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    Neomamma si addormenta in pausa pranzo e viene licenziata: il giudice annulla il provvedimento

    AGF

    Risarcimento da 35mila euro

    Di Marco Nepi
    Pubblicato il 22 Mag. 2026 alle 13:00 Aggiornato il 22 Mag. 2026 alle 13:06

    Una donna, impiegata in un’azienda, è stata licenziata a Varese dopo che si era appisolata durante la pausa pranzo ed era stata scoperta. La dipendente, che lavorava nella ditta da anni ed era rientrata dopo la maternità, dovrà adesso essere risarcita. Un riposino per recuperare il sonno arretrato, spezzato dalle notti in bianco passate ad accudire il figlio neonato. A tre anni di distanza il provvedimento è stato revocato dal giudice.

    Alla donna è stato riconosciuto il risarcimento e il Tfr. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, la 35enne impiegata amministrativa aveva deciso di anticipare il rientro dalla pausa pranzo proprio per riposarsi prima di ricominciare a lavorare. All’epoca, nel 2023, era diventata mamma da poco e per questo la notte non riusciva a dormire. La giovane si era recata nell’infermeria dell’azienda: qui si è stesa sul divanetto finendo per addormentarsi. Non potevano non accorgersene i superiori che hanno deciso di licenziare la donna.

    La vicenda è finita in tribunale. La giudice Federica Cattaneo della seconda sezione civile, dopo aver ascoltato diversi testimoni e aver ricostruito i fatti, ha deciso di dichiarare nullo il licenziamento. Il fatto che la donna abbia timbrato il cartellino al rientro anticipato dalla pausa pranzo è stato ritenuto ininfluente e non idoneo a giustificare il licenziamento. Inoltre, l’impiegata era rientrata a lavoro a gennaio dopo il periodo di maternità. Il figlio era nato a giugno 2022. Il licenziamento è avvenuto quindi prima che il piccolo compisse un anno. In Italia questo è vietato per legge.

    “La condotta della lavoratrice non integra affatto gli estremi della giusta causa di licenziamento […], piuttosto di un comportamento che avrebbe dovuto essere sanzionato esclusivamente con un provvedimento conservativo”, si legge nella sentenza. La 35enne in un primo momento aveva deciso di chiedere il reintegro, salvo poi rinunciare vista l’assunzione in un’altra azienda: ora le spettano 35mila euro di indennizzo, il Tfr e i contributi arretrati.

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