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    Notte prima degli esami: i pensieri degli studenti della generazione senza maturità | VIDEO

    Illustrazione: Emanuele Fucecchi

    “Saremo una generazione più forte e resiliente: stiamo affrontando una maturità unica, ora niente può più fermarci". Lo studio in quarantena, l'incertezza di un futuro tra i contagi, l'esame con la mascherina: parlano gli studenti dei licei di Roma e raccontano l'esame nell'anno della pandemia che ha colpito il mondo intero

    Di Veronica Di Benedetto Montaccini
    Pubblicato il 16 Giu. 2020 alle 17:31 Aggiornato il 16 Giu. 2020 alle 18:36

     

    Maturità 2020: parlano gli studenti

    Ha le mani in tasca e lo sguardo fiero di chi ha non ha mollato, Sophia, mentre si avvicina al Colosseo che nei giorni di lock-down è stato incredibilmente desolato, senza turisti. C’è molta polizia attorno al monumento eterno simbolo della romanità, sotto una tiepida luce pomeridiana i passanti indossano la mascherina e si tengono a distanza di sicurezza, ancora esitanti nella fase di ripresa. “Meno male che i cittadini hanno capito che si è trattato di una cosa grave. Mia zia fa l’infermiera ed è stata colpita dal Covid: l’hanno ricoverata a marzo e tutt’ora non si sa se è guarita o no. Mi sono sentita vicino ai ragazzi di Bergamo e di Milano e ho avuto paura”, dice la ragazza pensando alla zia, che tra un turno in corsia e l’altro la aiutava spesso a fare i compiti. Sophia ha diciotto anni, frequenta il Liceo Linguistico Gassmann nella Capitale, ed è una dei cinquecentomila maturandi nell’era del Coronavirus. A settembre aveva tante aspettative per questo anno scolastico e mai si sarebbe immaginata che quelle del 26 febbraio potessero essere le sue ultime lezioni in classe. Invece è stato così, con un’ultima campanella a cui nessuno studente ha dato il giusto peso, prima della chiusura delle scuole per l’emergenza sanitaria. Poi la convivenza con due sorelle, i genitori e un gatto in una piccola casa in periferia e la sconcertante lontananza dagli amici e dalla quotidianità. A rattristare Sophia è l’aver perso tutti quei riti di passaggio che non torneranno più: “I cento giorni, l’ultima gita all’estero, i diciottesimi, la notte prima degli esami. Addirittura mi dispiace per le ultime interrogazioni!”. Quando non riusciva a dormire, o a respirare a volte, Sophia prendeva un taccuino e delle matite colorate e disegnava. Schizzi per esorcizzare la paura, per distrarsi nelle giornate infinite e per isolarsi dal brusio di una famiglia con cui non era abituata a stare tutte quelle ore. Tira fuori ancora una volta il suo album, e mentre tratteggia le finestre bucate del Colosseo, racconta di come abbia cercato di non perdere mai una lezione della didattica a distanza “perché dava un ritmo e faceva sembrare tutto un po’ più normale”.

    Maria Clara Di Benedetto insegna lettere al Liceo Artistico Enzo Rossi e conferma questa teoria. “I ragazzi non hanno seguito solo per portare avanti il programma scolastico, ma per continuare a sentirsi una comunità. Davanti allo schermo abbiamo spiegato la situazione, condiviso con i ragazzi informazioni verificate, calmato le ansie più profonde”. Così per la professoressa Di Benedetto Jitsi o Google meets sono stati il mezzo per sciogliere le angosce e per arrivare passo dopo passo al 17 giugno, giorno in cui comincerà l’esame unico, l’orale di 50 minuti in presenza di sei commissari interni e un presidente esterno che quest’anno sostituisce le prove della maturità. E così i suoi alunni hanno imparato Leopardi, e anche a naufragare meglio in questo mar. “Certo – dice l’insegnante – la didattica a distanza non è stata facile per tutti. Il divario digitale è una realtà. Non tutte le famiglie hanno le stesse possibilità e durante le prime settimane ci siamo persi molti studenti che ci dicevano di non avere i giga o i computer a disposizione. Stavano mollando, finché la scuola non ha fornito loro gli strumenti adeguati, come per esempio i tablet”. E mentre già si paventa un uso della DAD (didattica a distanza) anche al rientro a settembre, la quarantena ha acceso i riflettori sul fenomeno della dispersione scolastica: il 30 per cento degli allievi è sparito dai registri e dai radar degli insegnanti durante i tre mesi di lock-down. Un numero impietoso di ragazzi che si sono scoraggiati trovandosi davanti a difficoltà insormontabili per collegarsi.

