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    ESCLUSIVO: “Nessuno mi restituirà mai il padre che non ho avuto”, a TPI parla la figlia di un prete cattolico

    Il padre di Eleonora T. era un sacerdote, ma lei e suo fratello hanno sempre creduto che fosse un professore di lettere e che si fosse separato dalla madre

    Di Anna Ditta
    Pubblicato il 2 Mar. 2020 alle 06:22 Aggiornato il 2 Mar. 2020 alle 15:15

    “Nessuno mi restituirà mai il padre che non ho avuto”, a TPI parla la figlia di un prete cattolico

    “Ero convinta che mio padre fosse un professore di lettere. Non l’ho mai visto in abito talare”. Eleonora T. è un’insegnante e ricercatrice di 48 anni, cresciuta nella provincia di Pavia. Quando aveva 23 anni, completamente all’oscuro della reale professione di suo padre, ha fatto delle ricerche ed è arrivata alla verità: suo padre era un prete cattolico di Genova. Lo shock, per lei e per suo fratello, è stato enorme.

    Eleonora non ha mai vissuto con suo padre, ma quando era piccola andava a trovarlo in vacanza con la madre e il fratello. “Lui abitava a Genova ed era originario della Lunigiana. Mia madre è originaria del Vogherese, in provincia di Pavia”, racconta a TPI. “Fino ai 9 anni lo frequentavamo per una settimana, d’estate. Lo vedevo per pochi giorni a Natale o a Pasqua, nei periodi in cui le scuole erano chiuse”.

    Eleonora e suo fratello Andrea sono stati riconosciuti dal padre, anche se lui all’epoca fornì un nome di battesimo differente.

    “Mia madre ci ha sempre descritto mio padre come un professore di lettere”, dice Eleonora. “Quando da bambini facevamo delle domande su di lui, rispondeva che erano sposati ma che, per motivi di lavoro, vivevano lontani. Ovviamente non sono mai stati sposati, ma io non potevo immaginare la verità”.

    La storia di Eleonora

    Una sera del 1980, quando Eleonora aveva 9 anni, i suoi genitori hanno avuto una discussione molto accesa, a seguito della quale sua madre tentò il suicidio.

    “Da quel momento non ho più visto né sentito mio padre”, racconta lei. “Finché, quando avevo 23 anni e stavo per sposarmi, ho sentito la necessità di capire come fossero andate le cose tra loro. Volevo che rispondesse alle domande esistenziali che mi ero portata dietro fino a quel momento”.

    Eleonora decide di andare a Genova a incontrare il padre insieme al fratello e al fidanzato. “Pensavo che si fosse separato da mia madre”, racconta. “Credevo che si fosse rifatto una vita e potesse avere una moglie o un altro figlio. Non immaginavo nemmeno ciò che mi sarei trovata di fronte”.

    Quando arriva all’indirizzo corrispondente a quello del padre, Eleonora si trova davanti una parrocchia. “Pensavo a un errore o a una coincidenza”, dice. “Poi ho suonato il campanello e mi ha risposto la donna che accudiva la parrocchia. Le ho detto che cercavo mio padre, lei ha risposto che lì abitava solo il Parroco. A quel punto ho iniziato a collegare, ho ricordato le cartoline che lui mandava a mia mamma, dove si firmava con il nome di battesimo preceduto dal prefisso ‘Don’, ho avuto una serie di deja vù e visto cose che quando ero piccola non notavo. Così ho capito”.

    Da piccola, racconta Eleonora, non aveva mai visto il padre in abito talare, né entrava dalla porta della parrocchia quando lo andava a trovare. “Entravo dalla canonica e vedevo una casa normalissima. Non sospettavo nulla”.

    Il giorno in cui è andata a incontrarlo, il padre di Eleonora stava celebrando la messa. “Fisicamente l’ho riconosciuto subito, non era cambiato di una virgola. Ma è stato scioccante vederlo in abito talare. Abbiamo aspettato in Chiesa che finisse la celebrazione. Ricordo come se fosse ieri che – neanche a farlo apposta – stava leggendo un passo del vangelo in cui si pregava Dio di far riavvicinare i figli lontani”.

