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    L’avvocato degli abitanti di Tamburi a TPI: “L’inquinamento è colpa dello Stato. Ora la politica li risarcisca”

    L'Ilva vista dalla città vecchia. Credit: Cristiana Mastronicola

    L'avvocato degli abitanti di Tamburi di Taranto a TPI: "La politica risarcisca i cittadini danneggiati dall'ex Ilva"

    Di Cristiana Mastronicola
    Pubblicato il 11 Nov. 2019 alle 17:16 Aggiornato il 11 Nov. 2019 alle 18:01
    L’avvocato degli abitanti di Tamburi di Taranto: “La politica risarcisca i cittadini”

    Il quartiere Tamburi nasce a poche decine di metri dai parchi minerari dello stabilimento siderurgico dell’ex Ilva di Taranto. Un rione intero fa da scudo al resto della città: dagli enormi cumuli di minerale e carbone al di là della recinzione alta si alza la polvere sottile che si infila dappertutto e appesta il quartiere.

    Le conseguenze sono quelle sulla salute di cui tanto si sente parlare: il rione Tamburi muore, letteralmente, sotto la polvere dell’Ilva e qui la gente è esasperata e stanca. Ma non è solo la salute a rimetterci: i risultati dell’ex Ilva si vedono tangibili sugli edifici del quartiere. A occhio nudo, non si percepisce quasi nulla: ci si trova di fronte a palazzine apparentemente sporche. Ma non si sa che quello è il risultato lento di una metamorfosi durata decenni.

    Gli abitanti del quartiere, stanchi di vivere sotto il ricatto della fabbrica che li costringe a una vita a metà, hanno intrapreso le vie legali, intentando una causa contro l’Ilva. Le facciate perennemente sporche e corrose dai minerali, i balconi su cui si accumula la polvere rossastra e che gli inquilini delle palazzine cercano di pulire via con costanza, per evitare che si incrosti e macchi tutto.

    La sfida che una manciata di cittadini di Tamburi, più di dieci anni fa, lancia al colosso della siderurgia non è per sapere se quelle polveri inquinino o meno. No, vogliono sapere se sono state quelle polveri a danneggiare gli edifici in cui abitano e, in tal caso, ricevere il giusto risarcimento.

    TPI ha incontrato l’avvocato Massimo Moretti che assiste alcune delle famiglie che hanno preso coraggio e hanno lanciato il guanto di sfida a Ilva. “Ancora oggi, sebbene stiano realizzando le opere di copertura, i wind days non sono terminati e quando c’è il vento che porta le polveri da nord verso sud, il quartiere viene ricoperto di polvere, con tutto ciò che ne consegue in termini di ridotto godimento degli immobili da una parte e di danni materiali alle strutture”, spiega l’avvocato.

    Anche la colorazione degli esterni delle palazzine cambia: ad alzarsi dai cumuli sono tutti minerali ferrosi che modificano le strutture su cui si depositano. “Questi danni sono stati riconosciuti nelle sentenze del Tribunale Civile di Taranto che in tre sentenze diverse, fortunatamente emesse prima che Ilva andasse in amministrazione straordinaria – perché è una procedura concorsuale, come se fosse un fallimento e tutte le cause si interrompono. Queste, cominciate prima, sono arrivate a sentenza. Sono soltanto tre le sentenze, appellate dall’amministrazione straordinaria e confermate tutte in appello. Una delle tre è stata confermata anche in Cassazione e dicono che i cittadini proprietari di immobili nel quartiere tamburi hanno diritto a un risarcimento”, spiega Moretti.

    Alcune sentenze dicono che hanno diritto al risarcimento per il deprezzamento delle case e altre che hanno diritto al risarcimento per il ridotto godimento degli immobili. E, in effetti, come confermano anche alcuni cittadini di Tamburi, i prezzi degli appartamenti sono crollati. “Questa casa me l’hanno valutata appena 15mila euro”, dice Donato, spiegando che lasciare Tamburi ormai è una scelta che possono permettersi in pochi. “Nessuno è disposto a trasferirsi qui e con quello che ci darebbero con la vendita della casa non riusciremmo a prenderne un’altra in zone diverse della città”.

    Il diritto al risarcimento arriva anche perché chi è intrappolato qui a Tamburi vive, di fatto, una vita limitata: “Quando ci sono i wind day dobbiamo restare chiusi in casa con le finestre sigillate, i bambini non possono andare al parco a giocare, perché la terra è malata. I terrazzi sono sempre sporchi e dobbiamo pulirli in continuazione”. Tutto questo, come spiega bene Moretti, è stato quantificato: il 20 per cento del valore degli immobili al momento della domanda.

