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    Blitz anti-caporalato nel Foggiano. Si dimette capo immigrazione del Viminale: la moglie è indagata

    Lavoro nei capi Credits: Croce Rossa Italiana
    Di Maria Elena Marsico
    Pubblicato il 10 Dic. 2021 alle 13:34

    Tra le 16 persone indagate nell’inchiesta contro il caporalato nel Foggiano, c’è anche Rosalba Bisceglia, moglie del Capo Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno, Michele Di Bari, che ha dato le dimissioni in seguito al blitz dei Carabinieri. La ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, le ha accettate. A renderlo noto è stato il Viminale.
    In mattinata, i militari dell’Arma hanno arrestato cinque persone in provincia di Foggia, due delle quali in carcere: si tratta di un cittadino originario del Gambia e un altro del Senegal. Tre indagati sono ai domiciliari, mentre per gli altri undici è scattato l’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria, anche per la moglie di Di Bari. Per i sedici le accuse a vario titolo sono di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

    In seguito all’operazione anticaporalato, anche dieci aziende agricole, riconducibili ad alcuni degli indagati, sono state sottoposte a verifica giudiziaria. Le indagini hanno interessato un periodo compreso tra luglio e ottobre 2020 e sono partite dalle condizioni di sfruttamento in cui versavano i lavoratori impiegati nei campi della provincia di Foggia. I braccianti provenivano dall’Africa e abitavano a Borgo Mezzanone. Lì si trova la baraccopoli più grande della Capitanata – nota anche come ex pista – che ospita circa duemila persone in precarie condizioni igienico – sanitarie, dove frequenti sono i roghi che ammazzano chi ci vive e che distruggono le abitazioni.

    Le indagini sono partite a fine luglio in seguito a un controllo ispettivo dei carabinieri nei terreni agricoli di Manfredonia (Fg). In quei mesi gli inquirenti avrebbero scoperto un sistema “quasi perfetto” di reclutamento, utilizzo e pagamento della manodopera. A reclutare i braccianti nell’ex pista sarebbero stati il gambiano e il senegalese. Per ognuno dei lavoratori pretendevano cinque euro per il trasporto e altri cinque per aver trovato lavoro. Le buste paga, inoltre, sarebbero risultate falsate: erano indicate un numero di giornate lavorative inferiori a quelle realmente prestate. I braccianti, poi, erano privi dei dispositivi di sicurezza, non erano sottoposti a visite mediche e venivano trasportati sui campi con mezzi non idonei, in condizioni pericolose.

    Le indagini sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Foggia e condotta dai militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Manfredonia e dal Nucleo Ispettorato del Lavoro (Nil) di Foggia.

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