    Dopo la messa, finalmente Eleonora riesce a parlare al padre.

    “Mio fratello è rimasto talmente sconvolto che non è riuscito a chiedergli nulla. Anche il mio fidanzato è rimasto scioccato, non ha parlato per una settimana. Io mi sentivo svenire, ma una volta terminata la funzione ho trovato la forza di parlargli. Mi sono presentata, ho presentato loro due. Ho detto: sono tua figlia. Lui in quel momento ha negato. Dopo le mie insistenze però ha ceduto”, ricorda.

    “Ci ha abbracciati, ci ha chiesto come stavamo: tutto quello che fa un padre che non ti vede da 15 anni”, spiega.

    Purtroppo il riavvicinamento non ha portato a Eleonora tutte le risposte che avrebbe desiderato. “Mi sono resa conto quasi immediatamente che non avrei potuto avere altre risposte perché mio padre era malato. Aveva l’Alzheimer, ma questo l’ho scoperto dopo”, dice. “Ci siamo sentiti al telefono per un paio d’anni. Parlandogli mi sono resa conto che lui parlava con me ma si rivolgeva in realtà a mia madre”.

    “Il suo ricordo e la sua memoria si fermava agli anni precedenti alla nostra nascita”, prosegue Eleonora. “Infatti a un certo punto ho consegnato il numero di telefono a mia madre e le ho detto: ‘Te lo restituisco’, perché era con lei che voleva parlare. Loro si sono sentiti per un periodo ma non si sono mai più rivisti”.

    Dopo qualche anno dall’incontro in chiesa con i figli, infatti, il parroco muore. Eleonora e la sua famiglia lo vengono a sapere solo alcuni mesi dopo.

    “Un giorno del 2004 mia madre mi ha detto che non riusciva più a contattarlo”, ricorda. “Ho provato a chiamarlo e a un certo punto ho saputo dal nuovo parroco che era morto. Era successo tre o quattro mesi prima”.

    Eleonora ricorda che il padre, nei momenti di lucidità, era preoccupato. “Diceva che la Curia lo controllava, che non poteva esprimersi liberamente, che altrimenti sarebbe successo un disastro”, dice. “Probabilmente questo è anche il motivo per cui lui non ha mai abbandonato la tonaca, credo che fosse in atto qualche forma di ricatto morale nei suoi confronti. Mia madre mi ha raccontato che quando eravamo piccoli lei era seguita costantemente da una macchina nera, veniva tenuta sotto controllo. Probabilmente sapevano della nostra nascita fin dall’inizio”.

    La madre, racconta Eleonora, negli anni successivi alla “separazione” è sempre rimasta da sola. “Ha sempre pensato a lui”, dice, “come fa tuttora”.

    Il celibato dei preti e le linee guida del Vaticano per i preti che hanno figli

    Il tema del celibato sacerdotale è tornato d’attualità nelle ultime settimane, dopo la proposta di ordinare sacerdoti i diaconi sposati, contenuta nel documento finale del Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia.

    Papa Francesco non ha fatto nessuna apertura sul tema nella sua esortazione “Querida Amazonia“, al cui interno non cita proprio l’argomento.

    Una netta chiusura sul tema è arrivata dal papa emerito Benedetto XVI, che nel suo libro pubblicato il mese scorso ha definito “indispensabile” la regola del celibato sacerdotale.

    Nella Chiesa cattolica tuttavia esistono già delle eccezioni, dai preti sposati nelle Chiese di rito orientale fino ai sacerdoti anglicani sposati e riammessi alla comunione con Roma.

    Un anno fa il Vaticano ha ammesso per la prima volta l’esistenza di linee guida interne per la gestione dei casi in cui preti cattolici generino dei figli.

    Queste regole, rivolte alla tutela del bambino, sono state pubblicate sul sito di Coping International, associazione che raggruppa i figli dei preti.

