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Elisa: “A 8 anni ho subito abusi sessuali. Sto imparando a non colpevolizzarmi”

Credit: AGF

Le rivelazioni della cantautrice: "La rottura tra mio marito e me è avvenuta a settembre dell’anno scorso"

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 3 Nov. 2026 alle 17:10

Dalla separazione dal marito dopo diciassette anni di relazione agli abusi subiti quando aveva otto anni: Elisa Toffoli si racconta in un’intervista al Corriere della Sera in occasione dell’uscita del suo ultimo album e del documentario dal titolo omonimo, Kintsugi. “Questo progetto, il disco e il film, nasce dal bisogno di raccontare sinceramente una crisi individuale, il suo attraversamento verso un grandissimo cambiamento. Ho vissuto un dolore profondo, come persona. Non come artista, non avevo infatti la protezione del ruolo, ero io, nuda di fronte a un terremoto. Il mio lavoro mi ha dato la possibilità di descriverlo, e di descrivermi, nella forma più brutale, più autentica, meno levigata. Ho dato forma al senso di una rivoluzione interiore” racconta la cantautrice.

Elisa parla della separazione dal marito Andrea Rigonat, con il quale però continua a lavorare: “Nella dimensione pubblica, perfino spudorata, nella quale la società digitale imprigiona le vite di tutti, non siamo più abituati a fare i conti con i dolori e le gioie della vita in privato. Tutto è pubblico, tanto più per un artista. Nel disco e nel film volevo parlare con tutta onestà del dolore e del ruolo trasformativo che può avere. Parlare, perché le parole sono importanti. Nominare i sentimenti è una forma di emancipazione. È quello che fanno i bambini, crescendo”. Kintsugi è “il racconto di un viaggio in un cambiamento necessario, desiderato. La rottura tra mio marito e me è avvenuta a settembre dell’anno scorso, dopo diciassette anni vissuti insieme. Ci sono dei figli, era un legame fortissimo che non avevo messo in preventivo di chiudere, mai. Questo sovvertimento mi ha portato a guardarmi dentro spietatamente, a farmi domande che non mi ero mai posta. E questo si è riversato in Kintsugi. So parlare solo di sentimenti veri, so scrivere solo quello che sento, le emozioni che mi attraversano”. La crisi, rivela la cantautrice, è stata talmente profonda che “a un certo punto ho pensato anche di ritirarmi, di farmi una nicchia al riparo del mondo. Non riuscivo a scrivere cose nuove, perché non volevo toccare certe verità. Quando poi ho deciso di far cadere i recinti, tutto si è riaperto, ho ritrovato energia e libertà. Personale e creativa”.

Un capitolo è dedicato alla violenza: “Ho scelto di parlarne attraverso questo film. L’ho condiviso attraverso l’arte perché penso che raccontarlo possa essere utile a tante persone che hanno vissuto quello che ho conosciuto io. Da piccola ho subito una violenza sessuale. Avevo otto anni. Non piccola abbastanza da poterlo dimenticare, ammesso sia mai possibile. Il tipo di esperienza umana che segna la vita di chi ha vissuto la violazione del corpo è qualcosa di molto difficile da nominare. Mi ha segnata per sempre”. L’autoanalisi l’ha aiutata “moltissimo. Sto imparando a non colpevolizzarmi. Sto facendo un lavoro di pulizia, certi ingombri non si rimuovono, ma si può sistemarli nel posto giusto, cambiare loro posizione e destinazione. Non lo avevo mai fatto. Da un po’ di tempo ho iniziato un percorso di terapia psicologica e questo mi sta aiutando molto. I pezzi del mosaico si stanno ricomponendo: i fogli del diario, la voglia di raccontare, la decisione di non nascondere più l’amore che ho sempre avuto per la danza, che per me è stata come una cura. Mi sono liberata dentro e fuori di me”.

La cantautrice, quindi, conclude: “Chi, come me, l’abuso l’ha conosciuto da bambina, perde fiducia nel prossimo, smette di pensare che gli adulti ti proteggano, il tuo mondo si popola di mostri e di pericoli. Quel dolore si va a insediare in anfratti che ogni tanto rigurgitano. È un peccato, perché ti toglie tempo di vita, che nessuno ti restituirà. Io vorrei che nessuno aspettasse a parlarne, io ho atteso molti anni prima di confessarlo a mia mamma e sono dovuta arrivare a 48 anni per cercare l’aiuto di un terapeuta. Il dolore si deve nominare per processarlo. Una persona violentata non ha mai nessuna colpa”.

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