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    Ong: “65 banche mondiali hanno investito oltre 900 miliardi di dollari nei combustibili fossili nel 2025”

    Una petroliera presso il terminal di Qingdao, nella provincia orientale di Shandong, in Cina. Credit: YU FANGPING / Avalon / AGF

    Dodici istituti, per lo più nordamericani, hanno fornito l'anno scorso oltre un terzo dei finanziamenti globali per i combustibili fossili. In Italia invece Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno ridotto l'esposizione nel settore

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 9 Giu. 2026 alle 11:44

    Oltre 900 miliardi di dollari sono stati investiti soltanto l’anno scorso nel settore dei combustibili fossili dai principali colossi bancari mondiali, con in prima fila gli istituti di credito di Stati Uniti e Giappone. La denuncia arriva dall’ultima edizione del rapporto Banking on Climate Chaos elaborato da otto ong internazionali, tra cui Rainforest Action Network, BankTrack, Indigenous Environmental Network, OilChange, Reclaim Finance, Sierra Club, Urgewald e Ceed, che si basa su informazioni pubblicate direttamente dalle aziende, da provider specializzati e dall’agenzia stampa finanziaria Bloomberg.

    Cifre enormi
    Nonostante numerose grandi banche stiano riducendo i propri investimenti, quasi due terzi dei 65 maggiori istituti di credito al mondo continuano ad alimentare un sistema energetico basato sui combustibili fossili. Almeno 26 delle 65 maggiori banche al mondo, riconosce lo studio, hanno ridotto i finanziamenti al settore nel 2025. Eppure, l’anno scorso, i principali istituti di credito globali hanno comunque stanziato un totale di 906 miliardi di dollari a favore di aziende operanti nel comparto, con un aumento di 64 miliardi di dollari, pari a quasi l’8%, rispetto al 2024.
“Questo incremento è incompatibile con il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050 e con la limitazione dell’aumento del riscaldamento globale a 1,5°C”, si legge nel rapporto. “Da quando l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) ha pubblicato la sua tabella di marcia per le emissioni nette zero nel 2021, le principali banche hanno stanziato oltre 4.000 miliardi di dollari in finanziamenti al settore, di cui oltre 2.000 miliardi destinati ad aziende del comparto in fase di espansione”. Dal 2015, anno dell’accordo sul clima di Parigi che punta a limitare il riscaldamento globale a +1,5 °C rispetto all’era preindustriale (1850-1900), quasi 9.000 miliardi di dollari sono stati investiti dalle principali banche mondiali in società del settore petrolifero, del gas e del carbone, sotto forma di prestiti, azioni o obbligazioni.
    I finanziamenti bancari per l’espansione delle attività economiche legate ai combustibili fossili, secondo il rapporto, sono aumentati di oltre il 27% in un solo anno. Le 65 principali banche si sono impegnate a erogare 508 miliardi di dollari a società del settore che intendono ampliare i propri impianti, segnando un aumento di 108 miliardi rispetto al 2024. 
Questi finanziamenti, denunciano le ong, provocano “conseguenze uniche, in quanto vincolano decenni di future emissioni di anidride carbonica, futuri inquinamenti localizzati, futuri shock dell’offerta e futuri rischi di asset non recuperabili”. Ogni dollaro di nuova capacità produttiva di petrolio, gas o carbone costruita oggi, prosegue il rapporto, “contribuisce ad ampliare un sistema i cui recenti shock – dall’Ucraina nel 2022 all’Iran nel 2026 – sono già costati caro a famiglie ed economie”.

    La “sporca dozzina”
    Tre banche su cinque, secondo gli autori del rapporto, hanno aumentato i propri finanziamenti al settore fossile nel 2025. La statunitense JPMorgan, secondo i dati raccolti dallo studio, è stata la principale finanziatrice del settore l’anno scorso, con 58,2 miliardi di dollari di investimenti (+12,5% su base annua), precedendo i connazionali di Bank of America (47,3 miliardi, +5,5% annuo) e i giapponesi di Mitsubishi UFJ (47 miliardi, +21% annuo). Seguono la giapponese Mizuho Financial, le statunitensi Citigroup e Wells Fargo, la Royal Bank of Canada, la britannica Barclays, la giapponese SMBC Group, le statunitensi Morgan Stanley e Goldman Sachs e la canadese Toronto-Dominion Bank.
    Questi dodici istituti, secondo lo studio, hanno fornito l’anno scorso oltre un terzo dei finanziamenti globali per i combustibili fossili. “Il fatto che i finanziamenti complessivi siano aumentati nonostante il ritiro di oltre un terzo delle principali banche dimostra quanto il problema si sia concentrato”, denunciano le ong. “Un piccolo gruppo di banche sta ora guidando la traiettoria globale. Solo dodici – le più importanti – controllavano quasi il 39% di tutte le operazioni bancarie sui combustibili fossili nel 2025, mentre la stragrande maggioranza dei quasi 2.000 istituti globali (al di fuori dei primi 65) ne forniva solo circa il 26%”.
    Tuttavia, secondo gli autori dello studio, la concentrazione degli investimenti nel settore bancario “rappresenta solo una parte del problema, perché il flusso di capitali non è limitato solo a un numero inferiore di istituti di credito, ma anche a un numero inferiore di debitori”. Ma a essere concentrata è anche la geografia delle attività finanziarie a favore dei combustibili fossili.

    La situazione in Italia
    Quasi tutti i finanziamenti bancari globali per il settore provengono infatti, secondo il rapporto, da soli sei centri finanziari. “L’87% delle operazioni sui combustibili fossili, analizzate nel dataset BOCC+ che comprende quasi 2.000 banche, ha avuto origine negli Stati Uniti, in Cina, in Canada, in Giappone, nel Regno Unito e nell’Unione europea”, si legge nello studio.
    Il sistema bancario in Italia, secondo gli autori dello studio, è stato responsabile l’anno scorso di meno dell’1% di questi investimenti, a fronte del 32,2% degli Usa, del 15,6% della Cina, dell’11,8% del Canada, del 10,7% del Giappone, del 5,8% del Regno Unito, del 3,2% della Francia, del 2,4% della Spagna, del 2,1% della Germania e dell’1,3% dei Paesi Bassi. Nel 2025, secondo i dati contenuti nel rapporto, Intesa Sanpaolo ha diminuito gli investimenti nel comparto di 27 milioni, fermandosi a 4,7 miliardi (23,8 in totale dal 2021). Nello stesso periodo anche Unicredit ha diminuito di 1 miliardo di euro i prestiti e gli investimenti a favore del settore, arrivando a 4,6 miliardi (27,5 in totale dal 2021).

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