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    L’arsenico nei fiumi del Pakistan rischia di avvelenare oltre 60 milioni di persone

    Credit: Reuters

    I livelli di inquinamento nella acque della Valle dell'Indo superano di 20 volte i limiti considerati sicuri dall'Oms, rivela una nuova ricerca

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 24 Ago. 2017 alle 13:08 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:59

    Almeno 60 milioni di persone in Pakistan sono a rischio avvelenamento a causa degli alti livelli di arsenico presenti nel bacino del fiume Indo e dei suoi affluenti, da cui i cittadini dell’area traggono sostentamento anche per le attività agricole e di allevamento.

    Una recente ricerca pubblicata su Science Advances, la rivista dell’Associazione americana per l’avanzamento scientifico, da un team di scienziati cinesi, pakistani e svizzeri ha rivelato che i livelli di arsenico presente nelle acque sotterranee superano di 20 volte il livello di contaminazione considerato sicuro dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).

    Secondo l’Oms l’acqua è considerata potabile se contiene meno di 10 microgrammi di arsenico per litro. Le cifre ufficiali del governo pakistano parlano di 50 microgrammi per litro, mentre il nuovo studio ha rivelato che la vera concentrazione è pari ad almeno 200 microgrammi di arsenico per litro.

    L’arsenico è naturalmente presente ad alti livelli nelle acque sotterranee di diversi paesi, come Argentina, Cile, Cina, Messico, Stati Uniti d’America, India – in particolare nel Bengala occidentale –, Pakistan e Bangladesh.

    Questa sostanza è un metallo pesante che entra a contatto con l’acqua quando quest’ultima la erode dalle rocce e la trasporta tra i sedimenti dei fiumi.

    L’arsenico ha maggiori probabilità di penetrare nelle falde acquifere se la terra è geologicamente “più giovane”, questo perché la maggior parte delle sostanze chimiche presenti nei giacimenti idrici più antichi probabilmente sono già state lavate via dal mare. È questo il motivo per cui il nord del sub continente indiano è più a rischio rispetto ad altre zone del mondo.

    Oltre 150 milioni di persone quindi si affidano a fonti idriche sotterranee contaminate da questo veleno per bere, far abbeverare gli animali e irrigare i campi.

    L’assunzione di arsenico, anche in piccole quantità, è pericolosa per la salute ed è collegata a una serie di malattie come quelle cardiache, il diabete e il cancro, nonché a problemi dello sviluppo.

    I ricercatori hanno raccolto dati sui livelli di arsenico presente nelle acque sotterranee di almeno mille e duecento pozzi in tutto il Pakistan, a profondità variabili dai 3 ai 70 metri. Gli scienziati hanno poi utilizzato questi risultati per creare una mappa del rischio che mostra le concentrazioni di questo veleno in tutto il paese.

    Quasi due terzi dei pozzi esaminati presentavano livelli di veleno superiori alle concentrazioni raccomandate dall’Oms. Nella valle del fiume Indo, la striscia di terra che circonda il corso d’acqua presenta oltre 200 microgrammi di arsenico per ogni litro d’acqua.

    Lo studio ha rivelato inoltre come due delle più grandi città del Pakistan, Hyderabad nel sud e Lahore nel nord, sono quelle più a rischio. In queste aree urbane densamente popolate, ci sono oltre mille persone a rischio avvelenamento per ogni chilometro quadrato.

    Inoltre, le pratiche di irrigazione utilizzate dagli agricoltori del paese rischiano di peggiorare la situazione. La consuetudine di allagare le pianure per coltivare riso, grano e altri generi alimentari può diffondere ancora di più l’avvelenamento tra la popolazione.

    Gli autori dello studio hanno così raccomandato una serie di metodi per mitigare gli effetti dell’inquinamento da arsenico delle acque dell’Indo, che resta un fenomeno naturale. Gli scienziati consigliano al governo di Islamabad di implementare programmi di sensibilizzazione della popolazione, di intervenire a livello sanitario, in particolare nelle aree urbane più popolate e di ammodernare le infrastrutture idriche del paese.

    Le autorità pakistane dovrebbero trovare fonti d’acqua alternative, scavando pozzi più profondi, che permettano alla popolazione di raggiungere falde acquifere più antiche e in cui le concentrazioni naturali di questo veleno sono minori che in superficie.

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