    Le linee guida richiedono che il padre abbandoni lo stato clericale per “assumersi le proprie responsabilità di genitore, dedicandosi esclusivamente al bambino”. Tuttavia, non sempre questo passo è semplice, soprattutto per quanto riguarda il sostentamento economico che viene a mancare al sacerdote, e quindi alla sua famiglia, nel momento in cui lascia la tonaca.

    I figli dei preti

    Eleonora ha deciso di raccontare la sua storia dopo essere entrata in contatto con i parenti di suo padre, che ha rintracciato online. “Ho contattato un nipote di mio padre e all’inizio al telefono mi ha posto tantissime domande per verificare se fossi veramente chi dicevo di essere”, dice. “Quando ha capito che non stavo mentendo e che non avevo altri fini se non quello di incontrarlo, abbiamo fissato un appuntamento. Siamo stati insieme tutto il pomeriggio, è stato bellissimo. Lui e un altro cugino mi hanno portato delle foto di mio padre, io ho raccontato loro la storia e loro sono stati felici di ‘accogliermi’ nella famiglia”.

    “Per anni ho tenuto segreta questa storia, mi sono sempre vergognata di dirlo, come se fosse una mia colpa”, confessa Eleonora. “Ma nel momento in cui una parte della sua famiglia mi ha accettato ho capito che anche altri avrebbero potuto considerare il fatto che io di colpe non ne avessi, e che quindi non ci fosse nulla di male”.

    “Da quando ho deciso di dire la verità su mio padre, mi sono resa conto che le persone capiscono”, aggiunge Eleonora, “e che ormai forse è il caso che questa storia venga fuori anche da più parti. Forse è venuto il momento di svecchiare delle regole che al giorno d’oggi non hanno più senso”.

    A raggruppare i figli dei preti cattolici nel mondo è l’Associazione Coping International, guidata da Vincent Doyle, figlio di un parroco irlandese. Eleonora spera di unirsi a loro. “Voglio portare avanti una battaglia che probabilmente avrebbe dovuta essere condotta già tempo fa”, spiega. “Vorrei che altre persone non si sentissero così sole come mi sono sentita io fino a quando non ho saputo la verità”.

    Il senso di solitudine e abbandono, tuttavia, non è passato neanche dopo che Eleonora ha riabbracciato suo padre. Se fino a quel momento lei non aveva avuto un padre, senza conoscerne i motivi, sente di non essere riuscita a recuperare il rapporto neanche dopo.

    “Quando siamo arrivati alla verità anche mio fratello è stato contento, come se si fosse liberato da un peso”, dice, “Ma sono ferite che non si rimarginano e comunque ti lasciano dei segni. Dal punto di vista relazionale hai difficoltà, senti la mancanza della figura paterna, il bisogno di protezione. Quando una persona ti si avvicina hai la costante terribile paura che ti abbandoni. Non solo. Alle persone che mi sono state vicine ho sempre chiesto, voluto e quasi preteso che abbandonassero qualcosa per loro importante per scegliere me. E questo ha portato e porta tuttora a delusioni profonde”.

    Dall’altro lato Eleonora si ritiene molto fortunata. “Mio padre mi ha dato un cognome, ho potuto conoscerlo, negli ultimi anni ho avuto la possibilità di parlargli senza maschera, di conoscere altri membri della famiglia, ma a tanti altri tutto questo non è capitato”, dice.

    “Il celibato dei preti ha creato tante sofferenze”, sostiene Eleonora. “Mio padre non ha mai preso la decisione di togliere la tonaca e seguire la famiglia. Non voglio sindacare i motivi, ma penso che questa situazione all’alba del 2020 non dovrebbe più accadere. In fondo cosa ci sarebbe di male se i preti cattolici si sposassero e potessero riconoscere i figli? Non lo vedo come un controsenso, penso si possa benissimo svolgere la propria missione anche con una famiglia”.

    Se sei figlio di un prete o di religiosi e vuoi condividere la tua storia per sensibilizzare sul tema, puoi contattare l’autrice dell’articolo alla mail a.ditta@tpi.it

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