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    Il filosofo Aldo Masullo nei ricordi di una sua allieva: “Il mio maestro al quadrato”

    Lucio Saviani e Aldo Masullo, Teatro di Corte di Palazzo Reale, Caserta, 20/05/2000. Foto di Silvia Crupano
    Di Silvia Crupano
    Pubblicato il 25 Apr. 2020 alle 16:34 Aggiornato il 25 Apr. 2020 alle 18:44

    Aldo Masullo, “Un maestro al quadrato”

    Incontrare un filosofo come Aldo Masullo a 16 anni lascia il segno. Soprattutto se è il maestro del tuo maestro: “un maestro al quadrato”, come l’avrei poi affettuosamente chiamato, con suo gran divertimento. La sua morte è un’altra preziosa lezione: non dimenticare chi sei, resta fedele a te stesso.

    “Galeotto” fu un ciclo di conferenze al Teatro di Corte di Palazzo Reale, a Caserta, intitolato “Parole di fine millennio” e organizzato dal mio professore di filosofia e storia al liceo Righi di Roma, Lucio Saviani. Sedicenne innamorata della filosofia, che allora, così agli inizi, giustamente mi appariva come una grande favola, un viaggio nella meraviglia, mi ritrovai fra il dicembre del 1999 e il giugno del 2000 ad ascoltare le riflessioni di un gruppo di filosofi su parole chiave che, allo scoccare del nuovo millennio, era urgente tornare a mettere a fuoco. Fu come un simposio tra pensatori separati da secoli e correnti diverse ma uniti nella passione per la conoscenza: un dialogo di cui non intesi tutto, tra i “commensali” non conoscevo nessuno dopo Aristotele, ma del quale intuii la bellezza e lo spessore. Il tempo è un giudice implacabile e oggi, vent’anni dopo, il verdetto sulla scelta di quei termini – racconto, gioco, immagini, contingenza, senso, guerra, straniero – è ancora lo stesso: una visione profetica.

    Alcuni di quei professori mi avrebbero accompagnata a lungo, in modi e con sorti diverse, in quel viaggio di formazione filosofica – dalla vittoria alle Olimpiadi di filosofia al dottorato – che allora era solo un sogno: il mio primo maestro Saviani, Giacomo Marramao, Umberto Curi, Massimo Cacciari, e Aldo Masullo. La “sua” parola, il 20 maggio 2000, fu senso: “la nostra è un’epoca ricca di significati ma povera di senso”, disse verso la conclusione della sua analisi, a sottolineare l’incolmabile distanza fra due termini abusati quasi come sinonimi ma che non avrebbero potuto raccontare verità più diverse.

    Ebbe inizio così, all’insegna del monito “le parole sono importanti!”, quello che non esito a definire un addestramento alla vita, ovvero il rapporto di studio, ascolto e condivisione con i “miei” filosofi contemporanei e il loro colleghi del passato, una frequentazione alla pari: conferenze in giro per l’Italia, cene e dialoghi dal vivo con i primi, letture di libri e discussioni fra le righe con i secondi.

    Aldo Masullo viveva a Napoli: oltre ad ascoltarlo nelle sue lectio e a leggerne i lavori, cercavo di andare a trovarlo ogni volta che passavo per la città. Gli raccontavo dell’università, condividevo le emozioni per un esame superato o un nuovo argomento di ricerca scoperto, commentavamo insieme i libri di quel gruppo originario di maestri, gli chiedevo consigli per il futuro. Lui, che non mancava mai di preparare il caffè come accompagnamento ai nostri incontri – e se possibile mi faceva trovare anche deliziose paste, alle quali lui, golosissimo, doveva tuttavia rinunciare per motivi di salute – mi ascoltava sorridendo e riusciva sempre, con parole misurate e rivelatrici, a inquadrare ogni situazione, a indicare tutti i possibili percorsi da intraprendere, a tratteggiare con pennellate precise virtù e miserie umane. Con un orizzonte di riferimento immutabile: l’indipendenza di vita e di pensiero. Perché la libertà non è solo indipendenza materiale o sociale: è ciò che è proprio di un soggetto in quanto tale, che lo definisce come tale. Una rotta che la festa di oggi, 25 aprile, ci invita a non perdere mai di vista.

    Gli estremi non gli appartenevano ma, benché raramente usasse avverbi come “sempre” o “mai”, Masullo aveva ben chiari i limiti da non oltrepassare, i compromessi irricevibili, il pericolo di perdersi nell’indistinto di sfumature così eccessive da rendere irriconoscibili i contorni delle cose. Tutto questo filtrava anche nei gesti o nei discorsi apparentemente più semplici, come un distillato di anni e anni di esperienze, sfide, osservazioni, ponderazione.

    Non ero ancora nata quando insegnava alla Federico II di Napoli, e sono troppo giovane per ricordare la sua attività politica e parlamentare, ma ho avuto la fortuna di apprendere da lui, un “maestro al quadrato” non solo per celia, il senso (ben più del significato) della passione civile, del rigore intellettuale, della coerenza verso se stessi.

    Sessant’anni esatti ci separavano ma per lui il tempo era solo un compagno come altri e così mai una volta la distanza generazionale si è intromessa. Nelle nostre conversazioni, che fossero di studio o di confronto umano, gioiose o tristi, era come se i rumori e lo scorrere del mondo si arrestassero: un’atmosfera da antica Accademia, una passeggiata nel giardino della filosofia circondati da tanti altri maestri e discepoli, una comunione di pensieri e intenti capace di far emergere maieuticamente il meglio da ciascuno, in ogni circostanza.

    Tornati nel mondo – perché il filosofo, mi ripeteva spesso, “ha il dovere morale di occuparsi della realtà e delle persone, mettendo le idee al servizio della prassi”, ci capitava di commentare con leggerezza persone o vicende davvero piccole, di fronte a ciò che fa la differenza. E con questa profonda leggerezza portavo avanti studi e progetti, ogni giorno più convinta della scelta di vita.

    Ad Aldo Masullo, come al mio primo maestro e ad altri che mi sono cari, devo la mia identità, assai più dei risultati e dei titoli conseguiti: è grazie a loro che so cosa mi definisce, è grazie a Masullo che sono consapevole – io nel mio piccolo come i suoi allievi e amici più noti e chiunque lo abbia letto o seguito – del senso di una vita vissuta filosoficamente, della necessità di saper navigare il mare insidioso dei significati.

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