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    Crisi climatica, salvare il Pianeta per salvare l’Uomo

    Credit: AP

    Incendi, nubifragi, alluvioni. L’impatto della crisi climatica aumenta ogni giorno che passa. I prossimi 5 anni sono quelli cruciali. Se non riusciremo a fermare il riscaldamento globale l’umanità andrà incontro all’estinzione

    Di Giorgio Brizio
    Pubblicato il 4 Ago. 2023 alle 08:00

    L’ultimo è stato un mese notevole. Ti ricordi cosa stavi facendo il primo lunedì di luglio? Che tu fossi al lavoro, in vacanza, a casa tranquillo o in strada di corsa, l’umanità stava vivendo la giornata più calda della sua storia. Per la prima volta, o almeno per la prima da quando siamo in grado di registrare le temperature, quella terrestre ha raggiunto una media di 17,01 gradi centigradi, che può sembrare poco ma è tantissimo. 

    E il giorno dopo, il primo martedì di luglio: te lo ricordi quel torrido martedì? Martedì 4 luglio con i suoi 17,19 gradi ha superato lunedì, diventando il giorno più caldo mai registrato. 

    E invece il giorno successivo: com’è andato il tuo mercoledì? Mercoledì ha eguagliato martedì, che aveva battuto lunedì. Il 5 luglio, con una media di 17,23 gradi, è stato il giorno più caldo degli ultimi 125mila anni. 

    Secondo le Nazioni Unite quella settimana potrebbe essere stata la più calda della storia umana, mentre possiamo dire con sicurezza, grazie agli studi dell’Università di Lipsia, che si è appena concluso il mese di luglio più caldo di sempre, che è venuto dopo, indovinate, il giugno più caldo mai registrato. 

    Il 2023 è quindi sulla buona strada per diventare complessivamente l’anno più caldo superando il 2016, in cui comunque non si era mai presentata una giornata con più di 17 gradi. Mai. 

    Questi record, che non fanno nemmeno in tempo a fare il giro del mondo che già sono battuti da un record successivo, ci restituiscono la consistenza pratica del fatto che la crisi climatica è arrivata e che le sue conseguenze aumentano ogni giorno che passa. 

    La sua prospettiva di spazio e tempo non è Bangladesh 2050, ma Italia 2023: il nostro Paese è stato messo in ginocchio da alluvioni, nubifragi e incendi, di cui il clima ormai mutato non è l’unica causa ma sicuramente un grande acceleratore. Perché la caratteristica principale di una crisi, questa su tutte, è quella di inasprire i fenomeni naturali, esacerbare le conseguenze sociali, aumentare le diseguaglianze. 

    Il caldo o il freddo non sono uguali per tutti, ma esperienze rese notevolmente diverse dalla classe sociale, dal luogo di residenza, dal lavoro e dalle condizioni materiali di cui si dispone. Gli editoriali e interventi televisivi che con «fa caldo, ma non è una novità, è estate» provano a normalizzare la situazione evidenziano ancora una volta non solo la riluttanza a leggere e comprendere le informazioni offerte dalla scienza sul clima, ma anche un assunto molto più banale: chi li scrive non sa cosa vuol dire davvero soffrire il caldo. 

    Dall’altra parte ci sono almeno cinque braccianti morti di caldo nelle campagne italiane, un addetto alle pulizie ritrovato senza vita in un magazzino a Firenze con una temperatura corporea di 43 gradi, un operaio morto di caldo mentre lavorava alla segnaletica stradale a Lodi, uno deceduto in un cantiere a Jesi e un altro nell’alloggio container del cantiere della Tav, una donna deceduta per arresto cardiaco in ipertermia maligna a Lecce, dove sembra che all’ospedale mancasse il ghiaccio per provare ad abbassarle la temperatura. 

    Ma Feltri, Porro, Giambruno e compagnia bella non avevano tempo per raccontare le storie di chi sta vivendo, un malore dietro l’altro, com’è dover lavorare a luglio in Italia in un’ondata di calore resa cinque volte più probabile dall’emergenza climatica. Preferiscono spenderlo ad accusare Lancet di truccare le tabelle per gonfiare i morti di caldo. 

    Intanto, secondo lo studio pubblicato su Nature Medicine, tra il 30 maggio e il 4 settembre 2022 in Europa sarebbero morte di caldo 61.672 persone, di cui 18.100 solo in Italia, prima nel continente.

    La Cgil, nella persona del suo segretario Landini, ha detto che «l’ondata di calore in corso aumenta pericolosamente i rischi su salute e sicurezza». 

    Nell’ultima settimana, di fronte all’incontrovertibile realtà, oltre al Papa e al Presidente della Repubblica, quasi tutti i personaggi politici che solitamente si muovono tra il delazionismo e il negazionismo, hanno citato «il clima» nei loro discorsi.

