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    Ad Amatrice ho visto la morte in faccia. Perché in Italia accettiamo i terremoti senza fare nulla per prevenirli?

    Amatrice, 26 agosto 2016. Credit: ANSA
    Di Barbara Di Giacomo
    Pubblicato il 22 Ago. 2021 alle 13:54

    Quella notte del 24 agosto 2016, alle 03.36, ho aperto gli occhi svegliata dal rumore assordante dei tanti armadi, delle cassettiere, dei letti e dei comodini che ondeggiavano tutti insieme, violentemente, sul pavimento della mia casa a Sommati, una frazione a pochi chilometri da Amatrice.

    Un rumore innaturale che ancora fatico a dimenticare e a spiegare. Un rumore che chi non ce l’ha fatta non ha avuto il tempo di ascoltare, perché le case, i tetti e tutti i mobili hanno smesso di esistere insieme a loro, inghiottendo i ricordi e le vite di intere famiglie distrutte per sempre.

    Era il rumore sinistro che annunciava il terremoto che ha raso al suolo, in pochi secondi, Amatrice, Accumoli, Arquata, Pescara del Tronto e innumerevoli piccoli paesi nel cuore dell’Appennino, con una magnitudo 6 sulla scala Richter registrata a pochi chilometri nel sottosuolo, proprio ad Accumoli. L’equivalente dell’energia sprigionata da 20mila bombe di Hiroshima, secondo Antonio Piersanti, sismologo dell’INGV (Istituto nazionale di geologia e vulcanologia, ndr).

    Ma io ancora non lo sapevo. Disorientata dal rumore indecifrabile, ho aperto meglio gli occhi, cercando di capire cosa stesse succedendo e – senza ancora realizzare bene, anche se già avevo intuito – ho provato ad alzarmi dal letto per correre dai miei figli nelle altre stanze. Ma non riuscivo a camminare.

    L’oscillazione potente della casa non mi permetteva di stare in piedi, provavo a camminare, ma era come cercare di stare dritti in un gigantesco Tagadà. Ondeggiava tutto: il lampadario, il letto, la casa. La scossa sembrava non finire mai. E io non sapevo cosa fare, raggelata da uno choc fortissimo e inaspettato.

    Ho realizzato l’entità del terremoto quando la scossa è finita, scendendo le scale a piedi nudi sui cocci rotti e sui calcinacci, trascinandomi dietro i ragazzi, per raggiungere la porta d’ingresso.

    “Le scale sono piene di vetri e detriti e io ci sto passando sopra a piedi nudi, quindi la questione è grave”. Questo ha registrato il mio cervello inebetito per cercare di scuotermi dalle pastoie del trauma in atto, inviando tonnellate di adrenalina a ogni possibile muscolo utile a farmi fuggire.

    Quanto è innaturale scappare a piedi nudi sui cocci aguzzi se non si ha veramente paura di morire? L’unica cosa che importava era fuggire all’aperto prima che arrivasse una scossa a finire quello che rimaneva di noi e della nostra casa. Ma la porta non si apriva. Era bloccata.

    Ho iniziato a dare calci e ginocchiate alla porta per cercare di aprirla, ma senza successo, mentre l’ansia di non riuscire a salvare i miei figli e restare sepolti nell’ingresso, cresceva sempre di più. Nemmeno per un secondo abbiamo pensato a risalire le scale per provare ad aprire le finestre del primo piano.

    La casa, che ci aveva protetto fino a quel giorno, era diventato un mostro dal quale fuggire. E l’unica via che prendevamo in considerazione era l’uscio che ci separava dall’esterno. Allora abbiamo iniziato a gridare, quando sentivamo passare qualcuno vicino. Ma i primi che erano riusciti ad uscire, giustamente, correvano ad aiutare chi era rimasto sotto le macerie.

    Noi siamo rimasti lì nell’ingresso al piano terra di una casa su quattro livelli, immobilizzati dalla paura per un tempo indefinito, in attesa, cosciente e devastante, della successiva scossa. Quando le tue radici affondano in una terra sismica sai cosa succede quando arriva un terremoto così: c’è una prima scossa grande e poi tante altre meno forti, ma potenzialmente altrettanto decisive per le sorti di case già ferite a morte e, soprattutto, spesso inadatte per resistere ai terremoti. E io lo sapevo che sarebbe arrivata e non volevo essere lì. E allora ho continuato a dare calci e a gridare, mentre guardavo le voragini nei muri fragili.

    Quando, da fuori, hanno finalmente sfondato la porta e siamo usciti, ho realizzato davvero la gravità della situazione. Il silenzio di quella notte fredda, illuminata da una luna pienissima e inquietante, era rotto solo dalle grida di aiuto di chi era rimasto bloccato nelle case o sotto le macerie.

    La strada era piena di intonaci caduti dalle crepe nei muri delle case e la puzza di gas, proveniente dalle tubature spaccate, fortissima. Ho pensato che qualcosa di grande si fosse rotto, nel mio destino e in quello di tutti. Ho cercato rifugio in un parcheggio senza fabbricati intorno, mentre le scosse si susseguivano una dopo l’altra, senza sapere cosa fosse successo ai miei genitori, a mio fratello, a mia zia e a mia nonna, dall’altra parte del paese.

    Non sapevo che mio fratello aveva estratto mia madre da un cumulo di macerie e che poi era corso a cercarci a piedi nudi, attraversando case crollate e disperazione. Non sapevo e non capivo niente, intrappolata nella mia personale bolla di terrore, come tutti quelli scampati al terremoto.

