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    Tre azioni concrete che ciascuno di noi può fare per fermare il riscaldamento globale e ridurre i contagi di Coronavirus

    Credit: Nosita da Pixabay

    Sì, possiamo immaginare un pianeta in cui le nostre scelte alimentari mitigano il riscaldamento globale e prevengono nuove pandemie

    Di Giulia Wegner
    Pubblicato il 7 Mag. 2020 alle 13:37 Aggiornato il 5 Giu. 2022 alle 10:32

    Riscaldamento globale e Covid-19: tre azioni concrete che possiamo fare

    In quest’ultimo anno, abbiamo assistito a disastri ecologici senza precedenti che si sono susseguiti a breve intervallo l’uno dall’altro. Milioni di ettari di foreste sono andati in fumo in Amazzonia e in Australia. Alluvioni come quella di Venezia hanno sommerso intere città col loro patrimonio storicoculturale. Un numero crescente di cetacei, tartarughe e uccelli sono morti in agonia a causa dell’ingestione di plastica. E ultima di questa serie l’epidemia globale da Covid-19, la quale, anche se può sembrare meno evidente, è anch’essa conseguenza della maniera in cui interagiamo col nostro pianeta. Di fronte a questi eventi, si prova un crescente senso d’impotenza e scoraggiamento: ci ritroviamo a pensare “ormai non c’è più nulla da fare”. Ma è veramente così?

    Come specie umana non siamo abituati a sentirci parte del problema ecologico e tanto meno della sua soluzione. Eppure, come illustrerò in questo articolo, ci sono azioni concrete che ciascuno di noi può cominciare a fare, sin da subito, per evitare che tali disastri diventino la norma.

    Gli ultimi 60 anni sono stati caratterizzati dall’emergere sempre più frequente di nuove zoonosi, ossia malattie infettive trasmesse da animale a uomo. La maggior parte di queste zoonosi (circa 150 in totale) sono state trasmesse da animali selvatici, tra le quali: Machupo (1961, America Latina), Marburg (1967, Africa centrale), Ebola (1976, Africa occidentale), HIV (identificato nel 1981 in USA), Hendra (1994, Australia), Nipah (1998, Malesia), SARS (2003, China), e Covid19 (2020, China). In parte questo è dovuto al riscaldamento globale che modifica l’habitat dei vettori animali dei virus, e che inoltre con lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe liberare virus sepolti da migliaia di anni. Ma è anche dovuto alla maniera in cui ci stiamo addentrando sempre più negli ultimi ecosistemi vergini del pianeta.

    Quando la foresta pluviale amazzonica viene bruciata per derivarne terreni a basso costo per gli allevamenti di bestiame, quando i territori africani vengono disboscati per estrarne legname e minerali (per esempio il coltan utilizzato negli apparecchi elettronici), quando habitat inesplorati vengono penetrati per cacciare animali selvatici e venderne carni, pelli, avorio, e parti corporee per presunti usi medicinali – in tutti questi casi noi esseri umani entriamo in contatto con popolazioni di animali selvatici con cui non siamo mai stati in contatto prima, e che sono portatori di centinaia di migliaia di virus e batteri ai quali non siamo mai stati esposti. Infatti, mentre alcuni virus come i Corona esistono sul pianeta terra da oltre 3 miliardi di anni, la specie umana abita il pianeta da solo 200mila anni.

    Per questo la maggior parte delle nuove epidemie infettive sono collegate alla deforestazione, che crea nuovi paesaggi rurali in cui animali selvatici e uomini entrano in contatto l’un con l’altro, e facilita la penetrazione dei bracconieri in territori ancora vergini. Pipistrelli e roditori prosperano nei paesaggi modificati dall’uomo, e dato il loro numero elevato e le loro caratteristiche immunitarie, sono specie ‘serbatoio’ che ospitano in maniera asintomatica virus che una volta entrati nell’uomo possono invece essere mortali. Molti virus si servono poi di un ‘portatore intermedio’ attraverso cui evolversi e transitare dalla specie serbatoio all’uomo.

    Credit: Pixabay

    Per esempio, uno dei vettori dell’Ebola è la carne non abbastanza cotta di animali selvatici, i quali probabilmente si infettano ingerendo frutti parzialmente mangiati da pipistrelli portatori del virus. L’epidemia di Nipah in Malesia esplose quando un grande allevamento intensivo di maiali fu stanziato assieme ad alberi da frutta ai margini della foresta – il virus venne trasmesso dal pipistrello al maiale attraverso frutti contaminati con la sua saliva o urina, e dal maiale passò all’uomo.