    Proprio come Sara, che abita al Quadraro, periferia est di Roma, e non aveva abbastanza computer in casa per potersi permettere di seguire le lezioni in contemporanea con la sorella Veronica. Ci accoglie con un sorriso abbagliante e una cascata di ricci castani spettinati. E’ una karateca agonista e lo sport le ha insegnato a combattere sempre per ciò che vuole ottenere. Studiare da casa non è una passeggiata, i genitori sono parrucchieri e in questi mesi i 600 euro annunciati nel Decreto Conte per i liberi professionisti hanno tardato ad arrivare. Il pc è uno solo per tutti. E allora Sara ha sfoderato una cintura nera anche in questa occasione e ha chiesto alla sua scuola un tablet e una scheda internet, che le sono arrivate dopo una settimana. “Io sono fortunata in realtà – sottolinea – conosco altri compagni che per non far vedere in che condizioni vivono hanno preferito ritirarsi. Noi studenti ci siamo sentiti spesso lasciati soli, come se ci fossero tante altre priorità prima di noi nell’emergenza. Ma una cosa posso dirla: siamo stati davvero forti”.

    Molte scuole hanno fatto il possibile per non abbandonare gli studenti e per non lasciare un vuoto nelle loro vite. A raccontarlo è Monica Galloni, preside dello storico Liceo Scientifico Augusto Righi: “Per noi il liceo è confronto, è parlarsi, è scambiarsi idee diverse da quelle che i ragazzi sentono di solito. E’ uno spazio pubblico dove si cresce. Come rendere tutto ciò su internet? Abbiamo fatto dibattiti come fossero assemblee, e non solo lezioni frontali. E abbiamo anche lasciato aperto lo sportello psicologico”. La preside ha sfruttato questo momento anche per sottolineare con insegnanti, sindacati e associazioni di categoria i problemi precedenti al Covid, che ora tornano prepotentemente. “Come il sovraffollamento delle classi, su cui prima chiudevamo un occhio ma che che, adesso che i banchi dovranno stare a un metro di distanza, va forzatamente risolto”.  Nelle settimane che precedono la maturità il Righi ha chiuso i cancelli, ma non la creatività: “Abbiamo già proposto idee e soluzioni per riaprire il centro Boncompagni, dove all’interno della nostra scuola ci sono aule studio, nelle quali per esempio gli studenti si possono preparare per i test di ammissione all’università. Bisogna sempre guardare al futuro”. Boncompagni 22, non è solo un numero civico: dietro un grande portone marrone c’è molto di più. C’è un’associazione formata da studenti e genitori che si è costituita per autogestire uno spazio collettivo con un fittissimo programma di eventi culturali che solo la pandemia globale è riuscito a fermare. Al Bonco – come lo chiamano i ragazzi – si fanno i compiti, si partecipa a corsi di musica e di lingue, l’estate si proiettano film all’aperto. E’ qui che incontriamo Maria, una vera leader. Camicetta fiorita e occhi penetranti. E’ la rappresentante d’Istituto del Righi ed è già stata selezionata per la Bocconi di Milano. I cinque anni di liceo le hanno insegnato a non accontentarsi: “Durante questa pandemia non ho fatto che pensare all’importanza della collettività e del welfare state. Se non cambiamo qualcosa nel modo di vivere ci saranno altre pandemie, altri disastri sanitari. Ecco, me la ricorderò così la maturità: una presa di coscienza”, dice decisa.

    Una maturità unica e irripetibile, a cui solo le prove per i terremotati  dell’Aquila nel 2010, o quelle in Emilia nel 2012 si erano avvicinate.  Questa volta però le informazioni ai diciannovenni del 2020 sono arrivate male, contraddittorie. Quando il contagio ha sorpreso tutti, la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha prima difeso una riapertura delle scuole impossibile, poi ha ingaggiato battaglie che hanno rallentato decreti e ordinanze e, alla fine, si è scoperto al ministero quello che era già sui giornali: via gli scritti, prova di Italiano compresa, tutti ammessi all’Esame, niente Test Invalsi, 60 punti disponibili per terzo, quarto anno e quinto; 40 punti per l’oralone. A poche ore dall’inizio dell’esame, però, in ampie zone del Paese – e in particolare in Lombardia – mancano all’appello molti presidenti di commissione. Al momenti i presidi e gli insegnanti in carica almeno da 10 anni che sono richiesti da regolamento, sono infatti irreperibili. Nella sola Lombardia, dei 1.700 commissari necessari, ne risultano più di 700 mancanti.

