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“Così è nata la mia SanPa”: parla Gianluca Neri, ideatore della docu-serie su San Patrignano

“Quanto male sei disposto a fare, per fare del bene?": parla il produttore della serie su San Patrignano, Gianluca Neri

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 3 Gen. 2021 alle 16:18 Aggiornato il 3 Gen. 2021 alle 17:33

SanPa”, la docu-serie sulla comunità di San Patrignano e sul suo fondatore Vincenzo Muccioli in onda su Netflix, è anche la storia del primo documentario di “42”,  la nuova società di produzione fondata da Gianluca Neri (che ha prodotto SanPa con Nicola Allieta, Andrea Romeo e Christine Reinhold). Ed è Gianluca Neri che ha anche scritto il documentario insieme a Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, a raccontarmi la lunga gestazione di “SanPa”.
L’idea nasce da te?
Sì. Sentivo parlare di San Patrignano a Cuore, entrai a lavorare lì durante la gestione Sabelli Fioretti, un po’ dopo le inchieste su San Patrignano, che tra l’altro Cuore fu l’unico a pubblicare, perché pubblicarle voleva dire perdere lettori. Arrivavano un sacco di lettere del tipo “Andateci voi a salvare i ragazzi anziché star lì a fare disegnetti”.
E poi?
Poi per 30 anni non accade nulla, se non che a un certo punto vedo “Making a murderer” su Netflix e realizzo che una docu-serie può essere avvincente come una serie. E lo stava pensando uno che aveva imparato l’inglese vedendo le serie. Allora penso a una storia da raccontare e mi viene in mente quella di Bossetti e del delitto di Yara, quindi realizzo una presentazione del prodotto in inglese.
E riesci a sottoporla a Netflix?
Diciamo che non funziona che tu hai una bellissima idea e loro te la producono. Anzi, se mandi una mail loro ti rispondono: “Non possiamo accettare niente, non abbiamo letto la mail” perché poi magari anni dopo producono qualcosa che somiglia a una cosa che tu avevi proposto via mail e si beccano una causa.
Però non molli.
No, resto convinto che in Italia di belle idee ce ne siano tante, quindi trovo un socio che vende e propone format e fondo una casa di produzione, la “42”. Lui mi procura un contatto con Netflix, loro sembrano entusiasti, dicono che lo produrranno e poi alla fine cambiano idea perché un documentario che la Bbc aveva realizzato di recente somigliava troppo alla vicenda Yara.
A quel punto tiri fuori il jolly.
Mi dicono subito: “Non hai un’altra idea?”. Io non l’avevo, ma improvviso: “Ma certo, SanPa!”. In realtà era la prima cosa che mi è venuta in mente. Passo la notte a fare una presentazione bellissima in inglese e la prendono. Era il 2018.
E va in porto così rapidamente?
No beh, devi programmare un budget per esempio, devi rendere conto di ogni graffetta e fanno benissimo. Poi se hai l’ok ti trovi catapultato in una nuova dimensione in cui sei il produttore. Sono stati pazzeschi a fidarsi.
Anche perché tu non avevi mai fatto documentari.
Mai nella vita, io mi sono ritrovato showrunner senza aver mai fatto un documentario. Ho scelto, regista montatore, tutto.
È costato molto produrlo?
Abbastanza. In Italia non si investe molto su questo genere di prodotti, qui avevamo 60 persone che lavoravano e le abbiamo pagate tutte il giusto.
La regista Cosima Spender l’hai scelta tu?
Sì, avevo visto “Palio” su Netflix, il suo documentario sul Palio di Siena e mi pareva perfetto, realizzato benissimo come tutte le sue cose e quelle di Valerio Bonelli che è suo marito e montatore. Aveva un tocco bellissimo. In Palio lei aveva trovato dei narratori che avevano delle facce pennellate, incredibili.
Il montatore Bonelli è una star nel suo segmento.
Ha montato anche Black Mirror, ha vinto il Tribeca Film Festival con Palio, fa parte della giuria degli Academy degli Oscar.
I filmati sono tantissimi e l’archivio da cui avete attinto è enorme. Qual è la cosa che avete sacrificato con più dolore?
