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“Non ci sono persone di colore”: Game of Thrones è una serie razzista?

Crediti: HBO
Di Cristina Migliaccio
Pubblicato il 15 Apr. 2019 alle 15:49 Aggiornato il 15 Apr. 2019 alle 15:51

Game of Thrones razzista? In vista della nuova (e ultima) stagione, il grande show televisivo ci pone davanti a un difficile quesito di cui si era già discusso tempo fa: la serie ideata dalla mente di George R.R. Martin è razzista?

Stando a quanto riportato dal quotidiano inglese The Guardian, la risposta era sottintesa già nel primo episodio della serie andato in onda nel (non tanto lontano) 2011.

Sin da allora, era chiara la presa di posizione degli showrunner David Benioff e DB Weiss: il potere non poteva essere messo nelle mani di persone di colore. Basti pensare alla lotta per i Sette Regni, partita dal confronto tra Lannister e Stark: da una parte, i biondissimi Lannister capitanati dalla furente Cersei, dall’altra i sofferenti Stark che hanno perso molti componenti della famiglia nel corso degli anni (a partire dal Re del Nord Ned).

Game of Thrones, il finale della serie svelato in una playlist di Spotify?

Uomini di colore non sono assenti in Game of Thrones (Verme Grigio e Missandei per esempio), ma sono quasi sempre personaggi di secondo o terzo posto, o ancor di più delimitati ai confini geografici: basti pensare alla situazione di Essos, o comunque nella zona Est, dove i Dothraki erano conosciuti come una tribù nomade e violenta, popolata da selvaggi stupratori, prima dell’arrivo di Daenerys Targaryen. Lo stesso Khal Drogo, prima d’incontrarla, era un uomo spietato e selvaggio che ha poi imparato ad amare soltanto grazie alla sua biondissima Khaleesi.

La stessa Daenerys ha fatto della sua confidente Missandei una schiava libera, così come con tanti altri nella Slaver’s Bay, proclamandosi “distruttrice di catene”. Secondo David Wearing, un esperto di relazioni internazionali e fan di Game of Thrones, “un episodio termina con la bionda ed eterea Deanerys che viene portata in braccio e ringraziata da parte di un popolo di colore, una scena colma di gratitudine che quasi riesce a camuffare il sottotesto”. L’episodio di riferimento è il season finale della terza stagione intitolato “Mhysa”.

Ma qual è il sottotesto? Una risposta alla domanda sembrerebbe essere arrivata nel 2017, quando gli autori di Game of Thrones avevano annunciato di voler portare avanti un nuovo progetto (Confederate): un dramma storico alternativo, secondo il quale il Sud avrebbe vinto la Guerra Civile senza porre fine alla schiavitù. Una decisione accolta con rabbia soprattutto dal mondo social, alimentata anche da attivisti come il movimento #OscarSoWhite. Il progetto è stato poi rimandato.

A dare manforte all’idea che Game of Thrones sia una serie razzista è stato anche l’attore John Boyega (Star Wars).

“Non ci sono persone di colore in Game of Thrones. Non vedi una sola persona di colore ne Il Signore degli Anelli. Non voglio pagare per vedere sempre lo stesso tipo di personaggi sullo schermo. Perché vedi persone con background e culture diverse ogni giorno. Anche se sei un razzista, devi conviverci. Noi possiamo agitare le acque”, così aveva dichiarato l’attore di Star Wars al debutto della settima stagione di Game of Thrones.

Una mancanza di diversità in Game of Thrones come ne Il signore degli anelli, dunque?

Certo è che Game of Thrones non si attiene a fatti storici, essendo una serie fantasy e completamente inventata. Ma è anche vero che le preoccupazioni della nostra società riguardano anche la diversità e il modo in cui questa viene rappresentata nel mondo dello spettacolo. Non a caso, il cast dei prossimi spin-off di Game of Thrones ha incassato le accuse e vedrà tra i protagonisti tre attori di colore (Naomi Ackie, Sheila Atim e Ivanno Jeremiah). Michael Harriot, giornalista del magazine The Root, aveva definito Daeneys come “l’incarnazione del privilegio bianco”.

Questo non è né il primo né l’ultimo esempio di come un tema così delicato venga trattato nelle serie televisive, il cui impatto diventa sempre più evidente nel mondo odierno: la questione è più aperta che mai e di strada ce n’è ancora tanta da fare.

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