    Anche i ragazzi arrivano all’appuntamento con il fiato corto e con molte ansie. Come spiega anche la psichiatra e psicoterapeuta Maria De Vinci, che lavora presso il servizio di consultorio Roma I, dove c’è anche uno sportello per le scuole superiori: “Nella mente dei ragazzi, questa pandemia è stata un bel trauma. Hanno continuato a chiamarmi, magari uscivano nel cortile del palazzo per non farsi sentire dai genitori, ma mi cercavano. Ho avuto studenti con stati di agitazione, attacchi di panico. Conflitti enormi con i genitori”. E si è visto anche dai sogni, alcuni ricorrenti, “molti hanno sognato ladri in casa, soffocamento o di essere inseguiti. Ma alcune immagini che possono sembrare incubi, invece hanno rappresentato grosse separazioni importanti, per esempio con i nonni defunti. Ho notato anche qualche regressione, come tornare a dormire nel letto dei genitori a 18 anni per colpa dell’insonnia”. Per qualcuno queste paure, sono paure del futuro. Come per Niccolò, che è il più bravo della classe al Liceo Francesco d’Assisi. Adora la matematica, le formule gli danno sicurezza e gli liberano la mente, tanto che ha deciso di scriverle su tutte le finestre della cameretta che divide con la sorella minore. Il suo futuro è già delineato, è stato preso al Politecnico di Milano, ma delle lezioni a settembre ancora non si sa niente. “Non ce la faccio a andare tranquillo in quello che è stato il peggior focolaio d’Europa per il Coronavirus. 33mila morti in Italia, e più della metà è stato proprio in Lombardia. E se in autunno dovessero richiuderla a zona rossa? Non voglio rovinarmi il primo anno di università, dopo che già non ho vissuto a pieno la maturità”.

    La psichiatra Maria De Vinci ne ha sentite tante di situazioni così, ma secondo lei “questo lockdown è stato una cesura. Sì, è vero, ci sono stati tanti problemi e l’esame non sarà lo stesso, ma quella che ne esce è una generazione dalle spalle larghe, più resiliente”. Una generazione dalla maturità sospesa, ma che in molti casi dice “mai più come prima”. C’è stato infatti per gli studenti più tempo per l’introspezione e per capire meglio i sogni da inseguire,  come è stato per Rita. 18 anni, gli ultimi cinque passati all’Accademia militare Nunziatella di Napoli, per la quarantena è tornata a Roma con la sua famiglia. Un cambio radicale per le scelte del prossimo anno: la scuola di moda Saint Martins di Londra. Ma a 18 anni, tutto è possibile, perché anche con una pandemia in corso ti senti invincibile. “Durante la quarantena ho realizzato che nessun adulto può dirti ciò che devi diventare, devi scoprirlo da solo, scavando nel profondo”, sorride Rita, rimettendo la giacca mimetica nell’armadio. Le passioni per questi maturandi 2020 sono state più di un’ancora, hanno piuttosto rappresentato un vero e proprio universo segreto da coltivare con cura che ha permesso loro di non perdere fiducia e di pensare che un dopo-Coronavirus fosse possibile. E’ stato così per Adi, che ha il basket nelle gambe e nel cuore. Quella palla a spicchi l’ha palleggiata pensando alle responsabilità, all’elaborato finale da consegnare e anche alla facoltà di giurisprudenza che vuole cominciare a settembre. E’ stato così per Elisa. Lei balla da quando ha 5 anni, “e anche pochi passi di hip hop al giorno sono stati letteralmente la salvezza”. Farà i provini per un’accademia di danza e ha ritrovato positività nei momenti per sé che prima non aveva per via di una vita troppo frenetica. La passione è stata un faro anche per Alessandra, che ha fatto il liceo scientifico, ma sogna di fare la regista. “Durante l’isolamento ho visto anche tre film d’autore al giorno. Il mio preferito? Effetto notte di Truffaut. Ho ricercato, sperimentato, capito che è l’unica cosa che voglio fare da grande. Non è poco a 18 anni, no?!”.

    Quest’anno la notte prima degli esami sarà davvero strana. L’immancabile canzone di Venditti sembra raccontare una vita che non esiste più. I ragazzi non avranno il pianoforte sulla spalla, perché gli assembramenti sono vietati. Non tutti i nonni si possono affacciare alla finestra, perché troppi anziani sono morti per colpa del nemico invisibile. I genitori saranno ancora una volta col biberon in mano, ma di certo con la mascherina e i guanti. Forse la generazione Covid ha “la voglia ancora di cambiare” più di altre. La loro forza è nella consapevolezza di avercela fatta, di aver superato la peggiore crisi sanitaria dell’ultimo secolo. Questa consapevolezza la si può leggere negli occhi di Gaia, che ha frequentato il liceo scientifico e da sempre fa teatro, quando dice: “Abbiamo affrontato il Covid, e chi ci ferma più adesso?”. Rossetto rosso sulle labbra e dita gentili che sfiorano le corde della sua chitarra, che per tutta la quarantena ha suonato affacciata alla finestra davanti alla sua scrivania. Dietro di lei, poggiata sul divano, c’è la scritta che ha creato come incoraggiamento: “You go Gaia!”. Con la loro voglia di vivere oltre il virus e oltre tutto, Gaia, Niccolò, Sophia, Sara, Alessandra e tutti i 500mila maturandi speciali non possono che andare lontano. Con qualcosa di irripetibile da raccontare un giorno ai loro nipoti.

    ***Un ringraziamento particolare per la realizzazione di questo reportage va al fotografo Davide Lanzilao, a Laura Melissari, ai presidi e ai professori del licei romani e ai genitori dei maturandi.

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