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    Qui da me i migranti sono “padroni di casa”: Padre D’Antoni, il parroco che ha accolto 30mila profughi

    Immagine: frame da video Youtube
    Di Giulio Cavalli
    Pubblicato il 7 Set. 2019 alle 20:12 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:20

    Padre D’Antoni, il parroco che ha accolto 30mila migranti

    Non chiamatelo don. Qualcuno lo chiama padre, altri semplicemente Carlo, di certo Carlo D’Antoni a Siracusa lo chiamano e lo salutano tutti, come si salutano quelli che sai bene che ci saranno sempre quando hai bisogno, nonostante il veleno di questo tempo e nonostante l’egoismo sdoganato dappertutto. Padre Carlo D’Antoni a Siracusa guida la parrocchia di Bosco Minniti e ama definirsi uomo di fede prima che sacerdote e la sua fede sono gli ultimi, i disperati, quelli a cui nessuno tende la mano: dalla sua parrocchia negli ultimi 27 anni sono passati quasi 30mila migranti, accolti non da ospiti “ma da padroni di casa” per trovare un letto su cui dormire e un piatto da mangiare.

    Accoglienza vera, senza sovrastrutture, senza finanziamenti pubblici: solo aiuti volontarie volenterosi di una comunità che ha deciso di seguire il cammino di padre Carlo nel tendere la mano a chi ha bisogno. È un uomo robusto, quasi tignoso all’apparenza, con un fare rude che nasconde l’urgenza di essere lì dove c’è bisogno senza perdersi in troppe burocrazie sentimentali: un suo amico stretto racconta di quando, appena arrivato a Siracusa, lasciò i suoi fedeli a bocca aperta nell’omelia in cui disse che non avrebbe fatto più processioni, “se volete portare in giro pupazzetti non contate su di me, se volete fare un processione scendete per strada a prendere per mano qualcuno che ha bisogno”, disse, e in una frase c’è tutta la potenza di una fede che si fa cibo, cura, attenzione per le fragilità e dovere di essere casa per chi una casa non ce l’ha.

    Quando la parrocchia si riempie di troppi ragazzi arrivati dall’Africa e sbarcati sulle coste padre Carlo sbaracca le panche della chiesa e ci mette dei materassi. Una volta dovette liberare anche l’altare. “Islamici che dormono su una altare cristiano, che sacrilegio”, disse qualcuno in città. Anche il Vescovo dell’epoca lo trovò inopportuno e padre Carlo gli rispose invitandolo ad aprire la sua residenza estiva mettendola a disposizione.

    Normale che uno così poi alla fine si faccia dei nemici e si metta nei guai: l’ingiustizia arriva addosso a padre Carlo il 9 febbraio nel 2010 con un mandato di arresto per false attestazioni di domicilio per i migranti di passaggio a Siracusa. Un reato che non sostanzialmente non esiste nel nostro ordinamento giuridico e che è bastato per affibbiargli 38 giorni di ingiusta detenzione ai domiciliari e per fare godere tutti i suoi nemici e tutti quelli che devono per forza vedere del losco tra le persone che fanno del bene.

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    Per lui pianse anche don Andrea Gallo, sofferente per l’ingiustizia perpetrata. Quando il Tribunale del riesame di Napoli ne ha disposto l’immediata scarcerazione scrivendo a chiare lettere nella sentenza di avere più di qualche perplessità sull’operato della procura di Catania si capì che da lì a poco sarebbe arrivata l’assoluzione. Lo stesso magistrato dell’accusa si scusò con il parroco. “Con il mio arresto – disse in quel periodo padre D’Antoni – si è cercato di colpire una realtà unica a Siracusa: l’accoglienza a titolo gratuito e per semplice condivisione. Si è colpita una esperienza di popolo, si è cercato di cancellare la cultura dell’inclusione”.

    Le ombre sono sparite ma le rughe sul volto di padre Carlo D’Antoni sono visibili e spesse: raccontano di un’infaticabile opera di bene che tiene insieme i migranti, i tossicodipendenti, i poveri, gli sfruttati delle campagna intorno a Siracusa e gli sfortunati che sono incespicati nei casi della vita. A tavola, mentre racconta la sua storia, i suoi ragazzi li chiama tutti per nome: “Chiamarli migranti o clandestini senza dargli un nome è il primo modo per cannibalizzarli”, mi dice. E viene difficile dargli torto.

    Quando sorride delle incomprensioni linguistiche (“Nella mia parrocchia si parla una babele di lingue diverse”) e racconta dei tanti che ce l’hanno fatta ha la voce calda di chi accarezza la storia di figli suoi. Forse per questo lo chiamano padre. È un padre. Se ne accorgono anche i laici che hanno deciso di dargli una mano. E sono tanti. Non chiamatelo nemmeno prete di frontiera: “Io sono un prete normale, sono gli altri che dovrebbero praticare la fede”. E sorride ancora. Perché padre Carlo D’Antoni, in tutto questo, è anche terribilmente fiero di quello che fa. E dà speranza incontrare un’Italia così.

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