    Il ministro della Protezione Civile, Nello Musumeci, ha detto che bisogna prendere atto del cambiamento climatico in corso e della tropicalizzazione arrivata in Italia, il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha paragonato i negazionisti del clima ai no vax, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha affermato che «siamo di fronte a una realtà climatica imprevedibile». Tutti, meno uno: il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

    Ospite di SkyTg24, Gilberto Pichetto Fratin farfuglia di aver letto qualcosa la sera prima sul fatto che il cambiamento climatico sia iniziato a metà del secolo scorso, e al Giffoni Film Festival mette in dubbio l’origine antropica del fenomeno, che lo stesso giorno era stata ribadita in una lettera aperta di oltre cento scienziati italiani tra cui il premio Nobel Giorgio Parisi (pubblicata anche su questo giornale a pagina 3, ndr). 

    Quando alla Cop27 di Sharm el-Sheikh, dove la delegazione italiana era arrivata due giorni dopo la decisione del nuovo Governo di riaprire pozzi e trivelle alla ricerca del poco gas presente in Adriatico, il giornalista Alberto Giuffré gli ha chiesto quale fosse la nostra posizione sul cruciale tema del Loss & Damage, il ministro Pichetto Fratin (che non parla inglese e a cui era stato inizialmente assegnato il ministero della Pubblica Amministrazione, tanto uno vale l’altro) ha risposto: «Rispetto alle impostazioni in questo momento si stanno confrontando le due impostazioni. Noi non abbiamo una posizione a priori». Cioè non avevamo proprio alcuna posizione, lettura, dossier. 

    Quest’anno la Cop sarà negli Emirati Arabi Uniti, non esattamente un posto noto per il rispetto dei diritti umani e l’indipendenza dai combustibili fossili. Sarà presieduta da un petroliere e non sembra riservare grandi sorprese. 

    In tutto ciò, per la prima volta, il Climate Clock ha toccato i 5 anni: sono gli ultimi che abbiamo per provare a rimanere sotto la soglia dei +1,5 gradi centigradi di aumento della temperatura e scongiurare le conseguenze più devastanti.

    Inaugurato sotto (sopra) gli occhi di tutti nel centro di Manhattan quando mancavano ancora 7 anni, 102 giorni, 14 ore, 20 minuti e 35 secondi («la serie di numeri più importante del mondo», secondo gli artisti Boyd e Golan), il Climate Clock è un orologio che si basa sui più recenti dati dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul clima: in mancanza di efficaci interventi entro il primo gennaio 2028, le temperature della Terra sono destinate ad aumentare ben oltre gli 1,5 gradi Celsius, limite massimo stabilito dall’Accordo di Parigi. 

    L’opera ricorda il Doomsday Clock, l’orologio dell’apocalisse, un’iniziativa ideata nel 1947 da un team di scienziati dell’Università di Chicago, che consiste in un orologio metaforico che misura il pericolo di una ipotetica fine del mondo a cui l’umanità è sottoposta, in cui la mezzanotte è sinonimo di catastrofe mentre i minuti che la precedono rappresentano la distanza stimata dall’evento in questione.

    Dopo i picchi del 1953 e del 1960, a causa del superamento delle 23mila testate nucleari esistenti, dell’avanzare dei cambiamenti climatici e dell’indebolimento della cooperazione internazionale, il 2020, che sembra non essere certo un periodo fortunato, è divenuto l’anno di massima vicinanza alla mezzanotte, con appena 100 secondi. 

    Oltre a quello di Union Square, che non registra quanto manca alla mezzanotte ma il tempo che abbiamo per agire, esistono altri “orologi climatici” in giro per il globo, come a Berlino o sul polso di molte attiviste e attivisti. 

    L’obiettivo dell’Accordo di Parigi è considerato un traguardo ambizioso, ma in realtà significherebbe fermarsi sull’orlo del baratro. Quand’anche fossimo miracolosamente in grado di raggiungerlo – al momento dovremmo avere una probabilità del 5% – vivremo in un mondo molto meno ospitale di quello che conosciamo e molti dei cambiamenti in corso saranno nella migliore delle ipotesi difficilmente reversibili.

    Non ci sono molti scenari per provare a rimanere a livello globale entro il fatidico grado e mezzo: dobbiamo abbandonare rapidamente i combustibili fossili, carbone, petrolio e gas, e mettere in atto politiche onnicomprensive di transizione ecologica e sociale. 

    Questa sarà l’estate più calda degli ultimi decenni, la più fresca dei prossimi. I cinque anni che abbiamo davanti sono forse i più importanti della storia umana. Non è troppo tardi, ma dobbiamo agire. Possibilmente entro la mezzanotte.

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