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    L’Italia post-Covid si risveglia povera e gli italiani hanno fame: reportage da Brescia

    A Brescia, una delle città più colpite dal Coronavirus, molte persone sono ridotte in povertà. Precari, colf, badanti, tutti rimasti senza lavoro. Sono 450 le famiglie assistite da un gruppo di volontari nato durante il lockdown

    Di Laura Fasani e Stefano Nicoli
    Pubblicato il 20 Lug. 2020 alle 00:04 Aggiornato il 20 Lug. 2020 alle 11:47
    Credit: Stefano Nicoli/TPI

    “Scusa, ho la faccia distrutta ma ho smesso di piangere cinque minuti fa. Ormai non faccio altro. Sai, dopo che hai lavorato tanti anni trovarti sotto il sole cocente a chiedere del cibo è un’umiliazione. È la prima volta nella mia vita. Il Coronavirus ci ha fatti saltare tutti quanti”.

    Nel cortile di via delle Grazie 11, a Brescia, la fila per gli aiuti alimentari comincia a mezzogiorno. I volontari aprono i cancelli alle 14, dopo aver passato la mattina a sistemare i sacchetti per il “fresco”, frutta e verdura, e inscatolato tutti i beni di prima necessità. Cinzia arriva da sola, sul presto, e spicca tra i suoi vicini armati di sporte per la spesa per via di un abito lungo rosa e di una borsa arancione di marca. Bresciana, 55 anni, fino a tre mesi fa lavorava in un negozio di moda a Milano: “Poi è arrivata la pandemia e il titolare ci ha licenziati tutti. Ed eccomi qui, a fare le pulizie otto ore a settimana da una famiglia e a chiedere assistenza psicologica alla Casa delle Donne”.

    All’inizio dell’emergenza sanitaria il gruppo di volontari Cibo per tutti Carmine – chiamato così dal nome del quartiere del centro storico in cui è nato – non esisteva. Ad aprile ha cominciato a distribuire pacchi di cibo alle famiglie in difficoltà, dieci-venti nelle prime due settimane. Oggi sono 450: più di 1.400 persone. Luciano Lussignoli, architetto e tra le anime del progetto, usa la parola “borderline” per descrivere quello che ha visto in questi mesi: “Situazioni borderline, limite, e anche oltre. Il Coronavirus ha cambiato tutto e ha portato sul lastrico gente che prima stava bene. Non stiamo parlando solo di senzatetto o immigrati. Ci sono bresciani, rimasti senza lavoro e che ora devono fare i conti con la fame”.

    L’onda lunga della pandemia si manifesta così in una delle città più colpite dall’emergenza sanitaria: 2.720 morti, 15.442 contagiati, ma dai dati raccolti da InTwig di Bergamo con il Giornale di Brescia sarebbero molti di più, 190mila ancora a inizio aprile, cioè un abitante su sei, circa il 15% della popolazione locale. Che l’emergenza si prolunghi oltre il dramma sanitario lo si capisce guardando i volti in coda di sabato pomeriggio, le nuove facce della crisi: chi ha visto il lavoro sparire da una settimana con l’altra, chi non riesce ad arrivare a fine mese per pagare l’affitto. In paziente attesa del proprio turno per ritirare il sostentamento della settimana. Tanti stranieri – uomini e donne dall’est Europa e dalle Filippine, colf e badanti che fino a marzo lavoravano in case private –, ma anche precari, tutti con il rischio più che reale di finire per strada.

    Credit: Stefano Nicoli/TPI

    Il gruppo solidale del centro storico
    “All’inizio eravamo in due a raccogliere le segnalazioni della gente in difficoltà – racconta Katia De Col, presidente dello storico gruppo De Noalter, promotore dell’iniziativa Cibo per tutti Carmine –. Poi le richieste sono aumentate in modo esponenziale. Persone invisibili, tra le quali molti bambini”. Insieme al Comitato Genitori della scuola elementare Calini, in centro città, il gruppo ha riunito settanta volontari tra privati cittadini che ogni settimana si occupano della distribuzione di viveri: 650 chili di pasta, 540 di riso, 50 quintali di frutta e verdura, 450 litri di latte, alimenti per bambini.

    Per sostenere le spese hanno lanciato una raccolta fondi, a cui si sono aggiunte donazioni di aziende locali. Se si passa in via delle Grazie venerdì o sabato mattina, si trovano almeno una ventina di persone impegnate a controllare e impacchettare i viveri all’interno di una piccola chiesa sconsacrata messa a disposizione dal Comune.

    Credit: Stefano Nicoli/TPI

    Non girano soldi, di mano in mano passano solo gli elenchi con i dati di chi ha fatto richiesta, men-tre si chiacchiera soverchiati dalla musica che esce dalle casse posizionate sotto un vecchio canestro: “E che dovevo fare? Sono rimasta disoccupata, quindi tanto valeva fare qualcosa di utile invece che starmene a casa”, scherza Rossana, una giovane volontaria. Le quantità di cibo sono calcolate in base al numero dei componenti familiari, mentre ciascuno può scegliere il fresco, come in un mercato vero.

    Sabato pomeriggio Hamal è fra i primi ad arrivare e fa la sua scelta in fretta, perché deve tornare a casa ad allattare la piccola Isra. Ha 29 anni e una buona dimestichezza con gli ingredienti di base dato che prima della pandemia lavorava in una pasticceria della Bassa bresciana. “Ero precaria però, ogni sei mesi mi rinnovavano il contratto. Poi hanno smesso di farlo. Uguale per mio marito. Stiamo cercando altro, ma il nostro problema ora è trovare qualcosa da mangiare”.