Potevamo fare altre tre serie con il materiale che c’era. Mi è dispiaciuto lasciare fuori un intervento del figlio di Paolo Villaggio che era stato in comunità e ai tempi fu molto utilizzato per pubblicizzare San Patrignano. C’era un filmato in cui ospite di Red Ronnie criticava alcune cose di San Patrignano, Red Ronnie replicava che quelle erano un po’ le strategie di San Patrignano e lui rispondeva: “Sì, ma queste strategie mi hanno lussato la spalla”. Non l’abbiamo inserito perché si era reso disponibile per l’intervista ma poi ha cambiato idea.
Perché?
Avevamo già la troupe pronta, non lo so.
Nella costruzione di un documentario destinato al mercato estero ci sono cose a cui si rinuncia perché fuori dall’Italia è difficile far comprendere dei passaggi?
Eccome. L’hotel Raphael e le monetine tirate a Craxi, per dire. La scena non è così immediata e iconica all’estero come per noi. E siccome noi non avevamo una voce narrante in “SanPa”, avremmo dovuto spiegare cosa volessero dire quelle monete. Idem per i nomi dei partiti, dei giornali, dei politici italiani. Per spiegare un contesto servivano minuti e abbiamo deciso di non sprecarli. Al massimo i nomi dei politici dell’epoca li abbiamo scritti sotto, parlando di “potenti”.
Il personaggio che vi spiace di più si sia rifiutato di parlare?
Letizia Moratti, la co-fondatrice di San Patrignano. Avrebbe potuto aggiungere molto alla storia. E anche Franz Vismara perché era lì in tutte e tre le gestioni, quella di Muccioli, del figlio e dei Moratti. Pare sia stato colui che mise in contatto Muccioli con i Moratti. Pare, ma servono tre fonti a Netflix per certificare un fatto.

Cioè?
Cioè hai l’obbligo di certificare tre volte la fonte e secondo le loro rigide linee guida non si fa ambushing (interviste non concordate a mo’ di imboscata, magari sotto casa) che per me è una regola sacrosanta. Le interviste si concordano o comunque si chiedono, pretenderle è anti-giornalismo. In America sono viste malissimo, si fanno solo in casi eccezionali.
Il passaggio più complicato da raccontare, quello su cui voi autori avete discusso di più?
Noi abbiamo fatto una writing room all’americana, dove si scriveva tutti e tre insieme, cosa complessa perché ognuno aveva la sua sensibilità. Il più passaggio più difficile è stato raccontare come fosse la droga negli anni ’70. Alcuni montatori che avevano 18 anni ci guardavano basiti chiedendo “Ma davvero si facevano con le siringhe?”. Gli dovevamo spiegare che i tossicodipendenti li trovavi nei parchi, morti sulle panchine, per spiegare quanto fosse un’emergenza nazionale.
Il giornalista Luciano Nigro dice “Odiavo chi diceva solo bene o solo male di San Patrignano”.
La frase che ci eravamo dati noi autori come linea guida era: quanto male sei disposto a giustificare, per fare del bene? Era la chiusura del trailer che proponemmo a Netflix per farci prendere la storia.
È il nodo centrale della vicenda, secondo te?
Sì. A me piace se parti con un preconcetto e poi cambi idea più volte vedendo il documentario. Mi piace che vedendolo si stia sulle montagne russe, che prima tu non sia d’accordo coi metodi di Muccioli e poi cambi idea quando ascolti quei genitori dire: “Per me mio figlio Muccioli poteva anche crocifiggerlo, tanto dove stava meglio, a Rebibbia?”. Il mondo è fatto anche di tonalità di grigio, devi capire quante ne puoi accettare.
Ci sono pochissime donne nel documentario. Perché?
Le donne non erano tantissime, purtroppo quelle che ci interessavano di più erano morte di Aids.
I ruoli centrali in comunità li avevano comunque solo gli uomini.
Quella di SanPa era una società patriarcale, Muccioli aveva una mentalità per cui le donne non stanno al comando, a differenza di oggi nella stessa comunità. Lui veniva da una società di contadini dove i genitori a volte menavano, dove si lavorava fin da giovani, era un uomo di altri tempi.
Di altri tempi e misogino.
Sì, anche secondo tanti testimoni lo era. C’erano un cameratismo e una complicità tra maschi inequivocabile. Poi sulla ragione di questa misoginia ci sono tante interpretazioni, però a parità di cazzata che facevi a SanPa, spesso il maschio riceveva una pacca sulla spalla, la donna veniva chiusa un mese dentro al tino.
