendo. Non abbiamo alcuna pretesa di vittimismo né di esclusività: vorremmo che la nostra testimonianza spingesse i moltissimi altri militanti che hanno subito aggressioni durante quest’anno – sicuramente anche molto peggiori della nostra – a testimoniare a loro volta per creare un fronte di solidarietà antifascista, antissesista, antirazzista e ambientalista. Purtroppo, però, ho visto anche persone, che hanno recepito i messaggi dei media di stato, che al ritorno a casa ci hanno dato delle fasciste o ci hanno scritto che dovevamo calmarci e smettere di fare le lotte nelle altre città.

    Voglio solo chiedere a questa “zona grigia” come la definisce Primo Levi ne “I sommersi” e “I salvati” di guardarsi attorno per davvero, di ascoltare la radio, leggere i giornali e tentare di comprendere che se non esprimiamo ora il nostro dissenso tra pochi mesi non lo potremo esprimere più. Che l’unica via per esser salvati e non sommersi è continuare a resistere e denunciare, dialogare e ascoltare, costruire spazi di solidarietà e non sopraffare mai nessun’altra persona, specialmente negli spazi politici che si professano solidali. Ora più che mai dobbiamo resistere, e resistere umani.

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