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Questioni di vicinato

Come si fa a garantire la sicurezza nei quartieri di una delle città più pericolose del mondo?

Di Ernesto Clausi
Pubblicato il 22 Apr. 2013 alle 15:56

A Mogadiscio il terrore è quotidiano. La criminalità imperversa. Nel resto del Paese impuniti signori della guerra controllano traffici illeciti, ovvero armi e droga. E, se su larga scala la missione delle Nazioni Unite AMISOM (African Union Mission in Somalia) procede nel tentativo di stabilizzare uno dei c.d “failed States” per eccellenza, la sicurezza quotidiana dei singoli cittadini passa anche attraverso altre modalità.

La “sicurezza partecipata” è una di queste.

L’amministrazione del Benadir, la regione costiera che comprende la capitale Mogadiscio, ha lanciato il programma Fostering Neighbourhood and Social Integration Programme, al fine di coinvolgere la popolazione nella prevenzione di attacchi terroristici e attività criminali.

Come funziona: ogni distretto è stato diviso in blocchi di cinquanta case, con a capo un block leader, esponente della società civile, incaricato di fare da intermediario con le forze di polizia e riferire attività sospette segnalate dai cittadini. Il programma aiuta le autorità nella raccolta di informazioni e nell’attività d’intelligence. Inoltre sono previsti incontri settimanali per discutere questioni relative alla sicurezza dei quartieri e al fine di promuovere il senso civico di comune responsabilità.

“Se nuove persone si trasferiscono nel quartiere, oggi ne siamo subito a conoscenza” dice Abdullahi Sahal Gardhub, District Commissioner ad Hamar Weyne, sul sito Sabahionline.com. Gli fa eco Mohamed Ali Ahmed, del distretto di Hamar Jajab: con questo metodo è più facile monitorare e avere informazioni su abitanti e attività delle strade in cui viviamo”. Con soddisfazione dei commercianti. Yasin Abikar ora lascia aperto il suo negozio fino alle dieci di sera.

Ed effettivamente le ultime operazioni antiterroristiche contro membri di al-Shabaab hanno avuto successo grazie alle soffiate di privati cittadini. Grazie ad essi, lo scorso novembre è stato ucciso uno dei comandanti del gruppo terroristico, Abdinur Gardhub, e sedici militanti sono stati arrestati. Due giorni più tardi altri ventuno sospetti sono finiti in manette, e un arsenale di armi è stato sequestrato.

Il programma è operativo nei distretti di Hamar Weyne, Hamar Jajab, Waberi, Dherkenley, Bondhere, Wadajir, Huriwa and Howlwadag. Il portavoce dell’amministrazione di Benadir, Mohamed Yusuf, ha dichiarato che l’intenzione è di estenderlo ad altre zone della città, per assicurare una piena collaborazione con le autorità.

Il Governo federale di transizione somalo sta intanto formando un’unità speciale anti terrorismo da impiegare, entro la fine del mese, nella capitale. E’ composta da mille uomini provenienti da vari corpi delle forze armate e dei servizi di sicurezza.

Certo, il coinvolgimento di cittadini nell’amministrazione della giustizia solleva sempre questioni di natura giuridica, e anche dubbi su eventuali false piste. Magari suggerite soltanto per motivi personali. Ma oggi, in Somalia, diritti come quello alla privacy e alla libertà individuale lasciano spazio ad altre priorità. L’obiettivo primario resta la sicurezza, e la prevenzione. Il quattordici aprile scorso un attacco è costato la vita ad oltre trenta persone. Nei giorni precedenti due attentati, contro il capo dell’intelligence somala, e contro lo Sheikh Bashir Ahmed Salad, direttore del Somali Islamic Scholars Council, hanno causato decine di vittime. Ieri è stato ucciso Mohamed Ibrahim Rage, un giornalista, il quinto quest’anno.

 

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