A tal proposito, uno dei passaggi più delicati di SanPa è quello della matita e l’anello. Una giornalista chiede a Muccioli se alcune donne fossero state violentate in comunità, lui risponde “Provi a mettere questa matita nell’anello, se lo sposta non entra… Vede come è facile se uno non vuole?”. Oggi per questa frase verrebbe processato almeno mediaticamente, ai tempi passò inosservata.
Questa sua frase ce la raccontò uno dei testimoni, Paolo Severi. Diceva che Muccioli sulle violenze alle donne rispondeva sempre così. Allora noi siamo andati a scandagliare tutto l’archivio per cercare le prove che lo dicesse davvero, la sua testimonianza non ci bastava. E abbiamo trovato quella sua risposta. Certo, oggi non passerebbe sotto silenzio.
Direi.
A tal proposito un’altra cosa che mi è dispiaciuto non mettere nel documentario è sempre in quell’intervista al figlio di Villaggio, in cui lui a un certo punto dice “Avevo un capogruppo che la notte entrava nelle camerate, ne sceglieva sempre una e la violentava”.
Non ci sono stati processi per questo.
Molti personaggi discutibili della comunità sono stati alla sbarra per altri reati, ma mai per violenza sessuale. Diciamo che – è brutto da dire- alcuni secondo me sfruttavano molto il fatto che essendo una comunità di tossici le donne si fossero tutte prostituite per una dose prima di entrare.
Anche gli uomini.
Sì, il sesso era spesso diventato nelle loro vite una sorta di moneta di scambio, neppure gli oggetti della violenza si ribellavano perché ci erano già passati. Magari pensavano:  “Farmi violentare stando zitta/o vuol dire che starò una settimana in pace”, è un’idea orribile ma temo fosse così.
Rimane il fatto che per le donne la vita era più dura lì dentro.
Muccioli una volta fece riprendere con delle telecamere due tizi che erano andati a fare sesso nei campi e trasmise il filmato nella sala della mensa. O fece fotografare delle ragazze che erano andate a prendere il sole in topless per mostrare le diapositive in sala mensa e commentare davanti a tutti: vedo delle tette flosce!
Controllava la vita sentimentale degli ospiti, però delle coppie lì dentro sono nate.
Sì, ma dovevi essere abbastanza umile da andarlo a confessare e avere il permesso del capo-gruppo. E comunque non potevi neanche prenderti per mano, secondo le regole della comunità.
Quanto Muccioli ha manipolato i politici e quanto i politici lo hanno usato/manipolato?
C’è stata assoluta reciprocità, quando Muccioli diventa Dio i politici fanno a gara per andare a farsi fotografare con lui, tutti, da destra a sinistra.
O fanno gara per litigare con lui, vedi l’antiproibizionista Pannella.
Pannella lo accusa in tv ma poi ci diventa amico, va a fare un convegno degli antiproibizonisti a SanPa. C’era una scena che non abbiamo inserito in cui i giornalisti circondano Pannella a San Patrignano prima del convegno e gli danno del venduto, gli fanno notare l’incongruenza di organizzarlo nella comunità di una persona, Muccioli, che voleva la galera anche per chi comprava una canna. Lì per la prima volta c’era Pannella in difficoltà. Muccioli arriva, apre il cerchio dei giornalisti e se lo porta via.
Salva anche Pannella. Il ruolo del salvatore, quello che gli piaceva più di tutti.
Sì, e comunque lui se eri suo nemico, la prima cosa che faceva era cercare di diventare tuo amico. Doveva affascinarti, sedurti. E ce la faceva quasi sempre, anche perché la sua immagine nel privato con gli amici era molto diversa, era uno bonario, divertente, raccontava barzellette. Sapeva farsi amare.
Fabio Cantelli è forse il personaggio che impreziosisce di più il racconto per sensibilità e cultura, l’avete convinto subito a partecipare?
Non era neppure nella lista degli intervistati. Poi succede che quando siamo a Coriano per girare le interviste, uno dei nostri autori cerca dei libri su Sanpa nella biblioteca, la notte legge quelli di Cantelli e ci convince a intervistarlo, ci dice che è fondamentale. Lo intervistiamo un po’ di malumore e tutti rimaniamo a bocca aperta, c’era gente della troupe che perdeva il treno per portare casa l’intervista a Cantelli.