    Parliamo di cifre comunque basse, dai 10 ai 18mila euro a famiglia. Quando le prime sentenze sono iniziate a uscire, un primo blocco di cittadini – pochi, sei – sono riusciti a farsi pagare prima che Ilva andasse in amministrazione straordinaria. Da quel momento in poi è finito tutto: “Tutti i cittadini che avevano in corso cause, hanno dovuto interrompere le cause e chiedere l’insinuazione al passivo della procedura fallimentare a Milano. Ovviamente, quando anche fosse accolta, ti dice solo che hai diritto per un determinato credito”. Il problema è che questo credito non viene pagato normalmente, ma nella cosiddetta moneta fallimentare, “cioè in base a quello che è all’attivo della procedura fallimentare. Ovviamente c’è una gradazione: verranno pagati prima di debiti della procedura, poi quelli privilegiati e alla fine i creditori cosiddetti chirografari”.

    Le somme disponibili per pagare i creditori sono limitate, quindi tutti i cittadini che hanno fatto domanda non otterranno in pagamento nemmeno un euro. Le cause continuano, a Milano, e servono però per una questione di principio, spiega Moretti: “Dal punto di vista giuridico non ci sono molte strade, anzi se ArcelorMittal va via, nemmeno i soldi di vendita o affitto entrerebbero. Se invece dovesse esserci un ingresso di somme, quelle potrebbero essere distribuite ai creditori”.

    I cittadini di Tamburi hanno subito il danno, si sono mossi dopo il 2005 – quando passa in giudicato la sentenza penale che riguarda i parchi minerali nella quale erano stati condannati i proprietari dell’Ilva dell’epoca – proprio perché c’era questa enorme quantità di polveri che arrivava dai parchi e sommergeva il quartiere. Con la certezza che le polveri arrivavano dallo stabilimento, diversi cittadini si sono mossi e hanno intentato la causa al colosso del ferro.

    Sono cause lunghe, in cui Ilva si è difesa con le unghie e con i denti: “Arrivavano con lo stuolo di consulenti da Milano. Hanno fatto di tutto per tirarla per le lunghe. Fatto sta che di cause ne sono partite molte, le uniche che sono arrivate a conclusione sono tre”.

    I cittadini di Taranto pur avendo subito un danno e avendo avuto anche la forza di rivendicarlo in sede giudiziaria, arrivando ad avere anche delle sentenze, non hanno avuto alcun risarcimento: “O c’è una presa d’atto di quanto è successo e c’è una volontà politica di affrontare la questione, oppure questa è la beffa che segue il danno. Bisogna capire che tutto quello che sta accadendo a Taranto su Ilva succede per scelte politiche. Se queste scelte hanno determinato il danno subito, le stesse devono tornare a tenere in conto le esigenze dei cittadini che non sono stati risarciti”, precisa l’avvocato.

    Ma Moretti punta l’attenzione su un altro aspetto della questione: dal 1965 – quando l’Ilva arriva a Taranto – al 1994, gli anni nei quali lo stabilimento ha inquinato di più, la gestione è stata statale: “Se c’è qualcuno che ha delle responsabilità, oggettivamente è proprio lo Stato. La realtà dei fatti è che se si vuole affrontare la realtà in maniera seria politicamente bisogna dare un segnale”.

    Il carico da novanta arriva anche dalla sede in cui queste cause si tengono: Milano. “I giudici di Milano non hanno idea di cosa sia Taranto, di cosa sia l’Ilva, del perché a Tarato si è venuta a creare questa situazione paradossale. è difficile anche spiegare che l’impianto è il doppio della città ed è attaccato a un quartiere popoloso della città sia da una parte che dall’altra. Troviamo delle difficoltà oggettive”, spiega ancora Moretti.

    Per l’avvocato la questione è tutta politica: “Se il principio è ‘chi inquina paga’, i Riva – i cui soldi sono stati in parte recuperati dallo Stato – potrebbero essere usati per risarcire i cittadini. Invece quelle somme sono state usate per fare le bonifiche dentro lo stabilimento. Un miliardo e 300milioni di euro sono stati recuperati in vari trust intestati alla famiglia Riva, una piccola parte potrebbe andare ai cittadini”.

    L’avvocato non si arrende, però, nonostante le risposte ancora troppo flebili: “Ogni volta che abbiamo tentato di ottenere giustizia, abbiamo sempre trovato dall’altra parte un muro di gomma che ci ha fatto rimbalzare. E comunque non ci siamo fermati”. Alcuni cittadini sono andati davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno ottenuto una sentenza di condanna nei confronti dello Stato, ma non ha riconosciuto il risarcimento concreto nei confronti dei cittadini.

    Quindi al cittadino si dà ragione, ma in sostanza non c’è il ritorno economico. “L’unica speranza è che ci sia una presa d’atto da parte delle istituzioni. In primo luogo lo Stato, ma anche la Regione Puglia, che potrebbe cercare nelle maglie del proprio bilancio delle somme che potrebbero essere destinate per lo meno a lenire il danno”, conclude Moretti, convinto che solo la politica, con azioni concrete, possa porre fine a questa situazione.

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