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Sempre a un bivio

Il Kenya celebra mezzo secolo d'indipendenza tra piccoli traguardi, incognite e problemi irrisolti

Di Ernesto Clausi
Pubblicato il 13 Dic. 2013 alle 10:44

Uhuru Gardens, ovvero i giardini della libertà. Qui cinquant’anni fa Jomo Kenyatta, il padre della nazione, riponeva la bandiera dell’Union Jack e issava quella del neonato Kenya. Davanti al figlio Uhuru, attuale Presidente, la celebrazione ha rivissuto quei momenti, mentre sui maxischermi, davanti a migliaia di persone, scorrevano le immagini della lotta per l’indipendenza.

Dopo mezzo secolo di vita, il Kenya è ancora in bilico.

La più grande economia dell’Africa orientale, con un ruolo di leader strategico dell’area, è cresciuta a una media del 4,3 per cento negli ultimi due anni ed il trend continua a essere positivo. Eppure la Banca Mondiale ha sottolineato come il Paese viaggi ancora al di sotto delle sue reali potenzialità e rimanga estremamente vulnerabile a fattori esterni.

I principali fattori di instabilità restano una governance di bassissimo livello (elemento comune a quasi tutti gli stati dell’Africa subsahariana), l’altissimo livello di corruzione, la minaccia costante derivante dal terrorismo di matrice islamica e i confliti inter etnici, alcuni dei quali oramai cronicizzati. Nonchè un tasso di criminalità violenta elevatissimo. Inoltre i fermenti secessionisti sulla costa, ispirati dal Mombasa Republican Council, e il processo che il Presidente e il suo vice, William Ruto, dovranno affrontare presso la Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, sono fonte di preoccupazione anche per la comunità internazionale.

Tuttavia le potenzialità del Paese restano enormi. Il Kenya rappresenta un’eccezione nell’Africa sub sahariana: ha sempre mantenuto un regime democratico e non ha sofferto colpi di Stato nè guerre civili.

Da qui sono passati arabi, indiani, inglesi, che uniti alle tribù locali hanno fatto del Kenya una delle nazioni più cosmopolite dell’Africa. Nairobi è il principale hub economico dell’Africa orientale. Qui hanno sede le maggiori multinazionali e le principali organizzazioni internazionali. In città c’è la più grande sede delle Nazioni Unite del mondo, addirittura più grande del palazzo di vetro a New York. La stampa kenyota è una delle più libere e valide del continente (anche se la recente “legge bavaglio” approvata ha suscitato proteste e timori). Qui peraltro è nato il mobile money transfer, il sistema di trasferimento di denaro via telefono, un successo straordinario. E nello sport i runners kenyoti sono da sempre i migliori del globo.

L’agricoltura rimane la spina dorsale dell’economia. Secondo il Kenya National Bureau of Statistics da questo settore deriva il ventisette per cento del prodotto interno lordo. Thè, caffè, riso e floricoltura sono destinati ai mercati europei e del Medio Oriente. Le fantastiche spiagge ed i parchi nazionali restano la maggiore fonte di entrata di capitali stranieri. Altri settori sono in crescita. Su tutti quello bancario. Il boom edilizio è sotto gli occhi di tutti, e anche nel campo della Information technology si stanno facendo passi notevoli. Le recenti scoperte nell’area del lago turkana di riserve petrolifere e di gas da parte delle compagnie Tullow Oil e Africa Oil Corporation stanno aprendo nuove prospettive economiche.

Il Kenya è dunque una terra di opportunità. E ha subito l’ondata di investimenti cinesi che costringono le imprese locali ad accontentarsi di sub appalti o progetti minori. E’ assolutamente necessario investire nelle infrastrutture. Al porto di Mombasa è in costruzione un altro terminal finanziato dal governo giapponese. E a Lamu, paradiso al confine con la Somalia, nel giro di pochi anni sarà (purtroppo per il destino della fauna e flora locale) operativo un altro porto che servirà i paesi confinanti. L’obiettivo di lungo termine è il progetto 2030 Vision, ovvero un processo di industrializzazione del Paese che innalzi il livello di prosperità dei suoi cittadini.

Ma la risorsa più grande della nazione è la sua giovane popolazione. Il Kenya ha vissuto un boom demografico. In mezzo secolo la popolazione è aumentata del quattrocentoventi per cento. Ed oggi dei quarantaquattro milioni di abitanti l’ottanta per cento ha meno di trentacinque anni. I giovani costituiscono il primo investimento su cui il Paese deve contare. Una risorsa che può essere anche la sua rovina. A Nairobi ad esempio metà della popolazione vive negli slum, le baraccopoli note come i luoghi più insicuri e privi di misure igieniche al mondo. Il disagio sociale deve essere contenuto ed è necessario investire nell’istruzione.

Il Kenya resta dunque in bilico. Ma può definirsi una nazione “ottimista”. E’ nell’indole della popolazione. La lunga scia di attacchi terroristici non ha, ad esempio, mai fatto sprofondare il Paese, che ha sempre dimostrato una buona capacità di resilienza. Lo si è visto dopo l’attentato all’ambasciata americana del 1998, dopo le elezioni del 2007, e da ultimo in seguito all’attacco al centro commerciale Westgate.

Il Kenya ha vissuto questi primi cinquant’anni in modo alterno: a momenti e anni drammatici si sono alternati successi e crescita. “The investment potential in Africa is as vast as the landscape” recita uno slogan pubblicitario della Ecobank, istituto di credito panafricano. Nulla di più vero.

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