    Così, fin quando continueremo a spingerci negli ultimi ecosistemi incontaminati del pianeta per estrarne risorse, nuove malattie infettive continueranno a emergere. Come ha spiegato Alanna Shaikh (esperta di sistemi sanitari globali), anche se tutti i paesi del mondo fossero in grado di sviluppare dei protocolli efficaci per contenere lo scoppio di nuove epidemie – identificare i nuovi virus appena insorgono, curare immediatamente i contagiati, e trasmettere tutte le informazioni necessarie alle autorità sanitarie globali, così che altri paesi possano prepararsi in tempo per l’eventuale arrivo del virus sul loro territorio – anche con tutte queste precauzioni, finché continueremo ad abusare del pianeta, contagi di massa da nuovi virus saranno inevitabili.

    Come evidenziato da David Quammen (autore del libro Spillover, 2014), questa condivisione di malattie tra animali e uomini ci rammenta una cosa fondamentale: che siamo anche noi animali e parte integrale del mondo naturale, e che l’unica maniera per mitigare i disastri ecologici di cui abbiamo cominciato a pagare le conseguenze è tornare ad accettare e rispettare questa semplice realtà.

    Le cause dello sconvolgimento degli ecosistemi sono di vario tipo ma tutte legate ai nostri consumi. Una forma di consumo è alla fonte sia del crescente rischio di pandemie zoonotiche, sia del riscaldamento globale. Come tutti sanno, il riscaldamento globale è causato dall’emissione di gas serra. Forse non tutti sanno, però, che le quattro fonti principali di emissione di gas serra sono, in ordine di influenza:
    1) produzione di elettricità e riscaldamento per uso domestico (25%),
    2) deforestazione, agricoltura e allevamento di bestiame (24%),
    3) produzione industriale (21%),
    4) traffico veicolare (14%).

    Quindi, anche se i governi tendono a focalizzarsi sui settori energetico e dei trasporti, il sistema globale di produzione alimentare, e gli allevamenti di bestiame in particolare, sono fondamentali per gli sforzi di mitigazione del riscaldamento del pianeta. Gli allevamenti di bestiame sono responsabili della maggior parte (72-78%) delle emissioni di gas serra nel settore agroalimentare. Questo è dovuto al fatto che gli allevamenti fanno l’utilizzo più elevato in assoluto delle risorse planetarie (terra, acqua), alla fermentazione intestinale dei ruminanti, e all’alta emissione di gas dai loro letami.

    Ma le produzioni agricole, e specialmente gli allevamenti di bestiame con il loro fabbisogno elevato di spazio e mangime, sono anche una delle cause principali di distruzione degli habitat naturali che ci porta in contatto crescente con popolazioni di animali selvatici che sono vettori di virus sconosciuti. L’espansione della produzione di bestiame e del suo mangime sta avendo luogo in modo preponderante nei paesi tropicali.

    Credit: Pixabay

    Il rischio di nuove zoonosi è dunque concentrato in quelle foreste tropicali caratterizzate da un’alta biodiversità di mammiferi e da tassi elevati di deforestazione per far spazio a campi agricoli e allevamenti. Inoltre, gli allevamenti intensivi, a causa della loro alta densità e bassa diversità genetica, possono agire come amplificatori di trasmissione dei nuovi patogeni (come abbiamo visto per il Nipah virus).

    Per quanto riguarda il nesso tra produzione agroalimentare e riscaldamento globale, vi è oramai consenso nella comunità scientifica sul fatto che le emissioni di gas serra non possono essere sufficientemente mitigate senza cambiamenti nutrizionali globali verso diete a basso contenuto di prodotti di origine animale. Un gruppo internazionale di scienziati guidato dall’Oxford Martin Programme sul Futuro del Cibo, e il Rapporto Speciale su Cambiamenti Climatici e Territorio del Comitato Internazionale per i Cambiamenti Climatici (IPCC) delle Nazioni Unite, sostengono che l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C non verrà raggiunto senza un’implementazione congiunta delle seguenti misure per il settore agroalimentare globale:
    1) un’intensificazione ecologicamente sostenibile della produzione agricola,
    2) la riduzione di sprechi alimentari,
    3) il passaggio a diete caratterizzate da quantità limitate di cibi di origine animale.

    Il passaggio globale a una dieta cosiddetta flexitariana composta da grandi quantità di cibi di origine vegetale (verdura, frutta, legumi, noci, semi, cereali), piccole quantità di cibi di origine animale (carne, pesce, uova, latticini), e quantità limitatissime di carne rossa, ha il potenziale di ridurre le emissioni di gas serra dal settore agroalimentare del 56%, e di nutrire una popolazione globale di 9 miliardi di persone prevista per il 2050 in maniera ecologicamente sostenibile.