    Eravamo tutti lì nel parcheggio eppure eravamo lontani. Ognuno perso nel suo dolore, senza voglia di parlare o condividere quel trauma immenso che ci aveva investito in una qualsiasi notte d’estate. Ho visto arrivare i soccorsi, in un’alba livida, prima con qualche timido mezzo che si avventurava per le strade buie e interrotte dai crolli e dalle frane, e poi con gli elicotteri che, atterrando a ridosso delle case martoriate, sancivano l’enormità dell’evento, con il rumore assordante – di nuovo – delle loro pale.

    Ho chiamato mio marito – tornato a Roma due giorni prima – dal cellulare di mio figlio, per dirgli che cosa grande ci era successa. Ma lui non ha capito, finché non si è trovato sulla Salaria con migliaia di altre macchine che cercavano di raggiungere Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, con le quattro frecce inserite e il gas a manetta, per vedere come stavano i loro cari.

    E poi, quando è arrivato al mio paese e ha visto la gente vagare in mutande come fantasmi tra le macerie delle case di famiglia, ha capito. E anche io, quando all’alba ho accompagnato mia madre, rimasta sotto le macerie abbastanza da sopravvivere, nell’ospedale da campo allestito alle porte di Amatrice, ho capito davvero.

    Vedendo le colonne parzialmente crollate del convento Don Minozzi e la processione dei soccorritori ho capito la vastità dell’evento che ci aveva investito in prima persona. All’improvviso ho realizzato che eravamo noi la notizia macabra di apertura dei telegiornali e dei quotidiani. Quello che mi era sempre parso lontano e riguardante gli “altri”, dall’11 settembre in poi, adesso riguardava noi. Eravamo noi, una comunità montana di poche migliaia di abitanti, ad essere improvvisamente devastati da una sciagura immane, che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite.

    Nel tragitto per scappare a Roma, impolverati e tramortiti, è iniziata la parte più dura. I telefoni recuperati – all’inizio pieni di messaggi di richiesta di notizie dalla capitale – hanno iniziato a squillare, trasmettendoci il raccapricciante resoconto delle vittime del terremoto. Un lugubre appello di assenti fatto di amici, conoscenti e volti familiari, vittime di un appuntamento con un destino crudele, che li aveva portati lì. In quel giorno e in quei 120 secondi fatali. Come la mia amica Emanuela, come Silvia, Barbara, Alessandra, Maria, William e tutti i 304 sfortunati che hanno perso la vita in un terremoto che in Italia nel 2016 è risultato ancora distruttivo, ma che in Giappone non scalfirebbe nemmeno un marciapiede.

    Siamo un paese ad altissimo rischio sismico che ancora finge, per convenienze economiche, di non esserlo. Dopo ogni terremoto devastante (dal Friuli alla Sicilia, passando per la Calabria e per l’Irpinia) sembriamo sempre dimenticare tutto.

    Facciamo finta di non avere una decina di vulcani attivi sul nostro territorio e circa trecento faglie, perché non abbiamo le risorse economiche per intervenire su tutte le costruzioni esistenti sul territorio. E allora ciclicamente, ci ritroviamo a chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati.

    “Amatrice non c’è più”. Così l’allora sindaco Pirozzi definì la situazione ai soccorsi. E dopo cinque anni, Amatrice ancora non c’è. E nemmeno Accumoli, o Arquata o Pescara. Perché ricostruire è più lungo e difficile che prevenire. Sempre bravissimi a ristorare con la nostra efficiente Protezione Civile nell’emergenza, ma incapaci di prevenire sul serio, con misure di messa in sicurezza a tappeto, la prossima calamità.

    Sempre costretti a confrontarci con l’eterno problema italico rappresentato dalla folta platea di furbetti pronti a sfruttare i vari condoni e bonus a loro unico vantaggio, che costringono il resto della popolazione onesta a desistere di fronte alla mole di documenti spropositata necessaria ad accedere agli sgravi economici per gli adeguamenti sismici.

    Sarebbe bastato investire in “seismic retrofit” il 10% di quello che stiamo spendendo per ricostruire mezzo Centro Italia, per evitare quelle centinaia di morti, la perdita di interi borghi e di un patrimonio storico artistico inestimabile.

    Non possono continuare a crollare interi paesi e a morire ogni volta centinaia di persone con scosse relativamente basse (in Italia il terremoto più forte è stato un 7.3) mentre in Giappone con scosse che toccano il nono grado della scala Richter, si contano danni e decessi spesso relativi agli effetti secondari del sisma. Non perché crollano i palazzi, ma perché non possono arrivare ad arginare la forza immensa della natura che si scatena con devastanti tsunami o frane, o, addirittura, con danneggiamenti di centrali nucleari affacciate sulla cintura di Fuoco del Pacifico.

    Noi, dall’altra parte del mondo, ancora inveiamo, ad ogni terremoto, contro una natura matrigna per coprire la realtà: se in Italia ci sono ancora morti sotto le macerie è colpa dell’uomo, che non riesce a domare terremoti che, al massimo, arrivano ai 7 gradi sulla scala Richter, non della Natura.

    Nel rispetto di queste 304 vite spezzate, senza voler strumentalizzare politicamente l’accaduto, bisognerebbe smetterla di parlare di transizione ecologica, digitalizzazione e ponti sullo Stretto, senza prima aver messo in sicurezza quello che resta del nostro paese. Perché le nostre case, le nostre scuole, le chiese e tutti gli edifici pubblici devono tornare ad essere luoghi sicuri in caso di pericolo, non mostri fatti di malta e tufo pronti a crollare alla prima scossa dai quali scappare, se si riesce. E perché nessuno debba mai più raccontare una storia come la mia.

    LEGGI ANCHE: L’inchiesta di TPI sulla ricostruzione dopo il terremoto in Centro Italia

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