    Credit: Stefano Nicoli/TPI

    Le madri
    Mentre aspetta il suo turno sotto il sole, Evina ha lo stesso sguardo di Hamal e delle altre donne in coda. Un misto di fierezza e vergogna di chi accetta la mortificazione di chiedere pane e latte per i propri figli. “Be’, perché pensi sia qui? Vivo a Brescia da 13 anni, facevo la tata e i mestieri in una casa fino a marzo. Poi mi hanno messo in cassa, finora ho ricevuto solo 400 euro. Ho smesso di pagare l’affitto ma devo pur mangiare”. Evina ha cinque figli che vivono tutti nelle Filippine. Ha 39 anni, ma sembra molto più giovane, non un capello bianco. Fino a pochi mesi fa manteneva anche i suoi genitori e voleva portare il bimbo più piccolo in Italia. “Devo farcela, l’ho iscritto alle elementari qui. Però non so come farò, perché sono single e nessuno mi può aiutare”.

    Poco distante da lei c’è anche Sandra, appoggiata al suo carrello. Taglio grigio da uomo, una canottiera verde sbiadita, gli occhi cerchiati. È una madre di un’altra generazione e in senso lato: ha 75 anni, senza figli, ma da quando ha smesso di lavorare si prende cura della sua amica malata con cui convive nel corso dietro l’angolo. Ogni sabato aspetta un’ora e mezza il suo turno, perché da quando è finito il lockdown i volontari della Croce Rossa non le portano più la spesa a casa. “Con 750 euro di pensione il supermercato non me lo posso permettere. Non ci sto dentro, è chiaro. Ma sai che impressione fa guardare il frigo vuoto? Non pensavo che invecchiare fosse così brutto”.

    Credit: Stefano Nicoli/TPI

    Precari e sommersi
    Secondo una stima di Coldiretti pubblicata a metà giugno, sono oltre un milione i nuovi poveri che nel 2020 hanno bisogno di aiuto anche per mangiare per effetto della crisi economica e sociale innescata dal Coronavirus. Un numero che aggrava la presenza di 1,7 milioni di famiglie in povertà assoluta rilevata dall’Istat nel 2019.

    Tra questi ci sono soprattutto coloro che hanno perso il lavoro o impiegati nel sommerso e quindi privi dei sussidi statali. Come Giulio, prima lavoratore a chiamata in un paese di provincia, che però taglia corto perché a ritirare il pacco insieme a lui c’è la figlia tredicenne e non vuole metterla a disagio.

    Antonio, invece, venezuelano d’origine ma a Brescia da 25 anni, chiacchiera volentieri mentre aspetta con la moglie cercando un po’ di ombra sotto le poche piante del cortile: “Lavoro come magazziniere in un’azienda metalmeccanica della provincia. Quando è scoppiata l’emergenza ero già in cassa integrazione, l’azienda andava male da tempo. Il Coronavirus le ha dato il colpo di grazia”. A mantenere i tre figli minorenni, prima, pensava lui, finché la busta paga non ha rasentato i 1100 euro al mese. “Adesso ci sta aiutando mia suocera, soprattutto per l’affitto. Per fortuna i ragazzi sono sereni, anche se non so quanto ancora potremo durare in questo stato. Si naviga a vista, ma oltre non compare niente”.

    Credit: Stefano Nicoli/TPI

    L’altro volto della città
    Nei mesi del lockdown bresciano, a supporto di poveri e senzatetto oltre alle associazioni di sempre, come Caritas e Cauto, si sono attivati anche parrocchie e comitati di quartiere insieme a casi particolari come quello di Cibo per tutti Carmine. “Questa è una città che, se la sai prendere, non ti lascia mai indietro”, commenta Luciano riferendosi ai donatori che hanno supportato il gruppo. “Ci sembrava giusto aiutare chi è in difficoltà nel momento in cui eravamo in grado di farlo” spiega Khan, mentre aspettiamo l’apertura dei cancelli seduti fra i pacchi avvolti dalla voce di Aretha Franklin che canta “Respect”. Lui ha 27 anni e dieci anni fa è scappato dall’Afghanistan dopo che i talebani hanno ucciso i suoi genitori e le quattro sorelle. Mentre era in viaggio a piedi lungo la rotta balcanica ha perso anche il fratello, già malato prima di partire.

    “A Brescia ho vissuto per strada finché un’associazione non si è accorta di me e mi ha accolto, aiutandomi a ottenere i documenti per l’asilo politico. Ho perso il lavoro prima del lockdown ma ora l’ho ritrovato. Sto bene qui, penso ci sia un futuro”. Racconta tutto con occhi sereni, il volto disteso. Sembra impossibile, ma non è lo sguardo di un’umanità corrosa dalle tragedie. Anche tra le duecento e passa persone in coda sotto il sole delle 15 qualcuno chiacchiera tranquillamente del più e del meno con il vicino, come al bar la domenica mattina.

    Credit: Stefano Nicoli/TPI

    Un ragazzo brasiliano intrattiene due giovani badanti ucraine raccontando di quella volta in cui cercava di comunicare invano con un loro connazionale senza sapere la loro lingua. Ridono tutti e tre ad alta voce. A guardare loro, sembra tutta un’altra storia. Poi il colpo d’occhio restituisce la realtà. Dentro la chiesa c’è penombra, Luciano si appoggia al tavolo di plastica e stappa due succhi per brindare a distribuzione finita: “Incredibile, vero? Metteremo via mascherine e disinfettanti prima o poi, ma credo che questo trauma rimarrà comunque. Oggi ci sembra normale che le persone vengano a chiedere da mangiare. Ma è gente che prima non l’aveva mai sperimentato. Nessuno di noi se lo dimenticherà facilmente”.

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