    L’EAT-Lancet Commission su Cibo, Pianeta, Salute (2019) è giunta a queste stesse conclusioni. Inoltre, la commissione sottolinea come una riduzione radicale dei cibi di origine animale nelle nostre diete potrebbe aiutare a prevenire circa 11 milioni di morti all’anno (19-24% del totale di morti di persone adulte), contribuendo a ridurre problemi di obesità e malattie croniche come diabete, malattie cardiovascolari e tumori.

    Dunque, azioni concrete ed essenziali che ciascuno di noi può fare, sin da subito, per ridurre le emissioni di gas serra e il rischio di nuove epidemie, sono:
    1) adottare una dieta flexitariana caratterizzata da piccole quantità di carne, pesce, uova, latticini, e quantità limitatissime di carne rossa,
    2) acquistare cibi prodotti in maniera ecologicamente sostenibile (per esempio cibi biologici),
    3) eliminare qualunque spreco di cibo nelle proprie case.

    Il Rapporto Speciale su Cambiamenti Climatici e Territorio dell’IPCC (ibid) avverte anche che con il progredire del riscaldamento globale, eventi metereologici estremi come siccità e alluvioni aumenteranno di frequenza e intensità “con impatti immediati e di lungo termine sui mezzi di sostentamento delle comunità umane più povere e vulnerabili, contribuendo ad accrescerne il rischio di insicurezza alimentare”.

    Quindi, senza le suddette misure per il settore agroalimentare, “gli effetti avversi dei cambiamenti climatici includeranno un incremento del numero di persone malnutrite e impatti catastrofici sulle comunità di piccoli produttori agricoli”. Infatti, i disastri ecologici colpiscono in modo assai più violento quelle popolazioni che dipendono in maniera diretta dalla natura per il proprio sostentamento, e che non beneficiano di uno Stato sociale che garantisca loro cibo e cure mediche in momenti di emergenza come una carestia o un’epidemia.

    Il recente film di Chiwetel Ejiofor Il Ragazzo che Catturò il Vento, basato sulla storia vera di un villaggio del Malawi che nel 2001 si trova a far fronte a una carestia causata dalla deforestazione e dalla siccità, illustra queste problematiche in maniera evincente. L’angoscia di una famiglia che vive mesi lunghissimi nel terrore di non poter sfamare se stessi e i propri figli, e lo sfaldamento del tessuto sociale nel villaggio, fanno sbiadire a confronto i disagi vissuti da noi Europei in questi due mesi di confinamento casalingo.

    Ma una cosa ha mostrato l’epidemia da Covid19: che ciascuno di noi, indipendentemente da quale pezzetto di pianeta occupi, può prima o poi ritrovarsi a essere vulnerabile alle conseguenze del deterioramento ecologico. Siamo dunque tutti accomunati dalla necessità di fare qualcosa per evitare che inquinamento di terre e mari, alluvioni, siccità, carestie, e infine pandemie diventino sempre più violente e ricorrenti e rendano la vita umana su questo pianeta sempre più imprevedibile e rischiosa.

    In termini evolutivi, ciò che distingue l’uomo dalle altre specie animali non è, come molti immaginano, la capacità di provare emozioni o di esprimersi tecnologicamente e artisticamente. Altre specie animali condividono la nostra capacità di provare paura, gioia, sofferenza, e aspettativa, di sviluppare conoscenze tecnologiche e trasmetterle alla loro progenie, e alcune (scimpanzé, elefanti) perfino di esprimersi artisticamente attraverso la pittura. Ciò che ci distingue dalle altre specie animali è invece la capacità cerebrale di saper immaginare qualcosa che ancora non c’è, e tramite il linguaggio verbale comunicare tale idea astratta alla propria collettività per stimolare un’azione che possa renderla concreta.

    In quanto esseri umani, dobbiamo allora avere il coraggio di divulgare le conoscenze scientifiche, per stimolare un’azione collettiva che ci porti a realizzare un’idea di futuro in cui continuiamo a essere parte del pianeta, e non più il suo e quindi nostro più grande nemico. Al centro di questo cambiamento deve esserci non più il desiderio spasmodico di consumare, ma la nostra sensibilità e intelligenza umana. Sta a noi decidere cosa è ‘di moda’, da quale genere di condizionamenti sociali lasciarci influenzare, e di quale tipo di cambiamento fare parte. La scelta è solo nostra; ma le conseguenze ricadranno tutte sui nostri figli e nipoti, e sulle comunità umane e le specie non-umane che non hanno il nostro privilegio di poter scegliere.

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