La location in cui lo intervistate, quella stanza anonima, in penombra, è un non luogo. Perchè?
La verità? Era una delle nostre stanze in hotel tanto era improvvisata l’intervista. Mentre parlava, Cantelli aveva 30 persone accanto, attaccate alla parete. Lo abbiamo amato tutti, fin dalle prime parole.
Ha aggiunto molto alla narrazione.
Sì, è stato anche fondamentale nel raccontare cosa fosse l’eroina, perché bisognava spiegare come ci cadessero così tanti ragazzi. Lui ha fatto una descrizione del primo buco così affascinante che non l’abbiamo poi messa tutta perché poteva essere quasi pericoloso.

“Ero il tossico da vetrina, ero uno dei suoi successi più grandi”, dice parlando di Muccioli che lo aveva scelto come responsabile della comunicazione. Non risparmia critiche al fondatore di San Patrignano, ma alla fine dice di essergli grato.
Dice anche che lo ama, che gli manca. Non dice era mio padre come tanti, ma Cantelli, malgrado tutto quello che Muccioli gli ha anche fatto, lascia per sempre la comunità proprio perché gli fanno rivedere Muccioli quando è in fin di vita, gli negano la possibilità di parlargli per un’ultima volta e lo vive come un tradimento. Lo amava tantissimo, pur vedendone i limiti.
Sembra la descrizione di una dipendenza.
Sì, è vero.
Walter Delogu, braccio destro di Muccioli, è un personaggio controverso. Perché si rompe la complicità con Vincenzo?
Il cerchio magico a un certo punto si sfalda, loro due litigano, Muccioli gli dice: “Se vuoi andare vattene”. Lui che era in un certo senso il numero due della comunità si sente sminuito, in più aveva questa compagna che non amava Muccioli, perché lo aveva sgamato subito. Ed era ricambiata nell’antipatia da Muccioli, il quale fece di tutto per farli separare. Lei voleva uscire dalla comunità, lui voleva la casa che Muccioli gli aveva promesso, la compagna gli ha dato un ultimatum: o me e la bambina, o Muccioli. Delogu allora va da Muccioli e poi non sappiamo come sia andata, i testimoni sono Muccioli padre e figlio e Walter Delogu.
Che fu denunciato.
Sì. Delogu fu denunciato per quell’episodio per estorsione da Andrea ed è stato condannato.
Pensi che Delogu abbia raccontato tutto?
No, quello che poteva, come noi del resto. La sua ex moglie è venuta ad assistere all’intervista nonostante siano separati da anni per controllare cosa diceva, temeva si mettesse nei guai. Di altre cose da raccontare ne avrebbe avute, ma comunque sarebbe stata la sua voce, nessuno avrebbe potuto difendersi visto che Muccioli per esempio non c’è più.
Come stanno i “reduci” di SanPa oggi?
In tutti i reduci di San Patrignano c’è una sorta di paranoia che qualcuno li stia spiando. C’era così tanto controllo all’interno della comunità che in qualche modo si sentono ancora lì dentro. Un giorno stavamo intervistando una donna a Rimini, in quel momento passa Andrea Muccioli con la famiglia, a lei sembrò qualcosa di inquietante, della serie: ecco, mi controllano. In realtà lui passava per caso, neppure ci ha visti. Bisogna capire che quello era un posto in cui anche un amico, per una sigaretta in più o per avere la benevolenza di Muccioli, ti denunciava.
Parliamo di Andrea Muccioli. Nella docu-serie appare come un uomo intelligente e onesto. Difende il padre, ma non c’è in lui un’adorazione sterile per la sua figura. Cosa ha detto quando gli avete annunciato il progetto?
Lui è stato onesto e io anche lo sono stato, gli ho detto che avremmo raccontato luci e ombre. La prima volta mi ha preso a parolacce, ci siamo incontrati nello studio di Red Ronnie.
Comprensibile.
Certo. Lui poi con onestà ha detto che avrebbe raccontato la sua verità, va detto che Andrea ha gestito la comunità dopo la morte di Muccioli e ha imparato molto dagli errori del padre. Per esempio, lui ha allontanato dalla comunità tutti quelli che erano entrati come tossicodipendenti ma erano rimasti lì in ruoli dirigenziali e rimanevano a vivere lì per paura del mondo. Per lui, se una volta guarito non uscivi, la comunità non aveva funzionato, quindi mandò via la vecchia guardia inimicandosi tante persone che erano state accanto al padre.
