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Signori dell’Algocrazia: chi controlla i dati possiede le persone

Credit: Sobhan Farajvan - AGF

Dalle proprietà concentrate in mano a pochi attori globali all’ambiguità tra pubblico e privato fino ai limiti del Gdpr e dell’AI Act. L’ex componente del Collegio del Garante per la Privacy, Guido Scorza, spiega a TPI come la sorveglianza algoritmica orienti la democrazia

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 10 Apr. 2026 alle 09:39

Nel 2019 usciva un libro dal titolo “The Age of Surveillance Capitalism”, un libro di saggistica del 2019 della sociologa e professoressa Shoshana Zuboff che veniva definito dal Financial Times «un’opera fondamentale» per capire il nuovo ordine economico globale. La tesi, ormai diventata centrale nel dibattito internazionale, è semplice quanto radicale: la materia prima del capitalismo contemporaneo non è più il petrolio, ma l’esperienza umana trasformata in dati. Che cosa vuol dire? Cercando di spiegarlo in modo semplice, secondo questa prospettiva, le grandi piattaforme digitali non si limitano a raccogliere informazioni, ma le trasformano in previsioni comportamentali: cosa compreremo, cosa penseremo, persino come voteremo. È quello che la letteratura accademica e i principali giornali internazionali definiscono surveillance capitalism, un modello economico in cui i dati personali vengono sistematicamente raccolti, analizzati e monetizzati per orientare comportamenti e generare profitto.
Negli ultimi anni, inchieste e analisi — dal Guardian al New York Times — hanno mostrato come questa economia dei dati non riguardi solo la pubblicità, ma incida direttamente sulla politica, sull’informazione e persino sui conflitti. La profilazione consente campagne sempre più mirate, mentre la capacità di analizzare grandi quantità di dati permette di identificare vulnerabilità individuali e collettive. Non a caso, diversi studi parlano di una nuova forma di potere, definita “instrumentarian power” (Il potere strumentale, sempre un concetto coniato dalla sociologa Zuboff), capace di modellare comportamenti su larga scala senza ricorrere alla coercizione diretta.In questo contesto, il valore dei dati non è intrinseco: non risiede nel dato in sé, ma nella capacità di usarlo. È questo passaggio — che si può riassumere come “dalla raccolta alla previsione, dalla previsione all’influenza” — che trasforma i dati in una risorsa strategica globale.

Mercato e politica
A leggere e spiegarci questa parabola è Guido Scorza, avvocato esperto di diritto delle tecnologie ed ex componente del Collegio dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali. Il suo punto di partenza è netto: chi controlla i dati oggi non controlla semplicemente informazioni, ma qualcosa di molto più ampio. «Chi controlla i dati possiede le persone in tutte le dimensioni della loro vita e, quindi, nella dimensione personale, in quella del consumo e in quella politica», spiega. «E le possiede in un duplice senso: nel senso che le conosce meglio, in molti casi, di quanto ciascuno conosce sé stesso e nel senso che è in grado di etero-dirigerne le scelte da quelle sentimentali, a quelle di consumo sino a quelle politiche». È qui che il discorso si sposta dal piano teorico a quello concreto. Perché se i dati sono davvero la nuova materia prima del potere, il loro valore non sta solo nella raccolta, ma nella capacità di incidere sui comportamenti. «Chi ci conosce di più sa quali sono le leve emotive, sentimentali, psicologiche, razionali, economiche, politiche ecc. con le quali portarci a una determinata scelta», osserva Scorza. Una conoscenza che un tempo apparteneva alle relazioni personali più strette, e che oggi invece è concentrata altrove. «Il problema è che, oggi, a conoscerci meglio di tutti sono pochissimi oligopolisti dei dati e dei mercati digitali». Ed è qui che si apre la frattura: «Mercato e politica hanno diverse ragioni per abusare del loro potere derivato dai dati e etero-dirigere le nostre scelte in direzioni diverse». In una formula efficace, «il possesso e la capacità di elaborazione di questi dati comprime lo spazio per l’autodeterminazione dei singoli».
Per questo, parlare di dati significa parlare di potere. «Senza dubbio alcuno. Direi infrastruttura dei poteri: quelli del mercato e quelli della politica». Ma questo potere non è distribuito in modo uniforme. «Il potere in questione è saldamente nelle mani di una manciata di soggetti privati. Non più di dieci ne controllano più del novanta per cento». Eppure, questi attori non operano nel vuoto: «Per continuare a crescere hanno bisogno di intrattenere buone relazioni con chi governa i Paesi». Da qui una dinamica sempre più evidente: «Questa circostanza talvolta consente – e consentirà sempre di più – a taluni Stati di disporre indirettamente del potere in questione». Il confine tra uso commerciale e uso politico dei dati, in questo scenario, è tutt’altro che solido. «È un confine che esiste ma non è presidiato da frontiere insuperabili». E soprattutto, aggiunge, è un confine fragile nel tempo: «Quando i dati esistono, poi, garantire che non cadano mai nelle mani sbagliate o non siano mai usati per finalità diverse rispetto a quelle che ne hanno determinato la raccolta non è affatto facile».