Cosa ha detto quando ha visto il documentario?
Da quello che mi riporta Red Ronnie è molto incazzato. il giorno dell’uscita mi ha chiamato e mi ha chiesto: in una scala da 1 a 10 quanti mi incazzerò? Gli ho risposto “forse molto perché sentirai parlare tante persone che non sopporti, ma ci saranno anche tutte le cose che ci hai detto tu”.
Chi non sopporta?
Beh Delogu, ma anche Severi e altri. Delogu lo vede come il protagonista dell’estorsione, con l’aggravante che era quasi uno di famiglia, quindi un traditore.
La registrazione che fece Delogu fu il colpo di grazia,  l’immagine di Muccioli ne uscì a pezzi.
Non è stato facile ritrovare quella registrazione negli archivi. È la vera caduta pubblica di Muccioli, la sua fine.
Che idea ti sei fatto tu di Muccioli?
L’ho cambiata in parte, all’inizio era completamente negativa. Era una persona che voleva lasciare un segno nel mondo, che ha tentato varie vie, dal santone alla comunità “Il Cenacolo” in poi. Ma lasciare un segno in un mondo in cui hai un casolare in collina negli anni in cui stanno avendo successo i palazzinari come stava accadendo all’epoca a Rimini, è difficile. A lui stava stretto tutto, soprattutto la vita da albergatore, aveva qualcosa di inespresso dentro e lo trovò con San Patrignano.
Si sentiva Gesù.
Sì, parlava a nome di Dio, diceva che il raggio cristico veniva emanato da lui. Aveva preso dalla sinistra la cultura hippy, dalla destra il rigore, dal filone mistico il culto della sua persona. I tossicodipendenti lo aiutano a creare un sogno, quello della comunità di cui essere leader, comunità che nel sogno iniziale non voleva essere terapeutica. È una coincidenza.
In quante lingue è stato tradotto e in quanti paesi è uscito “SanPa”?
In 190 paesi e una trentina di lingue. Abbiamo dovuto indicare quali parole fossero slang, per esempio, è stato un gran lavoro.
Per una sorta di coincidenza su Netflix sono usciti contemporaneamente “SanPa” e “L’incredibile storia dell’isola delle rose”, quasi due idee di città stato nate entrambe a Rimini, a pochi anni di distanza. La geografia c’entra?
Certo, a Rimini c’erano altre tre comunità nei primi anni di SanPa, uno si chiede perché tutti lì? Battistini, il responsabile del Sert di Rimini, me l’ha spiegato così: Rimini è divisa in due. C’è la città e c’è la macchina del divertimento. Diventa località di villeggiatura a basso costo per gli italiani da Mussolini in poi, quindi si riempie di locali, di strutture di divertimento. Arrivano molti stranieri, si crea una società più cosmopolita, libera, più trasgressiva in un posto relativamente piccolo. In più c’è l’insoddisfazione della provincia che per 9 mesi si spegne e che cerca qualcosa anche nel periodo di blackout. Un terreno fertile per le comunità.
Cosa farai dopo SanPa?
Il documentario sul caso Yara mi piacerebbe ancora realizzarlo per far capire quanto l’aspetto mediatico, quando entra prepotentemente in un caso, possa cancellare ogni possibilità di verità.
Sono uscite solo recensioni positive su SanPa. Di solito gli italiani sono meno generosi con prodotti di italiani.
Sono così positive da essere quasi imbarazzanti. Penso però una cosa: quando la pignoleria cerca la perfezione, difficilmente poi la cura che metti nelle cose non viene riconosciuta. E qui ce n’era tanta.
Non sposando una tesi avete rischiato che potesse essere un prodotto poco emotivo. E l’emotività va di moda più della verità, oggi. Vi eravate posti il problema?
Sì, e certo, forse avremmo potuto realizzare un prodotto più emotivo raccontando solo il bene o solo il male di SanPa, ma oggi leggeremmo discussioni meno utili. SanPa ti fornisce gli strumenti di conoscenza della vicenda, ma vuole che la verità sia quella che ti costruisci tu. E a volte, ho scoperto, la verità è perfino l’unione di due bugie.

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