La gabbia invisibile
Anche perché il mercato dei dati, al di là delle narrazioni ufficiali, è attraversato da ampie zone d’ombra. «Esistono praterie sconfinate nelle quali i nostri dati personali circolano al di fuori di ogni controllo effettivo». Le ragioni sono molteplici: raccolte illecite, furti, scarsa consapevolezza degli utenti. «Ci sono soggetti che dispongono di quantità enormi di dati personali per averli rubati o ricettati», spiega Scorza. E anche quando tutto avviene formalmente nel rispetto delle regole, il controllo resta limitato: «Gli interessati difficilmente hanno reali opportunità di esercitare forme di controllo effettivo sui loro dati personali».
Il punto centrale, però, è un altro: cosa succede quando quei dati vengono utilizzati. «Direi che è reale più che realistico», risponde Scorza parlando della capacità di influenzare comportamenti. «Succede continuamente e quotidianamente. La maggior parte delle nostre scelte di consumo, della nostra dieta mediatica e, quindi, inesorabilmente delle nostre scelte politiche sono etero-dirette a mezzo algoritmo». Non è quindi solo una questione di sorveglianza, ma di direzione. «Essere osservati per essere “guidati”». Il rischio più profondo è quello che riguarda la libertà individuale: «La compressione del nostro diritto all’autodeterminazione è il rischio vero e maggiore».
Una libertà che non scompare, ma si trasforma. «La nostra libertà è indiscutibilmente compressa, direi condizionata». E per descrivere questa condizione, Scorza ricorre a un’immagine filosofica: «Viviamo in una sorta di gabbia invisibile che ricorda moltissimo la famosa stanza di Locke un uomo è rinchiuso ma non sa di essere rinchiuso, non si rende conto che se volesse uscire non potrebbe perché la porta è chiusa dall’esterno».

Governi e sorveglianza
Se il mercato ha costruito questo potere, la politica non è rimasta a guardare. «Disporre del patrimonio informativo in questione garantisce ai Governi uno straordinario potere di manipolazione di massa dell’opinione pubblica». Il paragone con il passato chiarisce la portata del cambiamento: «Gli oligopoli dei dati di oggi stanno alla politica e ai Governi di oggi, come media e giornali stavano alla politica e ai Governi di ieri». Ma con una differenza sostanziale: «Oggi il potere che i dati possono consegnare ai Governi è di diversi ordini di grandezza superiore». Le forme di collaborazione tra Stati e piattaforme sono già una realtà, anche se con modalità molto diverse a seconda dei contesti. «In alcuni Paesi certamente sì. Penso alla Cina e altri Paesi con Governi altrettanto egemoni. In altri esistono collaborazioni verticali, per specifiche attività. In altri ancora non ne esistono in modo trasparente ma ce ne sono state e, certamente, ce ne sono in maniera informale e occulta», spiega Scorza.Il punto, però, non è solo se queste collaborazioni esistano, ma dove stanno portando. «Sì. Direi più di un rischio», risponde a chi gli chiede se sia in atto una convergenza tra sorveglianza pubblica e privata. «È uno scenario concreto verso il quale si sta facendo rotta a ritmo sostenuto. Esistono già forme di capitalismo della sorveglianza e di sorveglianza intelligente pubblica straordinariamente penetranti».
In questo contesto, l’Europa ha provato a intervenire con il GDPR (la normativa europea sulla privacy operativa dal 25 maggio 2018) e, più recentemente, con l’AI Act (la prima legge organica al mondo sull’intelligenza artificiale, entrata in vigore il 1° agosto 2024). Ma con quali risultati? Sul GDPR, Scorza è netto: «Ha regolato e limitato il potere derivante dall’uso dei dati personali, ma non lo ha fermato né cancellato. Ha avuto e continua ad avere l’effetto dei limiti di velocità: un buon numero di conducenti rallenta e li rispetta, altri li ignorano completamente». Quanto all’AI Act, il giudizio è più disincantato: «Non credo possa modificare equilibri ormai consolidati». Il problema è strutturale: «Il progresso tecnologico corre sempre di più e non credo abbiamo chance di governarlo se non cambiamo approccio regolamentare».

I nuovi rischi
E qui si apre una riflessione più ampia, già anticipata da Stefano Rodotà: «Quando le regole delle istituzioni democratiche non arrivano in tempo a governare la tecnologia, la tecnologia diventa essa stessa regolamentazione e plasma la vita delle persone e della società al posto delle regole democratiche». Il rischio è evidente: «La tecnocrazia prende il posto della democrazia: viviamo in una specie di algocrazia», dice Scorza. L’algocrazia è una forma di governo o organizzazione sociale in cui le decisioni, la sorveglianza e la gestione dei comportamenti umani sono delegate ad algoritmi e intelligenze artificiali.
Ma il potere dei dati non si esaurisce nel mercato e nella politica. Si estende anche ai conflitti contemporanei, dove informazione e disinformazione sono diventate armi strategiche. «Contano e contano molto», dice Scorza. «Raccontano le fragilità di una comunità, di una società, di un intero Paese». Nella cosiddetta infoguerra, «la conoscenza di una popolazione aiuta a costruire campagne di disinformazioni straordinariamente efficaci», capaci persino di ribaltare la percezione del nemico. Ma anche sul piano militare più tradizionale, i dati fanno la differenza: «La conoscenza di fragilità e debolezze consente anche di costruire strategie belliche mirate». La conclusione è tanto netta quanto inquietante: «Dati e algoritmi sono indiscutibilmente le nuove testate nucleari».
Se il Novecento è stato il secolo del controllo delle risorse materiali, il nostro tempo è quello del controllo delle informazioni e dei comportamenti. Ma a differenza delle vecchie forme di potere, questo nuovo dominio non ha bisogno di imporsi: si limita a orientare, silenziosamente, ciò che crediamo di scegliere liberamente. La vera posta in gioco, allora, non è solo la privacy, ma la qualità stessa della democrazia. Perché in un mondo in cui le decisioni vengono anticipate, indirizzate e modellate, il rischio non è tanto perdere la libertà, quanto smettere di accorgerci di averla già ceduta.

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